Coronavirus, le mezze misure non bastano. Fermiamoci tutti (subito) o il sistema collasserà

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 11 Mar. 2020 alle 08:13 Aggiornato il 11 Mar. 2020 alle 09:05
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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Scrivo da camera di mio figlio, che in questi giorni di auto-isolamento è diventato il mio ufficio. Da sabato sera, sono uscito due volte: la prima, domenica, per una spesa veloce di sopravvivenza e la seconda, questa mattina, con un’autocertificazione sanitaria in mano, per un dente che mi ha tolto il sonno.

E quello che ho visto, nel viaggio da Arenzano a Genova per andare dal dentista, sono state scene di sconvolgente normalità: anziani in giro per mercati assembrati davanti un set di pentole, bar e negozi brulicanti di avventori con cappuccino e focaccia in mano, passanti che chiacchieravano amabilmente sui marciapiedi a un centimetro di distanza, bus carichi come in una qualunque mattina feriale di quasi primavera, e solo un paio di mascherine chirurgiche a ricordarti che siamo dentro una zona rossa – o protetta, se preferite – e nel bel mezzo della più grave emergenza dal dopoguerra ad oggi.

In realtà quello che ho visto in giro per Genova non è altro che lo specchio riflesso di quello che tutti i giorni leggiamo sui social: una generale sottovalutazione della questione, come se il Coronavirus fosse qualcosa che, in fondo, non ci riguarda da vicino o solo indirettamente. È qualcosa che senti nell’aria, come un clima, un’atmosfera, quasi un istintivo rifiuto del problema. Niente di strano: è la reazione più comune dell’essere umano, fino a quando quel virus invisibile non arriva a toccarti da vicino, a mandare in terapia intensiva un nonno o uno zio, a far crollare le borse, a contagiare quel bambino che frequenta la scuola di tuo figlio.

È allora che subentra un altro sentimento umanissimo che ci fa compagnia da milioni di anni: la paura. Ma è in quel ritardo di riflessi che il virus si insinua e, da contagio diventa epidemia, e poi pandemia, fino a quando non è più controllabile. Noi, come Paese, in questa mappa ideale del contagio, ci troviamo esattamente tra il secondo e il terzo gradino. Stiamo fronteggiando un’epidemia senza precedenti che, complice una catena infinita di errori, a tutti i livelli (politica, media, cittadinanza, comunità scientifica, nessuno escluso) è arrivata a lambire i confini della pandemia.

Avremmo potuto evitarlo? Secondo molti virologi ed epidemiologi autorevoli, sì. Possiamo imparare qualcosa dai nostri errori? Senza dubbio. Lo stiamo facendo? No. Nient’affatto. Abbiamo provato a credere, nonostante tutto, nella libertà, nella forza della democrazia, nel senso di responsabilità individuale e collettiva. Salvo poi svegliarci e scoprire che “il buon senso degli italiani” non è una misura precauzionale contro il COVID-19. Un po’ tutti abbiamo scoperto che le persone che ci stanno accanto, persone a cui vogliamo bene, gli amici di una vita, non sono disposti a rinunciare a nulla delle loro abitudini per salvare la civiltà di cui tutti facciamo parte.

È il primo argine che è crollato fragorosamente da quando il Coronavirus è entrato nelle nostre vite: la consapevolezza che non siamo in grado, come società, come collettività, di uscirne da soli. L’Italia in questo momento è come la cavia da laboratorio di un esperimento globale sulla capacità di una società di rispondere a una crisi, che può essere economica, civile, sanitaria o, come in questo caso, tutte e tre le cose insieme. Un mese fa la cavia è stata la Cina, poi Hong Kong, l’Iran, e quello che è accaduto è che, man mano che l’onda del contagio si muoveva, nessuno ha preso misure precauzionali per evitare il diffondersi del virus, aspettando di intervenire, con provvedimenti via via sempre più drastici ed estesi, solo a giochi fatti.

È come se avessimo combattuto questa battaglia epocale perennemente con un mese di svantaggio sul virus. Risultato? Da quando l’emergenza è cominciata, continuiamo ad inseguire il virus, anziché anticiparlo. Lo stesso decreto d’urgenza con cui il Presidente del Consiglio Conte ha annunciato la “zona protetta” per tutta Italia non è altro che l’ennesimo pannicello caldo con cui ci si pulisce la coscienza e lascia, ancora una volta, la palla al “buon senso degli italiani”. E il virus, ancora una volta, ringrazia. È solo questione di tempo: presto tutta Europa sarà zona rossa, poi toccherà al Regno Unito, agli Stati Uniti. E, nello scenario peggiore ma assolutamente realistico, ad Africa e Sud America, dove le carenze sanitarie e strutturale potrebbero provocare l’ennesima catastrofe umanitaria.

Solo che quest’ondata di misure estreme o presunte tali che da Oriente viaggia verso Occidente arriva sempre con un attimo di ritardo, come un recinto chiuso dopo che i buoi sono già scappati. Lo abbiamo visto accadere in maniera plastica in Italia. Dopo i primi casi di contagio in Lombardia e Veneto, prima abbiamo chiuso le province coinvolte, poi le intere regioni, infine tutta Italia, sempre puntualmente dopo che il virus si era già insinuato, lasciando dietro di sé una terrificante scia di morti e le terapie intensive in tilt. Oggi, in queste ore, si sta decidendo di dare un ulteriore giro di vite al Lombardo-Veneto, dopo che il modello Codogno (quarantena assoluta, salvo strettissime e comprovate esigenze) ha dato i suoi primi effetti, facendo registrare zero nuovi casi per la prima volta dall’inizio dell’emergenza.

La misura è giusta, ma anche tremendamente tardiva. Oggi, prima che tutta l’Italia diventi Codogno, abbiamo l’occasione e il tempo per applicare quelle stesse misure draconiane all’intera Penisola. Costerà fatica, sacrifici, soldi, ma non esiste un piano B. Possiamo decidere se sacrificare oggi quindici, venti giorni della nostra vita di tutti i giorni e dei nostri guadagni, per avere un futuro domani. Oppure possiamo continuare ad attendere ogni sera davanti alla tv il bollettino di guerra della Protezione civile, tra centinaia di nuovi morti e migliaia di nuovi contagi, chiedendoci dove abbiamo sbagliato e cosa avremmo potuto fare in più.

Da settimane medici e infermieri dei reparti di Rianimazione di tutta Italia combattono in trincea per fermare il Coronavirus. E, con l’unico fiato che gli resta, prima di crollare esausti come l’infermiera di Cremona la cui foto ha commosso il web, ci chiedono, anzi, ci implorano, di stare a casa, di fare la nostra parte. Fino ad oggi, la nostra risposta, è stata riversarci in massa nei supermercati in preda a psicosi, fuggire di notte dalla zona rossa assaltando treni verso il sud e ignorare ogni appello ad evitare le uscite da casa allo stretto necessario.

Quando leggi di medici e infermieri trincerati in corsia per settimane, intabarrati dentro tute che sembrano uscite da Chernobyl, senza poter vedere più mogli, figli, mariti, inconsapevoli del tempo e dello spazio, mentre in lacrime ti raccontano che già oggi devono scegliere chi salvare e chi sacrificare, e poi vedi spiagge e centri commerciali affollati da masse gaudenti con lo Spritz in mano, capisci che quell’errore di prospettiva, quello scarto di cento chilometri appena tra l’inferno e un’apparente normalità, è ciò che ci sta distruggendo. Codogno dimostra che il contagio si può fermare il Coronavirus sconfiggere in poco tempo. Questo è il momento delle scelte coraggiose e inderogabili.

Facciamo un piccolo sacrificio individuale per la collettività, senza aspettare che sia un decreto a imporcelo con le sanzioni o con l’esercito. Ci sono dei momenti in cui una comunità di persone deve avere il coraggio, la lucidità, la capacità di fermarsi. Ogni euro, abbraccio, alito di vita che perderemo in queste settimane è un euro, abbraccio o alito di vita che stiamo mettendo da parte per il futuro. In gioco non c’è solo la nostra salute, l’economia, le nostre certezze. Ci siamo noi come esseri umani. Come civiltà europea. E mai come oggi è messa alla prova. Dimostriamo di essere all’altezza della sfida epocale che ci attende. La buona notizia è che dipende tutto da noi. La cattiva è sempre la stessa: dipende tutto da noi. A voi la scelta.

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