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Covid, la perizia di Crisanti: la zona rossa in Val Seriana avrebbe potuto salvare 4mila vite

Immagine di copertina
Credit: Ansa

Come rivelato dall’Ansa il 14 gennaio scorso, «la tempestiva applicazione della zona rossa nella bergamasca avrebbe potuto evitare tra le 2mila e le 4mila vittime». Vale a dire: avrebbe determinato una riduzione della mortalità tra il 40 e il 70% . Questo il primo dato choc dello studio (di 90 pagine, con 12mila pagine di allegati) depositato dal consulente tecnico della Procura di Bergamo, il microbiologo Andrea Crisanti, che risponde a cinque quesiti dei pm. Sulla solidità scientifica di questo studio si decideranno le sorti del procedimento penale in corso sulla presunta epidemia colposa. «Questi calcoli vanno contestualizzati», ci racconta Crisanti in un’intervista esclusiva. «Anticipando la zona rossa diminuiscono i morti, questo è chiaro. La zona rossa è stata calcolata per tutta la Val Seriana, non solo per Alzano e Nembro. Il problema non è anticipare la chiusura, ma dimostrare se all’epoca dei fatti esistesse la consapevolezza della gravità della situazione e delle conseguenze anche di scelte alternative alla mancata chiusura di quell’area. Ho fornito gli elementi». Naturalmente le valutazioni sul piano penale le faranno i pm e i giudici se ci sarà un processo, dal momento che per ora siamo ancora nella fase istruttoria. Quello che sappiamo è che in quelle migliaia di pagine di consulenza ci sono le risposte alle domande cruciali che si pone chi vuole conoscere la verità: la Procura, ma soprattutto i cittadini.

Nesso causale

La risposta più attesa di questa consulenza tecnica è senz’altro quella inerente alla dimostrazione dell’esistenza o meno del cosiddetto “nesso eziologico”, vale a dire la relazione di causa-effetto che deve sussistere fra il fatto illecito (ad esempio la mancata zona rossa in Val Seriana, il mancato tracciamento e isolamento dei casi Covid o la mancata applicazione del piano pandemico, laddove risulti che quelle condotte e quelle azioni fossero obbligatorie per le autorità preposte) e il danno (l’incremento della mortalità, causato dall’evento epidemia in seguito alla violazione di quegli obblighi di legge), affinché vi sia responsabilità in capo all’autore del fatto stesso. «È chiaro che il virus si è diffuso non notato attraverso la popolazione», afferma Crisanti. «Se all’epoca dei fatti fosse emerso che c’era un numero così elevato di pazienti infetti all’interno dell’ospedale di Alzano sicuramente le autorità regionali e il ministero avrebbero avuto dei dati a disposizione per poter prendere delle decisioni più drastiche». Decisioni che non sono state prese. E a proposito di mancata zona rossa in Val Seriana, val la pena ricordare le parole dell’allora coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico (Cts), Agostino Miozzo, che in un’intervista a Repubblica del 5 settembre 2020 dichiara che «chiudere quell’area significava fermare un polmone economico del Paese. Forse avremmo salvato qualche vita, ma è facile sentenziare col senno di poi». «Non so da dove Miozzo prenda gli elementi per fare queste dichiarazioni», risponde Crisanti. «Non posso commentarle. Miozzo esprime una sua personale valutazione, io non esprimo valutazioni, ma rispetto a lui ho il privilegio di aver avuto accesso a più informazioni».

Nemico pubblico

Il professor Andrea Crisanti è divenuto personaggio pubblico con la pandemia per aver adottato nella prima fase di emergenza sanitaria una strategia vincente per il contenimento del virus in Veneto. Il Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova, che dirige da oltre due anni, ha messo a punto un kit diagnostico per rilevare la presenza del Covid-19 a partire dall’inizio di febbraio 2020. Eppure, durante la seconda ondata della pandemia, Crisanti è stato denunciato proprio da Regione Veneto per aver criticato l’uso massiccio di tamponi rapidi, meno sensibili di quelli molecolari. Ironia della sorte, non solo poche settimane fa il microbiologo si è visto archiviare il fascicolo dalla Procura di Padova, che gli ha riconosciuto un legittimo esercizio del diritto di critica ma – come rivelato da Andrea Tornago su L’Espresso – la Procura ha anche trasmesso gli atti alla Corte dei Conti perché valuti le spese legali sostenute da Azienda Zero (l’ente di governance della sanità regionale veneta), considerato che «nella presentazione dell’esposto appaiono utilizzate finanze pubbliche».

Peraltro non è la prima volta che il virologo più famoso d’Italia finisce nell’occhio del ciclone. È capitato anche alcuni mesi fa in seguito alla notizia del suo acquisto di una villa palladiana del Seicento sui Colli Berici, a San Germano dei Berici, in provincia di Vicenza: una dimora storica che viene attribuita a Vincenzo Scamozzi. Si chiama Villa Priuli Custoza: 15mila metri quadrati e sette bagni. In questo caso l’accusa che viene rivolta al professor Crisanti è di essersi arricchito con il Covid: «Frutta bene la pandemia», è il leitmotiv dei post sul web.

Ma quali guadagni?

Sin dall’inizio delle sue apparizioni televisive, in cui ha sempre invocato la massima prudenza andando anche controcorrente, Crisanti è stato additato per una serie di presunti misfatti, tra cui quello di essere finanziato da Bill Gates e di essere quindi colluso con i “poteri forti”. Semplici illazioni che però meritano un breve approfondimento. Richiederebbe troppo spazio elencare qui gli incarichi professionali, le pubblicazioni internazionali e le scoperte scientifiche del professor Crisanti relativi al periodo precedente la pandemia. Ecco perché ci limiteremo ad entrare nello specifico dell’ultima accusa che gli viene rivolta: quella di aver fatto i soldi, e quindi di essersi potuto comprare una villa milionaria, grazie alla “notorietà” che il Covid gli ha fatto guadagnare.

Crisanti ha alle spalle una carriera professionale di oltre 40 anni e il suo prestigio nella comunità scientifica precede lo scoppio della pandemia, grazie anche alla paternità di 15 brevetti su tecnologie relative allo sviluppo di test diagnostici (tra cui rivoluzionarie tecnologie di controllo genetico di insetti dannosi) e alla creazione di diverse startup biotecnologiche realizzate con l’Imperial College (che immaginiamo abbiamo fruttato anche legittime entrate economiche, oltre al prestigio internazionale). Secondo il professore, tuttavia, coloro che lo attaccano «non sono maligni, ma persone che pensano che il successo professionale non avvenga per merito, ma perché hai evaso o sei legato a determinate reti politiche». «Queste sono spie di un gravissimo malessere sociale», osserva Crisanti. «Questa polemica non dice nulla sulla mia casa, ma dice molto sul grado di sofferenza dell’Italia». Venendo al merito delle accuse che gli vengono rivolte, il microbiologo puntualizza: «Ho sempre rifiutato qualunque compenso legato alla pandemia, ho fornito consulenze gratuite a industrie piccole, medie, alcune anche grandissime. Questa è sempre stata una mia prassi, ma in epoca Covid ne ho fatto una disciplina. Alcune di queste ditte hanno liberamente deciso di elargire delle donazioni al dipartimento che dirigo da due anni a questa parte».

Abbiamo contattato la segreteria del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova per cercare un riscontro fattuale: «Sono state elargite donazioni al vostro dipartimento a favore della ricerca per il professor Crisanti? E se sì, su quali progetti sono state destinate queste donazioni?», abbiamo chiesto. La risposta è stata questa: «Il Dipartimento di Medicina Molecolare ha ricevuto donazioni a favore della ricerca per il prof. Crisanti per circa 400.000 euro destinate interamente alle ricerche per il Covid19». Crisanti, peraltro, da quando ha assunto il ruolo di direttore, si è speso affinché i borsisti del suo dipartimento venissero pagati con cifre dignitose e avessero un minimo salariale che corrisponda a uno stipendio adeguato. Anche su questo punto la segreteria del dipartimento conferma «che il prof. Crisanti, in qualità di direttore, ha proposto al Consiglio di Dipartimento di deliberare un compenso minimo per i borsisti, pari al compenso che riceve un dottorando di ricerca e il Consiglio ha deliberato a favore». Fine delle polemiche.
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L’INCHIESTA DI TPI SULLA MANCATA CHIUSURA DELLA VAL SERIANA PER PUNTI:

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