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“A Bergamo si muore da soli in casa: persone abbandonate a loro stesse”. Parla un medico volontario in prima linea per il Covid-19

Di Flavia Musumeci
Pubblicato il 11 Apr. 2020 alle 15:42 Aggiornato il 11 Apr. 2020 alle 20:41
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Immagine di copertina
Simone Patané, con indosso la tuta protettiva anti-Covid, durante la sua attività di medico volontario in provincia di Bergamo

Coronavirus, “a Bergamo si muore da soli in casa”: parla un medico volontario

“Circa 150 medici di famiglia nel bergamasco si sono ammalati di Coronavirus. Una carneficina”, racconta Simone Patanè, medico siciliano, specializzando in chirurgia pediatrica all’Università di Padova, che ha deciso di trascorrere le sue ferie a Bergamo come volontario della Croce Rossa Italiana. “Ci si concentra spesso sull’emergenza che vivono gli ospedali in questo momento, ma il vero dramma della provincia di Bergamo, purtroppo, si è consumato sul territorio, nelle valli, nelle case delle persone”.

Simone, trent’anni, lavorava a Verona quando l’epidemia è divampata al Nord. Lì le misure restrittive adottate hanno imposto uno stop alle attività ospedaliere ordinarie e hanno limitato l’operatività dei medici alle sole urgenze chirurgiche. “Non riuscivo a stare fermo di fronte a quella situazione – racconta lo specializzando – ho dato la mia disponibilità e in pochi giorni sono stato mandato a Bergamo. L’obiettivo era fermare l’epidemia al Nord per fermarla in tutta Italia e volevo dare il mio contributo”.

L’emergenza Coronavirus a Bergamo
Quando Patané è arrivato in Lombardia, la situazione era drammatica. “I medici di famiglia, nella fase iniziale dell’emergenza, si sono ritrovati a visitare nei loro ambulatori o a domicilio una moltitudine di pazienti affetti da Coronavirus senza adeguati DPI (dispositivi di protezione individuale). Sono stati mandati al massacro. Molti di questi si sono ammalati e i pazienti, che hanno così perso il medico curante di riferimento, hanno dirottato le loro richieste di intervento sul servizio di continuità assistenziale (guardia medica) e sui sostituti dei medici di famiglia”.

“Ogni giorno, per settimane, queste strutture hanno ricevuto centinaia e centinaia di telefonate, ma solo una minima parte delle richieste di aiuto ha trovato risposta, proprio perché mancavano mascherine e tute protettive. Il risultato – afferma Simone – è stato che migliaia di persone malate sono rimaste sole, nelle proprie case, senza assistenza medica per diverse settimane e questo ha causato moltissime morti”.

Bergamo è una delle città più colpite dal virus sul territorio nazionale. Secondo i dati della Protezione civile, i contagiati accertati ad oggi sono oltre 10mila, ma il numero potrebbe essere molto più alto perché alle statistiche sfugge chi non è stato sottoposto a tampone. Quanto al bilancio dei morti, l’Istat ha fotografato nel mese di marzo 2020 un aumento della mortalità nel Comune capoluogo del 385 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In un’intervista a TPI, il sindaco Giorgio Gori ha stimato un numero reale di vittime da Covid-19 di oltre due volte e mezzo quello certificato ufficialmente.

Patanè dice di non aver mai temuto di ammalarsi. “La paura più grande non è quella di essere contagiati, ma di non riuscire ad aiutare i pazienti perché attualmente non esistono protocolli terapeutici curativi e in casa è tutto molto più complesso”.

Il Coronavirus a Bergamo: le Usca
La gestione dell’emergenza è cambiata quando l’ATS (Agenzia di tutela della salute) di Bergamo ha attivato le cosiddette Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), equipe di medici con il compito di fornire assistenza telefonica e domiciliare ai malati di Covid-19. In queste Unità sono confluiti alcuni dei medici volontari che la Croce Rossa Italiana ha messo a disposizione della Regione Lombardia, e tra questi, per due settimane, Simone Patanè.

La giornata tipo di Simone da volontario in servizio nelle Usca iniziava in albergo con la sorveglianza sanitaria telefonica, per poi procedere con le visite domiciliari. “Si finiva per coprire un territorio vastissimo della provincia a seconda dell’Usca di assegnazione – spiega il medico siciliano -. I turni non erano mai di sette ore come previsto e ogni Unità, ce ne sono sei ad oggi sul territorio provinciale, ha solo due medici. Per dare un’idea, l’Usca di Bergamo Est copre da sola 49 comuni. Mi sono ritrovato a fare da autista, corriere, tutto quello che poteva servire in quei momenti”.

“Ho conosciuto tanti giovani volontari provenienti da tutta Italia. Gente diversa da te sotto tantissimi punti di vista, eppure così simili nel condividere la stessa passione, la stessa umanità, la stessa voglia di aiutare”.

La mancanza d’ossigeno
La situazione più angosciante – racconta – è stata l’impossibilità di reperire bombole di ossigeno per i malati. “Qualcosa non ha funzionato – spiega il giovane medico -. Nei primi giorni dell’emergenza ho chiamato decine di farmacie della provincia di Bergamo ma le scorte di ossigeno erano finite ovunque. Non è possibile che non si sia attivata una rete di sostegno da parte delle regioni meno colpite per fornire le bombole che servivano”.

Simone racconta la storia di una donna di cinquant’anni morta in casa, tra le braccia della figlia quattordicenne, in un paesino del bergamasco. “Quando sono arrivato la donna era morta. Dopo otto giorni di richieste di visita, la madre della ragazzina si era aggravata rapidamente. La famiglia non aveva visto un medico in quei giorni, non aveva avuto uno straccio di terapia da seguire (a eccezione dell’antibiotico, che da solo non serve a niente), né un saturimetro, e le ambulanze non ritiravano i malati perché gli ospedali erano al collasso. Il marito è andato in giro per tutto il paese a cercare bombole di ossigeno per la moglie, nelle farmacie e nelle case di riposo, ma non è servito a niente”.

Coronavirus a Bergamo: cosa non ha funzionato
Secondo lo specializzando, quando l’emergenza sanitaria sarà finita si dovrà tracciare un quadro per capire cosa non ha funzionato. “So che ci si è trovati di fronte a una situazione imprevista e sconosciuta, ma l’impressione è che ci siano stati troppi ritardi e intoppi nella macchina organizzativa della sanità a tutti i livelli: provinciale, regionale e nazionale”, afferma Patanè.

“Con la creazione delle Usca si pensa di aver raggiunto un’efficace gestione della crisi nel territorio, ma in realtà non è così. Noi abbiamo ricevuto e accolto una piccolissima parte delle richieste di aiuto dei cittadini e questo perché i medici sono pochi, coprono territori vastissimi e i dispositivi vengono dati con il contagocce”.

I medici delle Usca hanno un turno di sette ore e cinque tute per ogni turno. “Sai che non puoi fare più visite a domicilio di quanti sono i dispositivi di protezione che hai a disposizione e sai che per raggiungere un paziente potresti dover fare 50 chilometri in auto, quindi scegli di andare da chi ha più bisogno di te. A distanza di settimane, si può dire che una parvenza di organizzazione adesso ci sia, ma nel momento in cui ci si doveva prendere cura delle persone più fragili, più esposte, questo non è stato fatto”.

Simone, che viene da una città all’ombra dell’Etna, Acireale, racconta di aver conosciuto in Lombardia tanti professionisti e volontari dietro a quelle mascherine. “È difficile rispettare i protocolli di protezione quando hai tute di due taglie più piccole rispetto alla tua e i copriscarpe riparano solo la suola, ma, nonostante le carenze e le difficoltà, la mia squadra ha sempre reagito di fronte alle emergenze e questo mi fa sperare per quello che potremo fare come Paese dopo questa epidemia. Magari ne usciremo più poveri di tasca, ma più forti nello spirito”.

L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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