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ESCLUSIVO TPI – Parla un dipendente dell’ospedale di Alzano: “Ordini dall’alto per rimanere aperti coi pazienti Covid stipati nei corridoi”

Tutta la verità sull'ospedale di Alzano Lombardo: una video-testimonianza di TPI.it rivela in esclusiva ciò che è successo davvero tra il 23 e il 25 febbraio in quel Pronto Soccorso, chiuso e poi inspiegabilmente riaperto poche ore dopo che venissero accertati i primi due casi Covid-19. Per la prima volta un dipendente dell’Azienda socio sanitaria territoriale (ASST) Bergamo Est, che gestisce l’ospedale "Pesenti Fenaroli” e denuncia che, con ordini dall'alto, è stato imposto di lasciare aperta la struttura sanitaria, che la sanificazione non è mai avvenuta e che i pazienti Covid-19 venivano respinti e non accolti in altre strutture e lasciati nell'oblio più totale, ricoverati insieme agli altri pazienti dell'ospedale. La cronaca di un disastro sanitario annunciato, che ha fatto diventare Alzano il più grande focolaio d'Europa

Di Francesca Nava
Pubblicato il 9 Apr. 2020 alle 12:25 Aggiornato il 10 Apr. 2020 alle 13:24
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ESCLUSIVO TPI, di Francesca Nava – Chi ha ordinato la chiusura e la riapertura del pronto soccorso dell’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo domenica 23 febbraio? Da chi è arrivato l’ordine di non sgomberare e sanificare immediatamente l’intera struttura ospedaliera? Chi ha lasciato che il personale medico, gli utenti e i loro famigliari tornassero a casa quel giorno stesso senza essere messi in quarantena e diagnosticati, dopo che i primi casi di Covid19 erano stati accertati? Da dove sono partiti gli ordini? E chi poteva opporsi a quelle richieste che oggi, possiamo dirlo, hanno messo a repentaglio la salute di migliaia di persone e causato migliaia di morti? Noi di TPI queste domande ce le facciamo caparbiamente da quasi un mese con un’inchiesta pubblicata in più parti. Da quasi un mese lavoriamo ininterrottamente per ricostruire pezzo per pezzo una catena di comando, che chiama in causa direzioni generali e sanitarie, aziende territoriali, uffici regionali e soprattutto la politica. Quando ormai sono stati certificati 4.500 decessi da Covid19 solo nel mese di marzo, solo nella provincia di Bergamo, ecco che il muro di omertà inizia a sgretolarsi e alcune importanti risposte iniziano ad arrivare. E arrivano da testimoni oculari, da dipendenti dell’ospedale “Pesenti Fenaroli” — struttura regionale oggi al centro di una delicata inchiesta giudiziaria – che hanno vissuto in prima persona quelle ore frenetiche a partire dalla mattina del 23 febbraio e che per la prima volta vuotano il sacco in esclusiva su TPI.

“Ordini dall’alto per rimanere aperti”

“La riapertura del pronto soccorso è avvenuta per ordini superiori, perché il direttore sanitario di Alzano (Giuseppe Marzulli ndr) era chiaramente contrario e si è espresso più volte in questo senso. Dal suo ufficio lo si sentiva urlare con la direzione generale, sanitaria, con la direzione strategica di Seriate (la ASST, l’Azienda socio sanitaria territoriale Bergamo est ndr), che poteva essere la figura del direttore sanitario (Roberto Cosentina ndr) piuttosto che del direttore generale (Francesco Locati ndr) che gli hanno imposto la riapertura”. Arriva come una spada nella roccia la testimonianza di questo dipendente dell’ASST di Bergamo Est, che il 24 febbraio, il giorno dopo quella drammatica domenica, si trovava negli uffici della direzione sanitaria di Alzano. “C’è stata sicuramente una situazione di conflitto – racconta in esclusiva a TPI in una video-intervista il dipendente –  il direttore, il dottor Marzulli, non era d’accordo con la riapertura del pronto soccorso, ma ha eseguito quelli che sono stati gli ordini superiori. Il pronto soccorso è stato riaperto senza che venissero predefiniti dei percorsi di sicurezza e senza nessuna sanificazione specifica. La riapertura è avvenuta semplicemente con la riapertura. Non ci è stata fatta nessuna comunicazione. Non è stata allestita immediatamente la tenda di prefiltraggio, ma solamente nei giorni successivi e il pronto soccorso è stato aperto accogliendo i pazienti presunti affetti da Coronavirus insieme agli altri”.

La testimonianza di quest’uomo chiama in causa anche quel Roberto Cosentina, oggi direttore sanitario della ASST Bergamo est, condannato a gennaio in primo grado a due anni e sei mesi di reclusione per favoreggiamento e omissione in atti di ufficio sul caso dei morti in corsia attribuite all’ex medico di Saronno Leonardo Cazzaniga, condannato all’ergastolo con una sentenza di primo grado. Cosentina è il vice di Locati e può fare le veci anche del direttore sanitario di Alzano Lombardo, Giuseppe Marzulli. Le parole che ci consegna questo dipendente del “Pesenti Fenaroli” inchiodano alle proprie responsabilità la direzione generale e sanitaria dell’ASST Bergamo est di Seriate – da cui dipende anche l’ospedale di Alzano Lombardo. Una azienda regionale. Il capo supremo di questa ASST si chiama Francesco Locati, nominato in quota Lega durante la giunta Maroni nel 2016. Noi di TPI lo abbiamo cercato telefonicamente al cellulare e via mail tramite posta certificata, a partire già dal 13 marzo, senza ricevere mai nessuna risposta. Che sulla discussa riapertura del pronto soccorso e sulla gestione di questa emergenza Covid al “Pesenti-Fenaroli” ci sia stata una evidente situazione di conflitto tra le due direzioni sanitarie, quella di Seriate e quella di Alzano, lo si capisce anche da un’altra testimonianza fondamentale, quella di un’infermiera del pronto soccorso che accetta di parlare in esclusiva con noi di TPI: “All’ospedale di Alzano Lombardo dopo quella maledetta domenica non doveva più entrare e uscire nessuno, fino a che non si fossero stabiliti dei percorsi precisi”. Qui di seguito l’audio-testimonianza dell’infermiera di Alzano:

La donna aggiunge anche che “la sanificazione dell’ospedale è stata fatta quattro giorni dopo, per tutto quel tempo le attività hanno proseguito come se nulla fosse. La gente ha circolato in zone infette, senza saperlo. Il nostro direttore sanitario (Giuseppe Marzulli ndr) ha chiuso subito il pronto soccorso, ha avvisato i vertici, il 118 e l’utenza in sala d’attesa, che però fino a tarda sera non se ne è andata. È stato detto chiaro e tondo a tutti: abbiamo un caso di Coronavirus e dovete andarvene, ma molte persone sono rimaste lì fino a sera. Nel frattempo ci siamo messi a redigere una lista di pazienti transitati nel pronto soccorso, nei reparti, i ricoverati, i famigliari, il personale entrato in contatto, lo abbiamo fatto insieme con la capo sala, lo abbiamo fatto noi autonomamente, mentre i vertici si confrontavano sul da farsi. Ma di fatto tutto il personale medico è stato mandato a casa e il giorno dopo si è ripresentato al lavoro”.

La lettera del direttore Marzulli

I tamponi sono stati fatti in maniera disordinata, su un numero limitato di persone e soprattutto in ritardo. Ma l’informazione più sconvolgente che questa infermiera ci consegna riguarda la direttiva della ASST di Seriate di far stazionare i pazienti con sospetto Covid nel pronto soccorso di Alzano Lombardo, fino all’arrivo dell’esito del tampone. L’ordine, in pratica, è quello di non trasferire in nessun altro ospedale della provincia di Bergamo e nemmeno nei reparti del “Pesenti Fenaroli” nessun paziente fino all’arrivo della diagnosi accertata di Covid. Una diagnosi che sappiamo può tardare anche 48 ore prima di arrivare. Questa indicazione “assurda” e “contraria a qualunque protocollo” è sottolineata anche dallo stesso direttore sanitario Marzulli in una disperata lettera datata 25 febbraio in carta intestata  alla direzione di Seriate, che noi di TPI abbiamo pubblicato in esclusiva.

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Nella lettera su carta intestata si legge: “Presso il Pronto Soccorso stazionano tre pazienti senza che vengano accolti né dall’ospedale di Seriate né da altre strutture aziendali … È evidente che in queste condizioni il Pronto Soccorso di Alzano Lombardo non può rimanere aperto”. Ad Alzano è stato chiesto in un primo momento di attendere l’esito del tampone sui 3 pazienti. “Tale indicazione” – continua la lettera del direttore dell’ospedale di Alzano – “è assurda (ed uso un eufemismo) in quanto come noto i tempi di refertazione sono mediamente intorno alle 48 ore e ciò vuol dire far stazionare tali pazienti per 48 ore presso il Pronto Soccorso di Alzano Lombardo, cosa contraria a qualunque protocollo e anche al buon senso”. La lettera si conclude con la richiesta di un intervento urgente dopo che, una volta sollevata l’assurdità della disposizione, in un secondo momento era stato comunicato che il problema era diventato “la mancata disponibilità di posti letto”.

Le domande senza risposta

“Siamo arrivati a una saturazione totale abbastanza in fretta, abbiamo dovuto mettere i pazienti nei corridoi, nella shock room, non sapevamo più dove sistemarli – racconta l’infermiera del pronto soccorso, che sulla catena di comando ha però un’idea ben precisa – qui ad Alzano è solo uno che può decidere ed è il direttore sanitario (Marzulli ndr). Se il direttore sanitario riceve degli ordini da gente che non è lì sul posto, ma che è dietro a una scrivania, può sempre decidere di non ubbidire. È come se un mio superiore mi chiedesse di dare del cianuro a un paziente, ecco io non lo faccio, perché altrimenti il paziente muore. Marzulli doveva rifiutarsi di eseguire gli ordini di Seriate, doveva prendere tempo e stabilire dei percorsi, isolare tutti, fare i tamponi e dire: quando avremo un percorso sicuro riapriremo”.

A chi tocca l’ultima parola? Quanto era informata la Regione Lombardia di questa situazione? Da cinque giorni chiediamo una intervista al presidente Fontana, ma veniamo rimbalzati quotidianamente. Quello che è certo è che nessuno, tra direzioni generali, sanitarie e assessorato al welfare può considerarsi immune da responsabilità. La sanità è competenza regionale. L’ospedale di Alzano Lombardo andava chiuso e sanificato, i pazienti, i famigliari e il personale sanitario andavano isolati e diagnosticati. Lo doveva disporre la Regione Lombardia. Per chiudere l’ospedale di Codogno e cinturare tutta la zona attorno è bastato un solo paziente positivo. Si è chiuso tutto in un solo giorno. Idem nel Veneto, a Mira e a Padova. Ma mentre l’Italia era concentrata su Codogno, come ha detto anche il professor Rezza dell’ISS in un’intervista al nostro giornale, a pochi chilometri di distanza era già attivo un altro focolaio micidiale, quello di Alzano Lombardo. Nessuno si è preoccupato di fermarlo. Migliaia di persone sono morte. Il più giovane ieri nella bergamasca, un uomo di 36 anni. A poco a poco stiamo ricostruendo la catena di comando che ha portato a questa strage che, ci auguriamo, trovi presto i suoi responsabili.

L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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