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Serraj riconquista Tripoli. Ora Erdogan è il padrone della Libia

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 7 Giu. 2020 alle 13:31 Aggiornato il 7 Giu. 2020 alle 14:30
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Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Il premier libico Fayez Serraj – capo dell’unico governo libico riconosciuto dall’ONU – ha ripreso il controllo della Tripolitania. L’offensiva del generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, sulla capitale libica Tripoli era stata lanciata da Tarhuna, un centinaio di chilometri all’interno della Tripolitania. Ed è proprio da qui che, poco più di un anno dopo, i suoi combattenti, stremati da una battaglia che inizialmente doveva durare solo qualche settimana, sono stati costretti alla ritirata perché vinti dalle Forze del Governo di accordo nazionale della capitale e, soprattutto, dalla potenza militare della Turchia che con il suo intervento ha deciso le sorti della guerra. Non è un caso che il presidente turco, Recep Tayyib Erdogan, abbia voluto ringraziare personalmente “i soldati turchi che hanno guidato l’operazione per la riconquista di Tarhuna”, riporta Al Arabiya.

L’intervento decisivo della Turchia

Le sorti della guerra, fino a qualche mese fa favorevoli ad Haftar, sono cambiate con l’intervento della Turchia, annunciato all’inizio dell’anno. Il governo turco ha mandato in Libia propri soldati e circa 3mila miliziani siriani che hanno combattuto a fianco delle forze turche nel nord della Siria, oltre che droni armati da usare contro le difese aeree nemiche. Grazie alla superiorità di strategia militare e di mezzi della Turchia rispetto a quelli egiziani, emiratini e anche russi, le forze fedeli al governo di Al Serraj hanno sviluppato negli ultimi due mesi una formidabile controffensiva, per ora vittoriosa, nonostante le aspettative di analisti e diplomatici fossero diverse, soprattutto perché anche lo schieramento di Haftar poteva contare su ampi appoggi esterni, come quello di Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Francia.

A fronte dell’avanzata militare sostenuta dalle armi di Erdogan, ieri il grande rivale della Turchia, l’Egitto di Abdel Fattāḥ al Sisi, ha convocato in extremis al Cairo sia Haftar che il presidente del parlamento Agila Salah. Quest’ultimo è la principale autorità politica dell’Est, messo sotto tutela a Bengasi dalla milizia di Haftar dopo il “golpe” che il generale dichiarò alla fine di aprile. Nelle ultime settimane, anche di fronte agli insuccessi militari del generale, l’uomo politico aveva tentato di affrancarsi dal maresciallo. E adesso l’Egitto prova a utilizzarlo come figura da avvicinare al generale. Al Sisi ha annunciato che Khalifa Haftar e Aguila Saleh hanno trovato un accordo per porre fine alla crisi bellica in Libia e ha sottolineato che l’accordo prevede un appello alla comunità internazionale affinché obblighi i paesi stranieri ha ritirare i propri mercenari dalla Libia.

La battaglia si sposta su Sirte

La proposta politica presentata dall’Egitto sembra non aver riscosso successo. La proposta di un cessate il fuoco da lunedì per riprendere il percorso politico e mettere da parte tutte le milizie straniere impegnato nel logorante conflitto interno è stata infatti respinta finora dal governo tripolino di Fayez al Serraj. Come riporta l’Agi, “sono stati dati ordini alle forze del Gna di iniziare ad avanzare e attaccare tutte le posizioni ribelli” nella regione di Sirte, ha annunciato il portavoce delle forze di Tripoli, Mohamad Gnounou. Le forze del Governo di accordo nazionale non hanno intenzione di accogliere la proposta egiziana di un cessate il fuoco proprio ora che stanno guadagnando terreno e sconfiggendo, con il sostegno della Turchia, le milizie del generale Haftar.

Sirte è il nuovo luogo simbolo. Città costiera a 450 chilometri a est di Tripoli, dove si gioca, ancora una volta, il futuro della Libia. Al tempo stesso è snodo strategico fra Tripolitania e Cirenaica e luogo che diede sia i natali che l’orribile morte all’ex rais, Muammar Gheddafi, è qui che le forze del Governo di accordo nazionale, sostenute dalla Turchia, vogliono dare il colpo di grazia ai combattenti della Cirenaica, guidati dal generale Khalifa Haftar che fino a qualche mese fa sognava di marciare da vincitore sulla capitale ed essere il nuovo Gheddafi. “Tutta la regione occidentale con l’eccezione della città di Sirte è ora sotto il nostro controllo”, ha detto al Financial Times Sayed al Majey, portavoce delle forze del governo di accordo nazionale, guidato da Serraj: “La battaglia ora sarà a Sirte, alle infrastrutture petrolifere” ancora sotto il controllo di Haftar.

Gli errori di Di Maio e il rilancio dell’operazione Irini

Come detto, il capovolgimento delle sorti della guerra è dovuto all’impegno maggiore della Turchia, che ha molto investito in uomini e mezzi, rispetto a quello della Russia e dello stesso Haftar. Determinanti e vincenti nelle varie battaglie recenti si sono dimostrati i droni-bombardieri Bayraktar T B2 Ucav (prodotti dal genero di Erdogan) che hanno distrutto in massa i costosissimi sistemi d’arme antiaerea russi Pantsir (costo: 13 milioni l’uno) forniti ad Haftar da Putin.

L’Italia ha perso ogni possibilità di influenza in Libia, ma Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sembrano non volerne prenderne atto. Come spiega bene Carlo Panella su Linkiesta, la politica estera sulla Libia sconta due errori: “il primo consiste nel non avere compreso che il 4 aprile 2019 la crisi libica ha radicalmente cambiato natura. La decisione di Haftar di “conquistare Tripoli in due giorni” e di scatenare le sue forze militari non era solo sua, ma era ispirata è dettata da scopi ben più alti e complessi dei suoi padrini egiziani, sauditi ed emiratini. Non comprendere questa dinamica ha portato al nulla di fatto della Conferenza di Berlino del 20 gennaio 2020, nella quale l’Italia e l’Unione europea, come Angela Merkel, hanno sopravvalutato il peso di Putin su Haftar, un Putin che è suo alleato ma anche estraneo alle dinamiche inter sunnite che invece sono determinanti. Italia ed Europa hanno così continuato a cercare una “soluzione politica”. Soluzione impossibile da perseguire, appunto perché la posta in gioco va ben oltre la Libia, ma riguarda chi esercita l’egemonia nel mondo sunnita nei vari paesi del Mediterraneo. Il secondo errore commesso da Conte e Di Maio ha riguardato la falsa percezione di un Haftar cavallo vincente nella crisi libica. Così come si spiega la gaffe di Conte che ha incontrato per primo e con gli onori di un capo di Stato Haftar a Palazzo Chigi l’8 gennaio 2020, provocando l’immediata cancellazione dell’incontro con Al Serraj che avrebbe dovuto avvenire subito dopo”.

Il 3 giugno, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ospitato a Roma l’omologo francese Jean-Yves Le Drian anche per discutere del dossier Libia. Il ministro degli Esteri italiano ha espresso “preoccupazione” per la violazione embargo (“che deve cessare, come ogni forma di ingerenza”) e a questo scopo ha rilanciato l’operazione europea Irini. “L’operazione Irini per fermare il traffico di armi in Libia è fondamentale e deve ricevere contributi adeguati”. A modo di vedere di Di Maio, l’intensificazione delle ostilità in Libia prefigura crisi preoccupanti. “L’afflusso di armi dall’estero in violazione dell’embargo deve cessare”, ha dichiarato il ministro sottolineando l’importanza fondamentale dell’operazioni europea Irini: “Ci auguriamo che riceva contributi adeguati in termini di assetti aerei e navali” e che “le capacità satellitari siano rapidamente attivate” per garantire la “neutralità del mandato” che per l’Italia è “un elemento imprescindibile”. Di Maio ha aggiunto che la produzione petrolifera deve riprendere immediatamente in Libia. Il dialogo politico nel quadro del Processo di Berlino, secondo il ministro, è l’unica opzione credibile per cessate il fuoco permanente e per un percorso di riconciliazione credibile nel paese nord africano.

Leggi anche: Libia, altro che soluzione alla crisi: per i paesi stranieri (Italia compresa) contano solo il petrolio e il gas

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