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La viceministra degli Esteri Sereni a TPI: “Navalny? La Russia non fa parte del nostro sistema valoriale. Sul Mes mettiamo da parte l’ideologia”

Come stanno i pescatori bloccati dalle autoproclamate autorità libiche, cosa farà l'Italia con le sanzioni alla Russia per il caso Navalny, quale il ruolo del nostro Paese nel delicato assetto libico e sullo scacchiere del Mediterraneo. E ancora, bisogna considerare archiviata la morte di Mario Paciolla? E cosa ne è della verità per Giulio Regeni e dei rapporti con l'Egitto? Di questo e molto altro noi di TPI abbiamo parlato con la viceministra degli Esteri Marina Sereni

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Ott. 2020 alle 12:20
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

I pescatori di Mazara del Vallo bloccati in Libia, i delicati assetti di potere nello scacchiere del Mediterraneo, la Turchia che mostra i denti, i difficili rapporti con la Russia e il caso Navalny. E ancora le armi vendute all’Egitto, l’immobilismo italiano su Regeni e Zaky e le troppe zone d’ombra sulla morte di Mario Paciolla. Di questo e molto altro noi di TPI abbiamo parlato con Marina Sereni, viceministra degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Il Pontefice ha ricevuto alcuni familiari dei pescatori italiani bloccati in Libia dal primo settembre, la situazione sembra bloccata. Qual è lo stato delle cose?
Stiamo seguendo ogni giorno, e con tutte le energie necessarie, questa situazione dei pescatori e dei pescherecci. Il ministro Di Maio ha risposto in aula al question time e personalmente ho risposto a decine di interrogazioni parlamentari dove è chiarissimo quale sia il quadro. Stiamo parlando di un’area marittima contesa per cui noi non riconosciamo le pretese delle autorità libiche ma al contempo abbiamo sempre sconsigliato l’ingresso in quella porzione di mare. Dettò ciò, stiamo seguendo sempre con attenzione. L’ambasciatore anche oggi ha avuto contatti con i pescatori, sono ospitati in una struttura che non è promiscua con altri detenuti.

I pescatori sono assistiti dal punto di vista sanitario, ricevono tutti i medicinali di cui hanno bisogno. Stiamo trattando con tutte le possibili strumentazioni con dei soggetti che come è noto sono delle autorità autoproclamate, truppe che non hanno il riconoscimento della comunità internazionale. Abbiamo sensibilizzato anche soggetti al di fuori della Libia, come Russia ed Emirati Arabi che possono con più facilità interloquire e premere sulle autorità.

Si è vociferato in queste settimane di un possibile scambio di detenuti. 
Questo tema non è all’ordine del giorno. Ci stiamo dando da fare, con la consueta riservatezza, senza strumentalizzazioni, esprimendo vicinanza alle famiglie, incontrate più volte. È evidente che non c’è uno scambio di detenuti all’ordine del giorno.

È notizia di ieri che la Turchia sta prendendo il controllo della guardia costiera libica, con addestramenti che avvengono su motovedette donate dall’Italia. Altro colpo alla nostra influenza su Tripoli?
Farei un ragionamento più ampio, ossia su cosa sta accadendo in Libia. Ci sono novità sostanziali e, con molta cautela, direi straordinariamente positive. Si sono riaperti i contatti diretti nel formato del Comitato militare 5+5 e da questi negoziati diretti sono emersi punti d’accordo molto importanti: consolidamento del cessate il fuoco, la possibilità di una demilitarizzazione dell’area del fronte, la ripresa totale della posizione di petrolio. Stiamo parlando di tre fronti che fino a poco tempo fa sembravano impossibili da raggiungere. E invece su questi tre fronti abbiamo avuto un grande passo avanti. È tutto molto fragile, ovviamente, stiamo aspettando che si convochino in Tunisia i rappresentanti della Libia per il dialogo intralibico.

Dopo molti anni, per la prima volta, è possibile intravedere una strada diplomatica garantita dalle Nazioni Unite ma con un protagonismo degli attori libici. Se arrivassimo rapidamente a un accordo, questo apre una fase nuova. Parto da qui perché questo conferma che la linea dell’Italia è una linea giusta, non c’è una condizione militare, ci sono solo i negoziati che possono portare a un’unità della Libia, ricordando che gli attori libici sono molto numerosi.

Quindi possiamo dirci protagonisti?
Noi in Libia ci siamo, abbiamo preso degli impegni con le autorità, ieri abbiamo incontrato il ministro degli interni Fathi Pashaga, oggi Serraj si trova a Roma insieme al ministro degli Esteri, tutto mi sembra di poter dire meno che l’Italia sia marginale rispetto agli assetti futuri della Libia, compresa la parte che riguarda l’azione e la collaborazione sul piano militare. A me pare ci sia la necessità di rafforzare il contesto e mantenere fede agli impegni che noi abbiamo preso con le autorità libiche. Questo governo, il governo Conte 2, e quindi Di Maio ha ereditato una situazione sulla Libia molto deteriorata. Non penso che sia solo merito nostro se siamo arrivati al quadro tracciato sopra, ma penso di poter dire che il ruolo dell’Italia è stato importante per rimettere in moto un processo a guida Onu. E anche a livello europeo oggi abbiamo una sintonia che un anno fa non era immaginabile. Abbiamo fatto la nostra parte, non con le armi, ma con la politica. Noi abbiamo sempre scelto, e dovevamo scegliere, la strada della diplomazia. Oggi tutti i soggetti, compreso l’Egitto che sta svolgendo un ruolo molto positivo, stanno cercando di tornare alla politica e al dialogo.

Secondo alcune indiscrezioni della stampa greca, due giorni fa il ministro degli Esteri ellenico Dendias ha inviato una lettera ai colleghi di Germania, Spagna e Italia perché interrompano le esportazioni di armi alla Turchia, mentre il bando proclamato dal ministro Di Maio lo scorso anno non sembra aver fermato gli affari, come si muoverà il governo in questo senso? Le sanzioni ad Ankara sono parte della soluzione?
Anche qui il tema mi sembra più largo. Noi abbiamo bisogno di aprire un tavolo sulla situazione del Mediterraneo orientale. Guardiamo con preoccupazione gli elementi di tensione che si sono verificati in questi mesi, con la ricerca di risorse energetiche nelle acque del Mediterraneo; pensiamo che non ci sia una soluzione che possa vedere le ragioni solo di uno dei soggetti. Come Unione europea abbiamo espresso solidarietà convinta alla Grecia e a Cipro per le manovre militari turche di questo periodo. Allo stesso tempo abbiamo chiesto a Grecia e Turchia di trovare una soluzione negoziata. Non può esserci uno scontro in Europa, a pochi passi da noi, dobbiamo disinnescare l’escalation. Con la Turchia abbiamo un dialogo e dobbiamo averlo. Da una parte dobbiamo mantenere molto chiaramente i punti di dissenso e dall’altra dobbiamo avere un’agenda positiva per il ruolo che la Turchia ricopre in una regione del mondo che è il nostro vicinato. L’atteggiamento con la Turchia resta quello di questo periodo: trattare, dialogare e difendere alcuni principi.

In Egitto il giovane studente dell’università di Bologna Patrick Zaky resta in carcere, intanto si è praticamente chiusa la partita per le armi all’Egitto per un valore di 1,2 miliardi di euro. Così come per il caso Regeni, il governo sembra chiudere gli occhi di fronte alle violazioni dei diritti e proseguire negli affari.
Inizio dal caso Regeni per il quale il ministero degli Esteri sta collaborando con la procura di Roma per fare passi avanti sul procedimento giudiziario e in particolar modo sulla domiciliazioni dei soggetti che sono indicati dalle indagini come responsabili dell’assassinio di Giulio Regeni. Questo è il compito che ci spetta in questo momento: sostenere l’azione della procura di Roma nel procedimento giudiziario. Non ci fermeremo su questo. Non c’è stata in passato questa collaborazione e ancora oggi non possiamo dichiararci soddisfatti.

Per Zaky è una vicenda diversa: si tratta di un ragazzo egiziano con famiglia egiziana, ma io rivendico all’ambasciata italiana al Cairo e alle ambasciate europee al Cairo un lavoro costante di contatto, di sensibilizzazione e pressione per quanto riguarda la possibilità di concludere la carcerazione di Zaky. Non necessariamente tutto quello che si fa deve essere pubblicizzato, non necessariamente tutto quello che si fa ha il risalto che si auspica, ma io posso assicurare che l’azione costante dell’Italia e degli altri Paesi europei è alta. Noi siamo riusciti a tenere aperto un canale esplicito di pressione.

Sui rapporti con l’Egitto, l’abbiamo detto fin dall’inizio, noi dobbiamo tenere aperto un doppio binario. In questo momento l’Egitto è un partner essenziale sul teatro libico. Non è un mistero che noi abbiamo sostenuto il GNA, mentre l’Egitto si è sempre riconosciuto maggiormente con le autorità autoproclamate della Cirenaica. Tuttavia, in questo momento abbiamo bisogno di un dialogo con l’Egitto, considerato, ripeto, il ruolo positivo nello scenario libico. E questo dialogo aperto lo abbiamo perché ci interessa il ruolo che il Paese può giocare nella regione contro il terrorismo e nel Mediterraneo. L’Egitto è un protagonista di quello che accade e di quello che accadrà. L’Italia ha necessità di interloquire.

L’Italia resta tra i Paesi più convinti del dialogo e della cooperazione con la Russia, tuttavia il caso Navalny, lo ha detto anche Di Maio, non può restare impunito. Come si pone l’Italia?
Vale per la Russia quello che ho detto per la Turchia: noi come Europa abbiamo bisogno di interloquire con questi grandi Paesi senza fare sconti. Il tentato omicidio dell’attivista Navalny è un fatto di una gravità assoluta. Spetta alle autorità russe scoprire, indagare, avviare un’inchiesta che chiarisca cosa è successo e colpisca i responsabili. Noi abbiamo aderito convintamente alla proposta di sanzioni individuali per il tentato omicidio di Navalny, sia per quanto riguarda la violazione delle norme sull’uso delle armi chimiche, sia per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo. Al tempo stesso riteniamo che l’Unione europea mantenga fermo il suo dialogo strategico con la Russia, utilizzando una capacità selettiva di dialogo. Applicheremo le sanzioni e continueremo ad avere un dialogo franco con un Paese come la Russia che naturalmente non fa parte del nostro sistema valoriale.

Per Mario Paciolla, il cooperante trovato morto in Colombia lo scorso 15 luglio, l’esito dell’autopsia direbbe che “si è suicidato”. Intanto, mancano i risultati dell’autopsia realizzata in Italia e restano valide le inchieste della Procura di Roma con l’ipotesi di reato di omicidio. Permangono troppe zone d’ombra. Qual è lo stato delle cose?
In questo momento nessuna delle due autopsie ha avuto un esito ufficializzato. Qui è stata fatta un’autopsia dai massimi esperti italiani sul corpo di Paciolla e vedremo l’esito. In questa fase abbiamo avuto una piena collaborazione sia dalle autorità colombiane che da quelle delle Nazioni Unite. Non siamo di fronte a una situazione paragonabile a quella sperimentata con il caso Regeni. Vogliamo arrivare alla verità.

Sul Mes, Pd e M5s si dividono anche al Parlamento europeo. Cinque Stelle e Carroccio votano contro un emendamento, non passato, assieme ai Conservatori e riformisti europei. Intanto il ministro Gualtieri tenta di allentare le tensioni nella maggioranza. Si troverà una quadra? Certamente è un argomento che crea spaccature, qual è il suo punto di vista?
Se penso alle differenze che potevano esserci tra Pd e 5 Stelle un anno fa, e guardo a quali sono i punti di discussione aperti adesso, vedo che abbiamo fatto tanta strada. Su tanti punti, specie in politica estera, le nostre sensibilità si sono via via avvicinate. In Europa l’Italia è tornata protagonista grazie a questo governo e grazie al fatto che il rapporto Pd-M5s ha aiutato. Sulla questione del Mes io penso che bisogna liberarla da elementi ideologici, non c’è la Troika all’orizzonte dietro al Mes, non si può nemmeno dire che chi non vuole utilizzare il Mes vuole lasciare la sanità pubblica allo sbando. Bisogna dire che il Mes è uno strumento e non un fine, è un prestito e non un fondo perduto, è un finanziamento a tassi sicuramente agevolati che ha come destinazione principalmente la sanità pubblica. Non mi pare sia un tema che giustifichi una profonda divisione del governo. È un tema per cui anche l’opposizione ha visioni diverse al suo interno. Quando avremo chiuso il tema del Recovery Fund, potremo anche affrontare la questione del Mes, con poca ideologia e molto pragmatismo.

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