Quelle migliaia di vittime che potevamo risparmiarci con la zona rossa ad Alzano e Nembro: i dati che certificano una tragedia

I numeri parlano chiaro: quel ritardo nella chiusura della Zona Rossa nella provincia di Bergamo ha portato a un esagerato incremento di decessi. Un disastro colposo che poteva essere evitato

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 6 Apr. 2020 alle 17:00 Aggiornato il 8 Apr. 2020 alle 15:12
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Immagine di copertina
Illustrazione: Emanuele Fucecchi

Una vertiginosa impennata. Un balzo imperdonabile in avanti nel numero di morti. La provincia di Bergamo, è la zona più colpita dal Coronavirus: a Nembro nei primi 21 giorni di marzo si è registrato il 1000 per cento in più di morti rispetto al 2019. Nella vicina Alzano Lombardo si è arrivati a + 1022 per cento. Con un picco massimo nel piccolo comune di San Pellegrino Terme, con un incremento del 2000 per cento. È una mortalità dell’1 per cento dell’intera popolazione di quei comuni, più alta di quella riscontrata a Wuhan, in Cina, e più alta che in qualsiasi altra parte del mondo.

Fa paura  scorrere lo sguardo sui numeri dei decessi totali raccolti dall’Istat. E ci si rende conto che c’è un peccato originale, una falla nei primi giorni del contagio, quelli cruciali, quelli in cui era ancora possibile fermare, o almeno rallentare, il disastro in Lombardia.

Il peccato originale

Facciamo un passo indietro. L’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, durante la conferenza pubblica del 6 marzo annuncia: “Tre giorni fa (il 3 marzo) l’Istituto Superiore di Sanità ha formulato una richiesta precisa al governo sull’istituzione di una zona rossa nei comuni di Nembro e Alzano Lombardo“.

In effetti, il 2 marzo l’Istituto superiore di sanità (Iss) aveva stilato una nota – che noi di TPI abbiamo rivelato in un’inchiesta esclusiva a firma di Francesca Nava – in cui proponeva la creazione di una “zona rossa” per isolare il “cluster” infettivo di Alzano e Nembro. La Regione, che avrebbe potuto deliberare subito, ha aspettato le decisioni del governo. Il governo decide però solo sei giorni dopo, l’8 marzo, con il decreto che dichiara tutta la Lombardia “zona arancione” e blocca 11 milioni di persone.

Ma che cosa succede prima di quel 2 marzo? La crisi inizia domenica 23 febbraio. All’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, Val Seriana, 6 chilometri da Bergamo, dove vengono accertati due casi positivi di Covid-19. Nei giorni precedenti era scoppiato il primo focolaio a Codogno, in provincia di Lodi, che era però stato subito chiuso dal governo, d’intesa con la Regione, in una “zona rossa”. Ad Alzano non si chiude niente. L’ospedale viene fermato solo per poche ore. Nessuna sanificazione, nessun percorso differenziato per chi ha i sintomi del virus. Nessun tampone. L’idea dietro di far sembrare che “sia ancora tutto normale”. Mentre il contagio continua.

È proprio qui il peccato originale. Perché la Regione non è intervenuta? I pazienti dimessi dall’ospedale, i loro famigliari, i medici, gli infermieri, i cittadini di Alzano sono lasciati andare in giro a diffondere il virus. Le fabbriche restano aperte. Aperti gli impianti sciistici della vicina Valbondione. L’ospedale diventa una bomba microbiologica. Si ammalano il primario, i medici, gli infermieri, fino ai portantini. Si ammalano i pazienti dimessi e tornati a casa, si ammala chi entra ricoverato per una frattura ed esce infetto. l presidente Attilio Fontana e l’assessore Gallera temporeggiano.

Risultato: i malati crescono a dismisura e i morti sembrano quelli di una guerra.

I dati: le conseguenze di un disastro colposo

Per capire le conseguenze di questa grave mancanza, bisogna analizzare i dati. I numeri divisi per comune sottolineano come, tra i territori con più alta incidenza di contagi (cioè la provincia di Bergamo e quella di Lodi), quelli che hanno optato per l’isolamento completo siano riusciti a contenere i contagi. Ad Alzano Lombardo e Nembro i numeri sono impressionanti.

Prima di tutto quelli utili sono i dati dell’Istat, ovvero quelli che considerano tutti i decessi. Quindi non solo quelli per Covid-19 annunciati dalla Protezione Civile nel bollettino quotidiano, ma ogni singola salma conteggiata in quel determinato paese. La differenza nel comune di Bergamo, come si vede dal grafico, è abissale. Dal 1 gennaio a fine marzo, nel comune di Nembro risultano per esempio solo 31 morti per Coronavirus, ma 158 morti totali. Amministratori locali, medici di famiglia e operatori di RSA (case di cura per persone non autosufficienti) e residenze per anziani sono tutti concordi nel dire che i numeri ufficiali oggi non rappresentano la realtà.

Perché ci sono così tante morti sommerse? Questo dipende dai tamponi, che spesso non vengono fatti post-mortem. Le autorità sanitarie locali non solo non riescono a testare tutti i casi sospetti, ma persino i casi sintomatici e gravi. Soltanto il 18 marzo ad Alzano sono morte otto persone nelle loro abitazioni o in casa di riposo, senza aver ricevuto il tampone, lo stesso numero di decessi che normalmente si verifica in un mese.

coronavirus alzano nembro

Addirittura, secondo l’analisi svolta da InTwig, società bergamasca di data management e comunicazione ripresa anche dal New York Times per i dati sulla pandemia, a Bergamo e provincia si può stimare che i morti per Covid19 siano stati 4.500  e i contagiati 288mila nel solo mese di marzo 2020, ovvero il 26 per cento degli abitanti (1 su 4) con punte non solo in Val Seriana (46 per cento) ma in Val Bremana (46 per cento), nei laghi (35 per cento) e nell’area urbana di Bergamo (30 per cento).

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Considerando quindi d’ora in poi i dati Istat, se si guardano le cifre divise per settimana da gennaio a fine marzo, si vede che ad Alzano Lombardo, paese di soli 13.855 abitanti,  ci sono stati dall’1 al 13 gennaio 7 morti, poi una media di 3 morti fino al 29 febbraio 2020. Poi il triste e incredibile incremento: dal 1 al 7 marzo 25 decessi, dall’8 al 14 marzo 27, dal 15 marzo al 21 marzo 31 morti. A Nembro a inizio gennaio le persone scomparse erano 8, poi 5, 4, 3, 2… Fino alla settimana dal 1 al 7 marzo con 34 morti, Poi 60 decessi dall’8 al 14 marzo e 29 dal 15 al 21 marzo.

Mentre Alzano e Nembro continuavano a rimanere aperti, da sabato 22 febbraio dieci comuni del basso Lodigiano venivano ufficialmente chiusi in entrata e in uscita, con controlli serrati da parte delle forze dell’ordine e, quando necessario, anche dell’esercito. Si tratta dei comuni di Codogno, Casalpusterlengo, Fombio, San Fiorano, Castiglione D’Adda, Bertonico, Maleo, Somaglia, Castelgerundo e Terranova de’ Passerini. Prendendone due tra i più rappresentativi, cioè Codogno e Casalpusterlengo, dai dati dell’Istat si vede come l’incidenza dei morti dopo la chiusura a zona rossa abbia una curva discendente rispetto a quella di Alzano e Nembro.

Visto che questi comuni non hanno lo stesso numero di abitanti (Alzano ne ha 13.855, Nembro 11.526, Codogno 15.991 e Casalpusterlengo 15.293) per dare un’unità di misura più veritiera, abbiamo calcolato i morti ogni 1000 abitanti. E dal grafico che ne viene fuori, si nota chiaramente che Alzano e Nembro sono gli unici due comuni dove dalla prima settimana di marzo in poi l’indice dei morti sale invece che scendere o diventare stabile.

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Vediamo ora le differenze dal 2019. Ad Alzano tra 1 e 21 marzo 2020 si sono registrati 83 morti, mentre nello stesso periodo dello scorso anno ce n’erano stati solo 8: si tratta di un incremento del 1022 per cento. Nel piccolo comune di Nembro, di 11mila anime, a marzo 2020 sono decedute 121 persone, 110 in più rispetto allo stesso periodo nel 2019, 1000 per cento di incremento.

Codogno, per esempio, ci sono stati tra 1 e 21 marzo 87 morti ed erano 15 nel 2019, un aumento del 480 per cento. O ancora, Casalpusterlengo ha contato 32 morti nel 2020 e 14 morti nel 2019: un incremento del 128 per cento. Sempre alto certo, ma minore rispetto alla Val Seriana.

Altro dato interessante: capire come Alzano e Nembro siano stati effettivamente l’epicentro della provincia di Bergamo. Le curve di Nembro e Alzano Lombardo schizzano con circa 14 giorni di anticipo rispetto a Bergamo. Il dato in esame sono il numero di morti totali (anche quelli non contagiati dal Covid-19) rispetto alla media dei morti negli ultimi 5 anni. Si tratta di variazioni percentuali e a Nembro arrivano nella seconda settimana di marzo a un +1775 per cento rispetto alla media dei 5 anni precedenti. I dati di Bergamo crescono con percentuali a tre cifre ma in ritardo di circa 14 giorni. Esattamente quelle due settimane di incubazione in cui migliaia di contagiati hanno continuato a circolare liberamente a causa della mancata chiusura dei due comuni.

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Troppo tardi

In Val Seriana l’epidemia ha raggiunto il picco circa una settimana dopo la mancata decisione di attuare la zona rossa, quando nel bollettino ufficiale i contagiati confermati a Nembro erano circa 200 e ad Alzano Lombardo quasi 100.

La Fondazione Gimbe, organo indipendente di ricerca e informazione in ambito sanitario,  scrive che “i numeri dimostrano che abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza: dall’assenza di raccomandazioni nazionali a protocolli locali assenti o improvvisati; dalle difficoltà di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (DPI), alla mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari; dalla mancata formazione dei professionisti in ambito medico, all’informazione alla popolazione”. Attività previste dal ”Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006 e indicazioni previste anche dall’Oms. Tutte attività ignorate.

Al momento per le responsabilità di questa mancata chiusura è in corso un fervente scarica-barile tra comuni, Regione e governo. I sindaci dicono: “Noi eravamo pronti per chiudere. La decisione doveva essere di Governo e Regione. Dovevano dare maggior peso alle valutazioni tecniche-epidemiologiche dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità) che dicevano che era opportuno fare anche qui una zona rossa”. Il governatore Fontana si rivolge a Conte e l’esecutivo a sua volta punta il dito contro la Regione Lombardia.

Bastava chiudere – ma molto prima – un’area di soli 25 mila abitanti. Bastava chiudere in quei dieci giorni cruciali, tra il 23 febbraio, quando il contagio inizia a diffondersi nella Bergamasca, e il 2 marzo, quando l’Iss chiede la “zona rossa” ad Alzano. Non è stato fatto: per non fermare le fabbriche e le attività produttive della zona, per non bloccare quasi 4 mila lavoratori, 376 aziende, un fatturato di 680 milioni. Una scelta politica per la quale a rimetterci la vita sono state tante, troppe, persone.

*** Hanno collaborato all’elaborazione dei dati Camille Aneris e Riccardo Appino

L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura di Alzano e Nembro per punti:

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