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L’Egitto acquista 2 navi militari italiane e tappa la bocca all’Italia sul caso Regeni

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 11 Giu. 2020 alle 12:16
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

La vendita di armi all’Egitto è uno sfregio per la memoria di Giulio Regeni e un oltraggio verso Patrick Zaky, tuttora detenuto nelle prigioni egiziane senza un valido motivo. Ma non è solo questo. C’è chi la chiama la “commessa della vergogna”, chi la “commessa del secolo”, quel che è certo è che il governo italiano si prepara ad approvare, da subito, la vendita di 2 navi militari e, nel prossimo futuro, di 6 fregate, di una ventina di pattugliatori navali, di 24 cacciabombardieri Eurofighter e 24 aerei addestratori M346 all’Egitto del presidente Al-Sisi, con buona pace di attivisti, difensori dei diritti umani e – soprattutto – della famiglia Regeni, che in questi anni ha combattuto con le unghie e con i denti per tenere accesa una luce sulla barbara uccisione del giovane ricercatore friulano. Ebbene quello che per molti è l’affare del secolo, potrebbe rivelarsi un boomerang per chi ha sottoscritto l’accordo, per chi l’ha autorizzato e anche per gli italiani. Perché? Per capirlo noi di TPI abbiamo parlato con Andrea Maestri, avvocato cassazionista, ex deputato di Possibile, già membro della Commissione Giustizia della Camera.

Cosa prevede la commessa

La commessa contiene l’arsenale bellico del declamato made in Italy: due fregate multiruolo Fremm, originariamente destinate alla Marina miliare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), ma anche altre quattro navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal secondo dopoguerra, che farà dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani. Un affare da 9 miliardi di euro.

Le possibili violazioni di legge

Come spiega l’avvocato Maestri, le possibili violazioni di legge da intercettare nella conclusione dell’accordo sono molteplici. “Se si volesse davvero applicare la legge 185 del 1990 – che regolamenta le esportazioni di armamenti – basterebbe pensare che già di per sé la legge tende a ricondurre in un ambito molto residuale la produzione di materiale bellico. Addirittura la 185 afferma che l’obiettivo finale dovrebbe essere la riconversione di queste industrie per arrivare a quel pieno rispetto dei principi contenuti nella nostra Costituzione, a cominciare dall’articolo 11 e dal ripudio della guerra e della violenza come metodo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Violazione della legge 185 del 1990

Bisogna distinguere tre livelli di approfondimento: il primo riguarda la conformità o meno di questa grande commessa militare rispetto alla politica estera italiana, alle alleanza, alle politiche geostrategiche del nostro Paese. “Da questo punto di vista ci sono certamente aspetti che riguardano più che altro la dinamica governo-parlamento e la formulazione di indirizzo politico che prevede un minimo di discrezionalità. Ma nell’articolo 1 della legge 185, al sesto comma, i divieti sulle esportazioni sono espliciti e chiari: entra così in gioco la responsabilità di chi fornisce l’autorizzazione all’esportazione di armamenti al Paese (l’Egitto) che – essendo alleato con i sauditi in guerra con lo Yemen, essendo alleato di Haftar in una guerra civile in Libia – è sicuramente coinvolto in scenari militari bellici, ossa uno degli espressi divieti previsti dalla norma”, spiega Maestri. Questa sarebbe la prima violazione, che non è, appunto, una libera opzione che un governo di destra o di sinistra poteva operare in una direzione piuttosto che in un’altra. Qui siamo in un’esplicita, dolosa violazione di una norma che vieta espressamente di fornire armamenti a un Paese che si trova in una situazione come quella egiziana. Questo espone a sanzioni e a responsabilità i funzionari che autorizzano l’operazione. Secondo Maestri, la questione sarebbe da sottoporre al vaglio della magistratura, in quel caso si potrebbe concretizzare anche l’ipotesi di abuso d’ufficio.

Violazione dei diritti umani

“In questa fattispecie si può far rientrare anche la violazione dei diritti umani: essendo l’Egitto un Paese che viola in maniera conclamata i diritti umani, c’è un espresso divieto di fornire armamenti a Paesi che violino sistematicamente i diritti umani e le convenzioni internazionali in materia”. Questo è il secondo vulnus di palese violazione.

L’ipotesi del danno erariale

Il terzo punto di potenziale violazione riguarda l’aspetto economico. “Parliamo di armamenti prodotti anche da industrie in cui lo Stato ha un interesse e quindi, in astratto è ipotizzabile una responsabilità erariale. Qui non siamo in una sorta di eccesso di potere, ma siamo a fronte di dolose, consapevoli e volontarie violazioni di precisi divieti di legge che sono scritti nero su bianco nell’articolo 1 della legge 185. I profili di responsabilità possono essere diversi: dall’abuso di ufficio, ovviamente da vagliare per la magistratura, così come un’ipotesi di danno erariale di cui si accerta la Corte dei Conti”.

Con i soldi italiani si producono due unità navali cedute a un governo che è in guerra, che non rispetta i diritti umani, con possibili profili di danni e di responsabilità. “Alcuni armamenti oggetto di questa esportazione sono stati prodotti dall’industria italiana con risorse pubbliche. Se le risorse pubbliche vengono utilizzate in maniera difforme dagli scopi a cui sono preposte dai diversi capitoli di bilancio e vengono utilizzate in maniera palesemente contraria al dettato normativo, è evidente che c’è una violazione e che i soldi dei contribuenti sono stati usati in modo improprio e contrario alla legge”, chiarisce Maestri.

I costi

Come spiega Amnesty International, che sulla commessa all’Egitto ha lanciato una petizione per chiederne la cancellazione, anche nel caso delle due fregate, una gran parte dei costi graveranno sui contribuenti italiani perché la marina militare italiana pretenderà la sostituzione delle due unità navali che verranno sottratte – a costi probabilmente maggiori oltre che, con tempi più lunghi – senza contare l’esposizione finanziaria degli istituti di credito italiani coperta con garanzie pubbliche (via SACE).

Da un mese si vocifera di questa commessa e non se ne conoscono esattamente i contorni. In una partita di questa entità –9 mliardi di euro – è evidente che è importantissimo che venga coinvolto il Parlamento, che si faccia approfondita informazione rispetto all’opinione pubblica. “Nel momento in cui è lo Stato il primo a non osservare le leggi dello Stato, si scopre un nervo pericoloso in una democrazia. Abbiamo una costituzione robustamente pacificista, con dei principi molto chiari, abbiamo una legge come la 185 che è molto chiara, non può passare in cavalleria che sia lo stesso Governo italiano a non rispettare una legge dello Stato”.

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