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Guerra Siria-Turchia, ultime notizie | La Turchia restituisce all’Occidente i foreign fighters dell’Isis

Tutti gli aggiornamenti in tempo reale sul conflitto nel nord-est della Siria

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 23 Ott. 2019 alle 17:46 Aggiornato il 4 Dic. 2019 alle 11:08
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Immagine di copertina

Le ultime notizie sulla guerra della Turchia contro i curdi in Siria

GUERRA TURCHIA SIRIA – Dopo il ritiro delle truppe americane dal nord-est della Siria, il 9 ottobre 2019 la Turchia ha avviato l’operazione militare “Fonte di Pace” con l’obiettivo di neutralizzare le forze curde siriane presenti sul territorio. L’obiettivo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stabilire una zona cuscinetto lungo il confine tra Siria e Turchia sgombra dai combattenti curdi. Il conflitto nel Paese mediorientale, che in molti davano per concluso, è così tornato al centro dell’attenzione internazionale.

LE ULTIMISSIME

La polizia militare russa e le forze armate turche hanno terminato i primi pattugliamenti congiunti nel nord della Siria, come previsto dagli accordi siglati dai presidenti Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin il 22 ottobre a Sochi per vigliare sull’effettiva dei curdi. Il 27 ottobre il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi si è fatto esplodere mentre stava per essere catturato da un raid statunitense ma la lotta all’Isis non è ancora finita e il 3 novembre, il ministro dell’interno Suleyman Soylu ha avvertito che la Turchia non era “un hotel” per i militanti e ha avvertito di voler rimandare in occidente i foreign fighters presenti nelle prigioni turche. Mercoledì 13 novembre il presidente turco è stato in visita alla Casa Bianca, dove ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che ha proposto alla Turchia una sospensione delle sanzioni a patto che sia mantenuta la tregua.

Il bilancio del conflitto

Il bilancio delle vittime di questa guerra condotta dalla Turchia in Siria continua a salire: secondo i dati dell’Osservatorio siriano per i diritti umani nel conflitto sono morti finora già 150 civili. L’Onu riferisce inoltre di circa 300mila sfollati.

TPI ha sul campo l’inviata speciale Benedetta Argentieri che da lì documenta tutto quello che sta accadendo nel Rojava.

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Credits: Ansa

Guerra Siria-Turchia: cosa è successo dall’inizio del conflitto a oggi

L’offensiva militare della Turchia contro i curdi nel Rojava, Siria nord-orientale, è iniziata 22 giorni fa.

Il 6 ottobre gli Stati Uniti avevano annunciato il parziale ritiro delle forze stanziate nella Siria nord-orientale in vista dell’offensiva turca contro le forze curde delle Unità di protezione del Popolo (Ypg). La decisione di Washington, che di fatto ha lasciato il via libera a Erdogan per attaccare i curdi, è stata vista come una “pugnalata alle spalle” dai curdi.

Il 9 ottobre  Ankara ha invaso la Turchia, facendo partire l’operazione “Fonte di Pace” contro i combattenti curdi. Quattro giorni dopo l’inizio dell’offensiva, gli Stati Uniti hanno annunciato un completo ritiro dalla Siria settentrionale.

Due sono gli obiettivi del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Anzitutto vuole cacciare dall’area vicino al confine con la Turchia i miliziani curdi dell’Ypg, che ritiene una minaccia alla sicurezza interna turca. Ankara considera il braccio armato dell’alleanza a guida curda delle Forze democratiche siriane un’organizzazione terroristica: l’Ypg non sarebbe altro che un’estensione del Pkk, l’organizzazione paramilitare che in Turchia lotta per l’autonomia dei curdi dal 1984. In secondo luogo, Erdogan vuole creare uno spazio all’interno della Siria in cui reinsediare i 2 milioni di rifugiati siriani al momento stazionati in Turchia. In quest’ottica, la Turchia vuole creare una safe zone, che inizialmente dovrebbe estendersi per 32 chilometri per poi allargarsi all’interno della Siria.

Il 13 ottobre i curdi siriani hanno firmato un accordo con il presidente siriano Bashar al-Assad, che prevede il dispiegamento di truppe siriane vicino alla frontiera per scoraggiare le incursioni turche e cercare di proteggere i civili curdi.

Già dai primi giorni di conflitto, le armi chimiche sono tornate prepotentemente parte della narrativa. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha avviato una indagine in riferimento alle accuse formulate dai curdi, secondo cui Ankara ha usato il fosforo. I medici curdi, infatti, avevano riferito di ferite causate da “armi sconosciute”. Le immagini scioccanti di un bambino curdo ricoverato nell’ospedale di Hasakak, con il volto completamente corroso e la pelle cancellata da uno dei bombardamenti turchi sulla cittadina siriana di Rais al-Ayn, hanno fatto il giro del web.

Il 17 ottobre il presidente turco Erdogan e il vice-presidente Usa Mike Pence hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di 120 ore volto a favorire l’evacuazione dei combattenti curdi dalla zona di sicurezza concordata con Ankara. In tal modo la Turchia ha ottenuto l’agognata zona di sicurezza oltre il suo confine, in territorio siriano.

Il 20 ottobre è iniziato il ritiro delle forze curde, seguite dai civili, dalla città siriana di Ras al-Ayn, vicino al confine turco. La prima ritirata dalla sigla del cessate il fuoco apre la strada al ritiro completo delle forze curde.

Il 22 ottobre il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si sono incontrati a Sochi, in Russia. L’incontro è coinciso con la scandenza della tregua da 120 ore e ha sancito il prolungamento del cessate il fuoco per ulteriori 150 ore, dando altro tempo ai curdi per lasciare i territori lungo il confine. Quello di Sochi, accettato in toto il giorno successivo dal presidente siriano Bashar al Assad, è stato definito dalle parti “un accordo storico” che garantirà “l’unità territoriale e politica della Siria e il ritorno dei profughi”.

Il 24 ottobre la tregua è stata violata e violenti scontri tra curdi e filo-turchi si sono registrati presso la città di al-Bab.

Domenica 27 ottobre la giornata in Siria è dominata dalla notizia della morte di Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell’Isis, durante un blitz delle forze speciali statunitensi nella zona di Idlib (nord del paese). Il califfo si è fatto esplodere, ma con l’occupazione turca il rischio di una riorganizzazione dell’Isis è alto.

Il 29 ottobre si sono concluse le 150 ore di tregua dell’accordo tra Russia e Turchia e sono iniziati i primi pattugliamenti congiunti di Ankara e Mosca per verificare l’effettivo ritiro dei curdi.

Sabato 2 novembre un’autobomba è esplosa nella zona di Tal Abyad, località strategica al confine tra Siria e Turchia passata sotto il controllo di Ankara. Il bilancio è stato di 13 morti.

Il 6 novembre sono state catturate la madre e la sorella del defunto califfo dell’Isis al-Baghdadi.

Gli Stati Uniti hanno di fatto lasciato che i curdi trovassero un nuovo alleato nei loro avversari: Damasco. Dall’altra parte, la Turchia e i ribelli anti-Assad potrebbero andare oltre l’obiettivo di assicurarsi il controllo del confine. Nel mezzo pende l’incognita di una possibile rinascita del sedicente Stato islamico.

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