Conte sapeva: ecco la nota integrale del premier a TPI che dimostra che era stato informato già il 3 marzo

Di Francesca Nava
Pubblicato il 8 Ago. 2020 alle 15:10 Aggiornato il 8 Ago. 2020 alle 17:53
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Il 27 marzo 2020 ho inviato una email all’ufficio stampa di Palazzo Chigi. Si trattava di una accorata richiesta di informazioni e delucidazioni sul processo decisionale che ha portato a non creare una zona rossa in Val Seriana. In particolare, rivolgendomi al Presidente Conte, chiedevo di spiegarmi a chi spettasse la decisone di mettere in sicurezza i Comuni di Alzano e Nembro e perché questo non fosse stato fatto. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi mi rispondeva il 6 di aprile, inviandomi via WhatsApp una “nota di chiarimento” contenente una serie di informazioni, tra cui l’esistenza del famoso verbale del Cts del 3 marzo. Il premier Conte quella sera stessa confermava durante una conferenza stampa il contenuto di quella nota alla giornalista di TPI Veronica di Benedetto Montaccini. (Al minuto 25,20 del video qui sotto Conte risponde alla nostra giornalista: “Come lei ha ricordato di fronte alla richiesta di chiarimento del suo giornale io ho articolato una nota molto puntuale con cui ho ricostruito quei giorni”). Dunque Conte era a conoscenza di quella nota e, immaginiamo, anche del verbale del 3 marzo.

Mancata zona rossa Alzano e Nembro, o Conte sapeva e non ha agito oppure il Cts non serve a nulla (di Francesca Nava)

Ecco la nota integrale che Conte inviò a TPI

“In data 3 marzo 2020 era in vigore il decreto del Presidente del Consiglio del 1° marzo, che prevedeva misure di contenimento diversificate nel territorio nazionale: nella cosiddetta “zona rossa”, comprendente dieci comuni della Lombardia e un comune veneto, erano vigenti misure di massimo contenimento, tra le quali il divieto di accesso e di allontanamento; la cosiddetta “zona arancione”, comprendente il restante territorio delle regioni Lombardia e Veneto, nonché l’intero territorio della regione Emilia Romagna e delle province di Pesaro Urbino e Savona, era sottoposta a misure di contenimento di tipo diverso; infine, a tutto il territorio nazionale si applicavano misure di informazione e prevenzione.

Nel tardo pomeriggio di martedì 3 marzo 2020, al Comitato tecnico-scientifico, riunito presso la sede della Protezione Civile, giungevano i dati epidemiologici relativi all’andamento del contagio nella regione Lombardia e, in particolare, quelli riguardanti due comuni della provincia di Bergamo (Alzano Lombardo e Nembro).

Ciascuno dei due comuni aveva fatto registrare oltre 20 casi, ritenuti con molta probabilità ascrivibili a un’unica catena di trasmissione. Sulla base di quei dati, il Comitato proponeva di adottare ulteriori misure restrittive analoghe a quelle già adottate per i comuni della cosiddetta “zona rossa”, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue. Il Comitato si riservava, inoltre, un continuo monitoraggio della situazione epidemiologica nelle grandi città.

Nella giornata di mercoledì 4 marzo, in ragione della generale evoluzione dell’epidemia e allo scopo di contrastare e contenere quanto più possibile il diffondersi del virus Covid-19, veniva intanto adottato un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, volto a introdurre misure ulteriormente restrittive sull’intero territorio nazionale, tra le quali la sospensione dell’attività didattica nelle scuole e nelle Università.

Con specifico riferimento alla proposta avanzata dal Comitato tecnico-scientifico relativa ai due comuni della Provincia di Bergamo, già assoggettati – a seguito dell’adozione del Dpcm del 1° marzo – a misure più restrittive rispetto a quelle applicate sull’intero territorio nazionale, il Presidente, in accordo con il Ministro della salute, interloquiva con i componenti del Comitato tecnico-scientifico al fine di approfondire le ragioni della richiesta di applicare il regime della “zona rossa” limitatamente ai comuni di Alzano Lombardo e Nembro.

Il quadro epidemiologico dei giorni 3 e 4 marzo, infatti, restituiva una situazione ormai critica in diverse aree della regione Lombardia. Come risultava dai dati comunicati dalla Protezione Civile, il contagio era ormai esteso nel territorio lombardo. Al 3 marzo a Bergamo risultavano 33 casi a Lodi 38, a Cremona già 76, a Crema 27, nel comune di Zogno 23, nel comune di Soresina e in quello di Maleo 19 e comunque in molti altri comuni della Lombardia si registravano numerosi casi di Covid-19.

Appariva pertanto necessario acquisire ulteriori elementi per decidere se estendere il regime della “zona rossa” a questi due soli comuni oppure, in presenza di un contagio ormai diffuso in buona parte della Lombardia (oltreché di altre aree limitrofe), estendere il regime della “zona rossa” all’intera Regione Lombardia e alle altre aree interessate.

A fronte della richiesta avanzata dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della salute, il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, professor Brusaferro, nella tarda serata di giovedì 5 marzo, rispondeva con una nota scritta, nella quale segnalava che, pur riscontrandosi un trend simile ad altri comuni della Regione, i dati in possesso (l’incidenza di nuovi casi e il loro incremento, nonché la stretta vicinanza a una città) rendevano opportuna l’adozione di un provvedimento volto a inserire i comuni di Alzano Lombardo e di Nembro nella cosiddetta “zona rossa”.

Il giorno successivo, venerdì 6 marzo, il Presidente del Consiglio dei ministri si recava nuovamente presso la sede della Protezione Civile, dove era presente il Comitato tecnico-scientifico, per assumere, in raccordo con il Ministro della salute impegnato in un incontro istituzionale a Bruxelles, una decisione definitiva in relazione alla questione del regime da adottare per i due comuni della provincia di Bergamo, in comparazione con le altre aree lombarde e limitrofe.

In quella sede, all’esito di una valutazione – anche comparata con altre aree del Paese – dei dati relativi ai contagi, maturava l’orientamento di superare la distinzione tra “zona rossa”, “zona arancione” e resto del territorio nazionale in favore di una soluzione ben più rigorosa, basata sul principio della massima precauzione, che prevedesse la distinzione del territorio nazionale in due sole aree: da una parte, l’intero territorio lombardo, oltre alle Province di altre Regioni, alle quali venivano riservate misure di massimo rigore (“zona rossa”); dall’altra, la restante parte del territorio nazionale, al quale si applicavano misure di contenimento meno rigorose.

Una scelta di questo tenore, di conseguenza, avrebbe determinato il superamento del regime speciale riservato a singoli comuni (la cosiddetta “zona rossa” per i dieci comuni lombardi e il comune veneto), nel presupposto che ormai la vastità del contagio imponeva un trattamento uniforme e ispirato al massimo rigore su tutto il territorio della regione Lombardia e nelle altre province più colpite (“zona rossa”).

Il comitato, rimasto in riunione per l’intera giornata di venerdì 6 marzo, concludeva i suoi lavori sabato 7 marzo, formulando una serie articolata di proposte per le aree più colpite.

La notte stessa del 7 marzo, sentite le Regioni e i Ministri interessati, veniva dunque adottato il decreto del Presidente del Consiglio, che reca la data di domenica 8 marzo, in quanto firmato nelle primissime ore del mattino, con il quale l’intera regione lombarda diventava “zona rossa”, in quanto l’intero territorio regionale veniva sottoposto a un regime uniforme di misure particolarmente restrittive, che, tra l’altro, disponevano: a) il divieto ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per  gli  spostamenti  motivati  da comprovate esigenze lavorative  o  situazioni  di  necessità, ovvero spostamenti per motivi di salute; b) ai soggetti con sintomatologia  da  infezione  respiratoria  e febbre (maggiore di 37,5° C) la forte raccomandazione  a rimanere presso il proprio domicilio; c) il divieto assoluto  di  mobilità  dalla  propria  abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena ovvero risultati positivi al virus;  d) la sospensione degli eventi e delle  competizioni  sportive e delle manifestazioni organizzate di ogni tipo; e) la chiusura degli impianti nei comprensori sciistici; f) la chiusura dei musei  e  degli  altri   luoghi  della cultura; g) la limitazione delle attività di ristorazione e bar dalle  6.00 alle 18.00; h) la chiusura, nelle giornate festive e prefestive, delle  medie  e grandi  strutture  di  vendita,  nonché  degli  esercizi  commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati; i) la sospensione delle  attività  di  palestre,  centri  sportivi, piscine, centri natatori, centri  benessere, centri  termali, centri culturali, centri  sociali,  centri ricreativi.

Quanto invece alle competenze e ai poteri della Regione Lombardia, si fa presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti ai sensi dell’articolo 32 della legge n. 833 del 1978, poteri peraltro espressamente richiamati sia dal decreto-legge n. 6 del 2020 sia dal più recente decreto-legge n. 19 del 2020.

A conferma di questo assunto, si rileva che la Regione Lombardia ha adottato – nel corso di queste settimane – varie ordinanze recanti misure ulteriormente restrittive, le ultime delle quali il 21, il 22 e il 23 marzo 2020.

In definitiva, non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al Governo nazionale o ad altre Autorità locali. Se la Regione Lombardia ritiene che la creazione di nuove zone rosse andava disposta prima, con riguardo all’intero territorio regionale o a singoli comuni, avrebbe potuto tranquillamente creare “zone rosse”, in piena autonomia.

Al pari di quanto hanno fatto altre Regioni, come il Lazio, la Basilicata e la Calabria, nei cui territori, con ordinanza, sono state create “zone rosse” limitatamente al territorio di specifici comuni”.

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L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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