Accordo Erdogan-Al Serraj: la Turchia darà aiuti militari a Tripoli. Come cambia la guerra in Libia

Il presidente libico Fayez al-Serraj aveva chiesto aiuti militari a Italia, Usa, Gran Bretagna, Algeria e soprattutto Turchia. Erdogan è l'unico che finora ha accettato. La Farnesina: "Armi non sono la risposta"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 20 Dic. 2019 alle 13:01 Aggiornato il 20 Dic. 2019 alle 13:09
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Libia, Serraj chiede e ottiene aiuti militari Turchia: l’Italia prova a mediare

Con una lettera inviata a cinque Paesi alleati (Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Algeria e soprattutto Turchia), nella quale chiede aiuti militari e quindi soldati, il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj – sotto assedio da settimane a causa dell’invasione di Tripoli da parte delle truppe del generale Khalifa Haftar  ha di fatto aperto una nuova fase della lunga guerra in corso in Libia.

Tanto più perché mentre gli altri Paesi destinatari della richiesta, Italia compresa, stanno temporeggiando e ragionando sul da farsi, la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan si è subito detta “pronta a dare il suo sostegno” a al-Serraj. “Abbiamo visto come i governi di Paesi imperialisti hanno sostenuto la giunta militare del generale Khalifa Haftar. Noi abbiamo appoggiato Serraj e siamo pronti ad aiutarlo”, ha dichiarato infatti il presidente turco.

Erdogan ha anche criticato l’Italia, che non ha preso una posizione netta in Libia: “Haftar è un dirigente politico illegittimo, ma alcuni stanno cercando di legittimarlo” e tra questi ci sono “l’Egitto, Abu Dhabi, la Francia, persino l’Italia”, ha detto.

La lettera è stata inviata dopo che il premier Serraj ha tenuto un incontro con il suo vice Ahmed Maitig e con i capi militari di Tripoli. La Libia ha anche deciso di accettare ufficialmente gli aiuti militari offerti dalla Turchia. Come riporta La Repubblica, infatti, è stato attivato “all’unanimità” il protocollo militare che Libia e Turchia hanno siglato il 27 novembre scorso.

Da adesso, dunque, è ufficiale la presenza militare della Turchia in Libia. Un intervento che va avanti in realtà già da tempo, ma in gran segreto e con pochissimi uomini con il compito di contrastare i droni manovrati da Emirati e Russia.

La risposta dell’Italia

Come già anticipato, la risposta degli altri Paesi destinatari della lettera del governo di accordo nazionale libico è stata abbastanza fredda.

Nessuna reazione ufficiale, al momento, neanche dall’Italia. Ma alcune fonti della Farnesina, citate dall’agenzia Ansa, hanno spiegato quale sia il punto di vista del governo di Giuseppe Conte: “La soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo”.

Nei giorni scorsi, dopo l‘incontro con Conte a Roma, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha sottolineato l’importanza di un “immediato cessate il fuoco in Libia”. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, qualche giorno fa al ritorno da una missione proprio a Tripoli ha invece assicurato che l’Italia avrà un inviato speciale permanente in Libia.

Cosa significa l’ingresso della Turchia nella guerra in Libia

Il coinvolgimento diretto della Turchia, già presente con droni e consulenze varie, nel conflitto libico provocherebbe un deciso cambiamento delle prospettive della guerra tra Serraj e Haftar. Ma soprattutto rischierebbe di rendere la Libia “una nuova Siria”, come riportano diversi giornali in edicola oggi.

È soprattutto Il manifesto a soffermarsi su questo punto. Analizzando i motivi che hanno spinto Erdogan a tendere una mano nei confronti di Serraj, il quotidiano elenca gli intenti economici della Turchia: “Mettere le mani sullo Stato fallito libico e partecipare al convivio coloniale bandito dalla Nato nel 2011”. Ma ci sono anche obiettivi meramente politici, come trovare nella Libia un affaccio sull’altra sponda del Mar Mediterraneo.

Secondo Agi, invece, gli interessi di Erdogan in Libia (oltre a quelli economici e geopolitici), riguardano soprattutto il rapporto con l’Egitto di Abdelfattah al Sisi. Erdogan e il presidente egiziano, infatti, sono ai ferri corti dai tempi della deposizione di Mohamed Morsi, appartenente ai Fratelli Musulmani, a cui Erdogan è da sempre molto legato. Dal momento che invece Haftar (come al Sisi) ha da sempre combattuto contro i Fratelli musulmani, allora ecco che l’alleanza tra Turchia e Serraj assume un senso.

Un altro elemento da non sottovalutare, poi, è la reazione della Russia alla nuova “alleanza” tra Libia e Turchia. Il presidente Vladimir Putin, infatti, è considerato un aperto sostenitore di Haftar in Libia, ma è anche un amico di Erdogan. In questi giorni, però, Putin ha usato parole prudenti: “Per me la cosa migliore da fare è trovare una soluzione tra le parti in conflitto, che permetta di fermare le ostilità e accordarsi su chi governerà il Paese, con quali poteri”.

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