Mancata zona rossa Alzano e Nembro, o Conte sapeva e non ha agito oppure il Cts non serve a nulla

Di Francesca Nava
Pubblicato il 8 Ago. 2020 alle 15:32 Aggiornato il 8 Ago. 2020 alle 16:19
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C’è un fatto cruciale di tutta questa vicenda sulla mancata zona rossa in Val Seriana che fa raggelare il sangue nelle vene: come è possibile che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non fosse a conoscenza del verbale n. 16 del 3 marzo, nel quale il Comitato Tecnico Scientifico raccomandava di istituire una zona rossa nei comuni di Alzano Lombardo e di Nembro? L’informazione sulla sua mancata ricezione in tempo reale di quel verbale ce la riferisce il Corriere della Sera, rivelando indiscrezioni sull’audizione di Conte davanti ai Pm e trapelate dalla Procura di Bergamo. A questo punto, però, ci poniamo questa domanda: come poteva Conte non aver ricevuto quel verbale dal momento che in una “nota di chiarimento” che Palazzo Chigi ha inviato alla sottoscritta il 6 di aprile (pubblicata quel giorno stesso da TPI) (Qui la nota integrale) troviamo un passaggio che sembra smentire questa informazione? Ecco il virgolettato testuale che pubblichiamo oggi per la prima volta: “Nel tardo pomeriggio di martedì 3 marzo 2020, al Comitato tecnico-scientifico, riunito presso la sede della Protezione Civile, giungevano i dati epidemiologici relativi all’andamento del contagio nella regione Lombardia e, in particolare, quelli riguardanti due comuni della provincia di Bergamo (Alzano Lombardo e Nembro). Ciascuno dei due comuni aveva fatto registrare oltre 20 casi, ritenuti con molta probabilità ascrivibili a un’unica catena di trasmissione. Sulla base di quei dati, il Comitato proponeva di adottare ulteriori misure restrittive analoghe a quelle già adottate per i comuni della cosiddetta “zona rossa”, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue. Il Comitato si riservava, inoltre, un continuo monitoraggio della situazione epidemiologica nelle grandi città”.

Ci chiediamo ora: Conte, davanti ai Pm, ha forse negato anche di essere a conoscenza di questa nota? Di tale relazione di Palazzo Chigi, che rispondeva a miei precisi interrogativi rispetto a chi spettasse istituire una zona rossa, se Governo o regione Lombardia, ricorderete il titolo che ci fecero tutti i media nazionali: “Conte scarica Fontana, la zona rossa poteva farsela da solo”. Tuttavia, in quella nota – oltre a questo patetico scarica barile – l’elemento che oggi salta all’occhio è proprio quello sopracitato relativo al verbale del Cts del 3 marzo. Un verbale, che di fatto accoglieva pienamente la nota riservata dell’Istituto Superiore di Sanità e il cui contenuto è stato rivelato per la prima volta in esclusiva proprio da TPI a fine marzo.

Ieri Conte in conferenza stampa ci fa sapere che viene a conoscenza di questo rapporto del Comitato Tecnico Scientifico il 5 marzo, due giorni dopo, perché solo quel giorno perviene al segretario generale della Presidenza di Chigi il verbale n.16 del Cts. Il premier spiega che a margine del consiglio dei ministri di quello stesso giorno (5 marzo ndr), fermandosi con i ministri competenti, fa con loro una valutazione su questa proposta di adottare delle misure più drastiche, una cintura rossa, per i comuni di Alzano e Nembro, che sono vicini a Bergamo. “A quel punto – fa sapere Conte – maturiamo la convinzione che sia opportuna una interlocuzione con il Cts”. E qui ci chiediamo: perché il premier Conte, investito di poteri eccezionali per agire con tempestività e urgenza, si prende altro tempo per intervenire e agire, dopo aver letto – in ritardo – un verbale contenente informazioni vi-ta-li? A che cosa servono i pieni poteri, se alla fine si lascia passare tutto questo tempo prima di intervenire? In Val Seriana e in tutta la provincia di Bergamo, lo ricordiamo, in quei giorni gli ospedali erano già al collasso e i malati di Covid-19 arrivavano a ondate nei pronto soccorsi.

In conferenza stampa Conte prosegue, dicendo: “Vi spiego anche perché. Non eravamo più nella situazione originaria – vi ricordate la cintura rossa che abbiamo introdotto per i comuni del lodigiano e di Vo’ Euganeo? Quando l’abbiamo introdotta pensavamo addirittura che i focolai fossero solo lì, poi abbiamo scoperto invece che si stava diffondendo altrove, tant’è che già il giorno 3, poi il 4 e il 5 (marzo ndr) c’era una situazione epidemiologica diffusa nei vari comuni della Lombardia e delle provincie più direttamente confinante. A questo punto, a margine di quel consiglio dei ministri del giorno 5 abbiamo convenuto sull’opportunità di chiedere un approfondimento al Cts. Lo chiede il ministro della Salute al professor Brusaferro (presidente dell’Istituto Superiore della Sanità ndr), che molto velocemente la sera del giorno 5 elabora un parere, lo manda al ministro della Salute, il quale ormai a notte inoltrata lo manda anche e me. A notte inoltrata io e il ministro della Salute ci confrontiamo. All’indomani il Ministro della Salute era a Bruxelles per un incontro con altri Ministri della Salute. Gli anticipo che sarei andato io al Cts e quindi alla Protezione Civile per confrontarmi con gli esperti del Cts. Avevamo predisposto tutto per la zona rossa, ma avevamo comunque un dubbio: in una situazione ormai compromessa dal punto di vista della curva epidemiologica, che senso ha introdurre una cintura rossa solo per Alzano e Nembro? L’indomani io mi reco alla Protezione Civile, dialogo per qualche ora con gli esperti del Cts, con me c’è anche il segretario generale della Presidenza del Consiglio e pongo questa questione: ma non è forse il caso di pensare già a misure più radicali? Da questo dialogo nasce un supplemento di riflessione del Cts, il quale attenziona un fatto nuovo. La mattina del 6 marzo, a questo punto, dispone dei dati del 5 e aggiorna ancora una volta i dati, perché costantemente veniva aggiornata la curva epidemiologica. A quel punto lì io mi allontano, li lascio liberi di valutare le loro posizioni, loro le rivedono e si convincono che sia necessario adottare misure più restrittive. Il parere del Cts è del 7 marzo. In poche ore, ricevuto il parere, ci confrontiamo con i ministri competenti, coi presidenti di tutte le regioni, con gli amministratori degli enti locali ed io personalmente qui tra le due e le tre di notte firmo dopo tutto questo processo decisionale complesso il Dpcm zona rossa per tutta la Lombardia e per le provincie collegate, quindi una misura più radicale”.

Questo “processo decisionale complesso”, signor Presidente, implica anche la ricezione delle informazioni degli esperti sulla Val Seriana con due giorni di ritardo?

Come è possibile che un rapporto così fondamentale per le vite delle persone sia arrivato sul tavolo del nostro premier 48 ore dopo? Delle due l’una: o il Presidente Conte è smemorato oppure c’è da chiedersi come funzioni davvero questo processo decisionale e soprattutto la comunicazione tra il Cts e la Presidenza del Consiglio. Ritengo gravissima, da lombarda innanzitutto e da cittadina italiana, la circostanza che ha portato – con un ritardo di 48 ore – informazioni di così vitale importanza a conoscenza di chi in quei giorni aveva il potere di prendere decisioni cruciali per le sorti di tutto il paese. La mia non è semplice indignazione, ma diventa seria preoccupazione, dal momento che si fa sempre più concreta la possibilità che anche in Italia torni una seconda ondata pandemica in autunno. E allora c’è da chiedersi come agisca il governo, con quali modalità e quali tempistiche, ma soprattutto, a che cosa servano le raccomandazioni degli esperti e degli scienziati nominati ad hoc per consigliare la politica sulle decisioni da prendere, se poi non vengono lette le loro richieste in tempo reale e arrivino sul tavolo del governo con tale ritardo. Passi la discrezionalità delle decisioni della Presidenza del Consiglio, ovvero il “cosa” (che deve tenere insieme esigenze sanitarie, economiche e sociali) ma resta dirimente il tema del “come” e del “quando”.

Non possiamo accettare che le informazioni vengano trasmesse con un tale imperdonabile ritardo e soprattutto che siano usate per giustificare misure “più radicali”, perché ormai era “troppo tardi”, misure che di fatto sono state più radicali solo a livello di estensione territoriale (con il lockdown del 9 marzo), ma non lo sono state a livello locale. Poiché, lo ricordiamo a futura memoria, in Lombardia non venne mai fatta una zona rossa, nemmeno dopo la richiesta messa per iscritto dal Cts. In Lombardia l’8 di marzo venne creata una grande zona arancione, che lasciò aperte le fabbriche e le attività produttive, consentendo la circolazione di milioni, mi-lio-ni di lavoratori, che fino al 23 marzo sono stati autorizzati a spostarsi all’interno e al di fuori dei comuni lombardi, all’interno e al di fuori della regione più industrializzata d’Italia e più infetta d’Europa.

Non solo, in tutta questa vicenda, che chiama in causa la trasparenza del governo e della politica nel suo insieme, tocca infine evidenziare un ultimo importante elemento: i 5 verbali consegnati dalla Protezione Civile alla Fondazione Einaudi, dopo un ricorso accolto dal Tar del Lazio, erano prodromici all’emanazione dei Dpcm e non erano qualificabili come “atti amministrativi generali”, come invece sostenuto nella memoria difensiva da Presidenza del Consiglio dei ministri e Dipartimento della Protezione Civile. Nella sentenza il Tar del Lazio spiega che “la ratio dell’intera disciplina normativa dell’accesso impone di ritenere che se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività”. Che cosa significa questo? Come giustamente fanno sapere gli avvocati della Fondazione Einaudi, quegli atti non possono restare riservati e per questo sarebbe bene che ora il governo decidesse autonomamente di rendere pubblici anche tutti gli altri atti (integrali e senza omississ) senza bisogno che qualcuno glieli chieda. “Atti – come dice chiaramente la Fondazione Einaudi – su cui non è mai stato opposto alcun segreto di Stato. Sarebbe un gesto di trasparenza”.

Poche chiacchiere, signor Presidente, spiegateci il perché di questo micidiale ritardo. Fateci vedere tutto. TPI lo chiede da mesi. Gli italiani hanno il diritto di sapere.

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L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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