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Retroscena: Armi all’Egitto, Conte ha fatto tutto da solo. Di Maio non si è opposto per salvare il governo

Nell'accordo con l'Egitto per la maxi commessa da oltre 9 miliardi, Conte ha corso da solo. Nessuno si è opposto alle sue scelte, neanche Di Maio che ha voluto evitare una crisi di governo. Ora la partita politica è chiusa. La verità per Giulio è stata sacrificata ancora una volta sull'altare della realpolitik

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 24 Giu. 2020 alle 12:41 Aggiornato il 24 Giu. 2020 alle 13:24
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Credits: illustrazione di Emanuele Fucecchi

La maxi commessa all’Egitto, di un valore complessivo superiore ai 9 miliardi di euro, è cosa fatta. Tecnicamente no, politicamente sì. Mentre l’Italia negli ultimi 5 mesi era alle prese con i devastanti effetti della pandemia, e l’attenzione era tutta concentrata sugli sforzi per salvare il Paese da una catastrofe e da una vera ecatombe, il nostro governo portava avanti accordi che avrebbero svelato la cifra qualitativa che realmente lo contraddistingue. Furbizia, sotterfugi, segreti e comunicazioni mancate: un racconto in cui si vuole far passare l’Italia come vincente, e invece non è altro che il Paese ora più che mai sottomesso al volere di Al Sisi.

È il 18 giugno, il premier Giuseppe Conte è in audizione di fronte alla commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Il presidente Erasmo Palazzotto e gli altri componenti gli chiedono conto dell’affare del secolo con l’Egitto: due fregate Fremm a cui dovrebbero in futuro aggiungersi altre 4 navi simili, 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, 24 caccia Eurofighter Typhoon e 20 velivoli da addestramento M346 di Leonardo, più un satellite da osservazione e migliaia di armi leggere prodotte da Beretta.

“Ogni mia interlocuzione con Al Sisi è partita da un semplice quanto inevitabile assunto – afferma Conte – i nostri rapporti bilaterali non potranno svilupparsi a pieno” se non si farà luce sul “barbaro assassinio di Giulio Regeni e non si assicureranno alla giustizia i suoi assassini. Nel colloquio telefonico Al Sisi mi ha dato la disponibilità sua e delle autorità egiziane a collaborare”.

In occasione dell’audizione presidente del Consiglio non risponde sulle fregate Fremm, non sembra voler fare chiarezza. Ma c’è una linea temporale da seguire per capire cosa è davvero accaduto, cosa succedeva nelle stanze del potere mentre tutti erano all’oscuro. TPI l’ha ricostruita grazie a fonti governative e diplomatiche e ha ricapitolato i fatti a partire dal 24 gennaio 2020, a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni.

I fatti

Il 24 gennaio Palazzo Chigi invia una mail in cui convoca una riunione plenaria con la Farnesina e la Difesa sulla commessa al Cairo. Un forte impulso di palazzo Chigi, che evidentemente ha già intavolato questa discussione con Fincantieri e con Giuseppe Bono (amministratore delegato di Fincantieri) per consegnare queste due navi, di cui una a pagamento e una a credito, all’Egitto. Palazzo Chigi vuole rendere noto che c’è questa negoziazione tra i massimi livelli politici, tra Roma e il Cairo, e che questa “trattativa informale” è in corso. L’affare è grosso e ha implicazioni geopolitiche imponenti, tanto che in quella famosa mail vengono inclusi anche destinatari appartenenti agli apparati dell’intelligence italiana.

Le due fregate dal valore di un miliardo e duecento milioni di euro fanno parte della classe Fremm, ma l’accordo delinea un’intesa di massima per un programma di sviluppo militare che si stima in almeno 9 miliardi di commesse. A questo punto, sia dalla Farnesina che dalla Difesa partono le richieste di maggiore chiarezza. Si fa inoltre notare come una riunione del genere, convocata nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Regeni, possa davvero ledere una certa sensibilità politica e dell’intera comunità.

Una “sovrapposizione sgradevole” che la Farnesina chiede di evitare. Ma la riunione si svolge lo stesso, seppur in forma ridotta e solo a carattere tecnico. L’altra, quella di carattere politico viene rinviata a metà febbraio. Si scopre che la trattativa è stata seguita a gennaio direttamente dalla presidenza del Consiglio e da Carlo Massagli, consigliere militare di Giuseppe Conte. La riservatezza svanisce quando viene resa nota – come di dovere – a tutti gli uffici interessati, tra cui quattro ministeri e i vertici delle forze armate. La decisione incontra il forte dissenso della Marina militare che sperava che le navi potessero far parte della propria flotta.

La telefonata tra Conte e Al Sisi

Febbraio 2020. Scoppia la pandemia in Italia, sulla commessa non c’è alcun confronto tra Luigi Di Maio e Conte, né tra i capi delegazione e neanche con la maggioranza. Se a livello politico tutto tace, le procedure tecniche per l’accordo vanno avanti, nonostante le proteste della marina militare italiana. Trascorrono i mesi e si arriva a fine maggio, quando la Farnesina e la Difesa apprendono della famosa telefonata tra il premier Conte e il presidente Al Sisi. I due leader, fa sapere Palazzo Chigi, si sono confrontati sulla “stabilità regionale, con particolare riferimento alla necessità di un rapido cessate il fuoco e ritorno al tavolo negoziale in Libia, e la collaborazione bilaterale, da quella industriale a quella giudiziaria con particolare riferimento al caso Giulio Regeni”.

Ma il vero scopo della telefonata è un altro: con quello scambio si chiude definitivamente l’accordo sulle fregate tra Roma e il Cairo. È il momento in cui Conte dice ad Al Sisi: ve le vendiamo. L’Egitto chiude con l’Italia un accordo storico, una partita che concede al nostro Paese piuttosto che alla Francia e che di fatto si trasforma in un credito. E Chigi questo lo sa bene quando chiude la trattativa. Nessuno a Palazzo Chigi ha l’illusione di pensare che l’Egitto ci sia debitore. Anzi, l’Egitto si aspetta paradossalmente che questa commessa chiuda definitivamente il capitolo Regeni.

Secondo quanto rivelano fonti interne al Parlamento, fino a questo punto, il Movimento Cinque Stelle c’entra poco o nulla. Nonostante, infatti, l’autorizzazione ultima e definitiva spetti alla Farnesina e, più nel dettaglio, al Uama (Ufficio Autorizzazioni Materiali di Armamento), l’ok da cui tutto è partito è arrivato direttamente da Giuseppe Conte. Dopo la telefonata tra il premier e Al Sisi, la Farnesina ha le mani legate.

Le riunioni in Cdm

Il ministero degli Esteri si trova nella posizione per cui Uama deve dare il via libera alla prima procedura di autorizzazione per l’esportazione. Che non è l’ultima; ne servirà un’altra, quella vincolante, da rilasciare a ridosso dell’esportazione materiale (e che non è ancora stata data). Questo vuol dire che la partita è ancora aperta? Tecnicamente sì, politicamente no. Sempre secondo fonti diplomatiche, nel momento in cui Di Maio viene a sapere della telefonata, e viene richiesta la procedura di autorizzazione, il pentastellato non dà l’ok a Uama. Di Maio prende il dossier e lo porta in Consiglio dei ministri. Siamo agli sgoccioli di maggio.

Si tengono così due riunioni. Nella prima è Di Maio a battere i pugni sul tavolo. Fonti della Farnesina sostengono che “una decisione del genere deve essere del Governo nel suo complesso, deve essere una decisione collegiale, che tenga conto degli interessi generali del Paese e del rispetto per le sacrosante richieste della famiglia Regeni”. Con Di Maio c’è anche il ministro Speranza che non nasconde le sue perplessità sull’accordo. Fa eco Franceschini che chiede il rinvio del dibattito sul tema: la riunione finisce in un nulla di fatto.

Poco dopo, la Commissione Regeni chiede conto al presidente del Consiglio, il quale, dati i tempi sempre più stretti, convoca un nuovo consiglio dei ministri. Il premier rilascia un’informativa in cui fa sapere che è stato chiuso questo accordo, Bono è già informato, Fincantieri anche, bisogna procedere. Il Pd non si mette di traverso e anche Di Maio vuole evitare una rottura con il suo presidente del consiglio proprio in virtù del fatto che che Pd e Leu non hanno battuto ciglio. Ma l’affare scotta e in parlamento serpeggia un forte malcontento. Laura Boldrini chiede che le decisioni passino dalle Camere, così come Nicola Fratoianni, che annuncia un intervento durante il question time. Scoppia il delirio.

Di Maio, spalle al muro, continua a lavorare cercando di proseguire sul percorso per la verità e giustizia per Giulio Regeni e scrive a Sameh Shoukry, il suo omologo egiziano, parlandogli del fatidico incontro fissato il primo luglio tra le procure del Cairo e di Roma: o avremo dei risultati da quell’incontro o  noi agiremo con ogni mezzo perché non possiamo più aspettare, è il succo della mail.

Arriviamo a oggi. Secondo fonti diplomatiche, allo stato dell’arte, non è stata data l’ultima autorizzazione del Uama che dovrà arrivare tra 3 o 4 mesi, ma che ormai sembra cosa assodata. Resta il fatto che Leu in sede di Cdm, così come il Pd, non hanno mosso nulla. Sempre secondo voci di governo, le successive proteste non sono state altro che un modo per salvare la faccia di fronte al silenzio, pesantissimo, dei ministri in sede di Consiglio. La partita, in realtà, è politicamente chiusa. La verità è che nessuno ha avuto il coraggio di contrapporsi a Conte, tantomeno Di Maio che rifiutandosi di firmare quelle autorizzazioni si sarebbe posto in netto contrasto con le indicazioni del presidente del Consiglio e avrebbe di fatto aperto una crisi di Governo. La verità è che per Giulio Regeni nessuno ha il coraggio di sfidare Al Sisi e far cadere il governo.

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