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La mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro: le domande senza risposta

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 31 Mar. 2020 alle 13:01 Aggiornato il 1 Apr. 2020 alle 22:07
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Immagine di copertina

La nota tecnica dell’ISS

Prima del lockdown nazionale annunciato la sera del 9 marzo, le uniche zone rosse erano quelle di Codogno e degli 11 comuni del lodigiano. Ma una nota riservata dell’Istituto Superiore di Sanità – che noi di TPI abbiamo potuto visionare – evidenziava, già lo scorso 2 marzo, “l’incidenza di contagi da Covid-19 nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro, e anche in quello bresciano di Orzinuovi, raccomandandone l’isolamento immediato e la chiusura, con la creazione di una zona rossa come quella di Codogno”. Ciò tuttavia non è mai avvenuto. E tutt’oggi quell’area è il focolaio principale che ha fatto diventare Bergamo il lazzaretto d’Italia.

Le zone di Nembro e Alzano hanno 25 mila abitanti, 370 aziende, quattromila lavoratori e 680 milioni di fatturato all’anno. Nell’inchiesta realizzata in più parti da Francesca Nava abbiamo sottolineato come nella gestione di questa emergenza la macchina dello Stato si sia ancora una volta incagliata nel dilemma tra salute ed economia. Tra importanza della vita per tutti i cittadini, anche le fasce più deboli, e produttività.

Le prime conferme

La nota dell’ISS non è un’opinione, si tratta di una precisa indicazione nero su bianco. Durante le ultime settimane la Regione Lombardia e il Governo Conte si sono più volte rilanciati la palla delle responsabilità, senza dare però risposte.

Dopo l’inchiesta di TPI, il 26 marzo 2020 la Protezione Civile conferma che la nota riservata dell’ISS era stata letta e valutata dal comitato scientifico.

Poi, arriva una seconda conferma: la Regione e il governo sapevano. Come emerge dal filmato della conferenza stampa del 6 marzo scorso in Lombardia, l’assessore al Welfare Giulio Gallera dichiarava che l’Istituto Superiore di Sanità aveva formulato – tre giorni prima – una richiesta precisa al governo: chiudere Alzano Lombardo e Nembro. “Quando per la prima volta –  dice lo stesso Gallera – ci siamo confrontati con l’ISS tre giorni fa (il 3 marzo ndr) che aveva formulato una richiesta precisa al governo… Ecco se 3 giorni fa fosse arrivata questa risposta, si evitava un’incertezza. Traete voi le conseguenze”.

Le domande senza risposta

La protezione civile ha dato tre diverse spiegazioni, nelle diverse risposte alle domande poste da noi di TPI durante le quotidiane conferenze stampa per il bollettino delle 18. Eccole qui:

1. “Dopo Lodi non potevamo chiudere altre aree”. Ma l’ISS nella nota dice che quella chiusura era necessaria per la salute pubblica. Quindi perché “non potevano”?

2. “Di lì a poco il governo avrebbe preso un nuovo provvedimento”. Quel provvedimento arriverà però solo 1 settimana dopo, l’8 marzo e stringerà solo sui comportamenti individuali, non toccherà le aziende (per quelle passeranno altre 2 settimane). Ma soprattutto non isolerà i focolai, come era invece stato fatto con successo a Codogno e nel lodigiano.

3. “Le misure adottate dal governo sono state prese in ossequio ai principi di proporzionalità e adeguatezza”, ha detto a TPI il capo della protezione civile Borrelli. Purtroppo sono i decessi a smentire questa affermazione.

Perché quella nota dell’ISS è rimasta volutamente inascoltata? Di chi è esattamente la responsabilità della mancata chiusura a zona rossa? Con la conferenza stampa del 6 marzo, l’assessore Gallera ha messo le mani avanti e scaricato ogni responsabilità sul Governo? Eppure la Regione Lombardia avrebbe potuto agire e istituire la zona rossa. Chi ha fatto pressioni per lasciare quei comuni aperti, nonostante l’enorme rischio contagi? Queste domande non possono restare senza una risposta.

I precedenti: la Regione Lombardia non ascolta il grido d’aiuto

Non è solo la nota dell’ISS ad essere stata sottovalutata. Bisogna fare un ulteriore passo indietro per trovare un altro segnale della gravità dell’emergenza completamente ignorato dalla Regione.

Era il 22 febbraio quando Angelo Giupponi, direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (AREU) di Bergamo, inviava un’email all’assessorato al Welfare della regione Lombardia, diretto da Giulio Gallera. Il medico sottolineava “l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere”.

Solo il giorno prima, Mattia, 38enne di Codogno, era risultato positivo al tampone per il Coronavirus, e tutti gli sforzi della Regione erano concentrati sulla creazione della “zona rossa” in provincia di Lodi. Le vittime del virus in Italia erano ancora contenute (il 21 febbraio la prima vittima confermata del Coronavirus, Adriano Trevisan, morto in Veneto). Quel 22 febbraio, la risposta dei dirigenti regionali all’allarme lanciato da Giupponi, come raccontato dal medico stesso al Wall Street Journal, è stata: “Non dormiamo da tre giorni, non abbiamo voglia di leggere le tue cazzate”.

Le paure espresse dal dottor Giupponi appena un mese fa, oggi sono diventate realtà, come denunciato da TPI nell’inchiesta di Francesca Nava, che documenta come Bergamo è diventato il “lazzaretto” d’Italia.

Cosa è successo poi in provincia di Bergamo e Brescia

Il 4 marzo Bergamo ha infatti superato Lodi, con 817 contagi contro i 780 della zona rossa intorno a Codogno. Osservando la mappa del contagio a livello provinciale ci si accorge che il focolaio lombardo (il secondo dopo quello di Codogno) è divampato da una zona ben precisa in Val Seriana: sono proprio i due comuni di Alzano Lombardo e Nembro a detenere il triste record della più alta incidenza di contagi da coronavirus di tutta Europa.

Due settimane dopo la nota dell’ISS del 2 marzo, anche Brescia è diventata un pericoloso focolaio. Come racconta il sindaco Emiliano Del Bono in un’intervista a TPI, “I 900 morti registrati sono solo la punta dell’iceberg di un’emergenza che sta bussando alla porta di ogni famiglia della nostra provincia. I contagi e i decessi sono molti, ma molti di più”.

La situazione è drammatica: come abbiamo mostrato anche attraverso i nostri reportage, i bergamaschi e i bresciani non hanno più nemmeno una bara su cui piangere i propri cari, le pompe funebri sono in tilt, i feretri sono stipati nella chiesa del cimitero o dentro alle tendopoli montate fuori dagli ospedali, in attesa di essere cremati o sepolti in fretta e lontano dagli affetti. Sono almeno cento i medici di famiglia contagiati, centinaia gli operatori sanitari in quarantena e con la febbre. Negli ospedali i pazienti vengono ammassati dove capita, nell’atrio del pronto soccorso, in sala parto, nei corridoi.

Difficile fare valutazioni di eventi pregressi. E sicuramente le scelte da compiere in una situazione complicata come questa pandemia devono soppesare diversi equilibri. Ma se c’è una sola cosa che ha funzionato in questa emergenza, è la chiusura immediata di Codogno e degli 11 comuni del lodigiano. Quella chiusura che ad Alzano e Nembro non è mai avvenuta e che ha portato al disastro sanitario.

La storia per punti

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