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Gori: “Le bare di Bergamo sono solo la punta di un iceberg, i nostri morti sono quasi tre volte quelli ufficiali”

Intervista al sindaco di Bergamo, città-simbolo dell'emergenza Coronavirus in Italia: Gori: “Servono screening mirati. Almeno sui sintomatici e sui loro contatti. Bisognava proteggere di più medici e istituire a inizio marzo la zona rossa in Val Seriana. Quando sarà tutto finito dovremo trovare un modo degno per onorare tutti quelli che sono caduti”

Di Luca Telese
Pubblicato il 27 Mar. 2020 alle 21:38 Aggiornato il 27 Mar. 2020 alle 21:45
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Il Coronavirus a Bergamo, intervista al sindaco Giorgio Gori

Buongiorno sindaco, siete, forse, la città più colpita d’Italia.
Lo siamo purtroppo, aldilà dei numeri che ascoltiamo al telegiornale, che rappresentano solo parzialmente la dimensione dell’epidemia e il dramma di tante famiglie.
Quale?
Il numero reale delle vittime è di oltre due volte e mezzo quello certificato ufficialmente.
È una affermazione clamorosa.
Purtroppo è la realtà.
Spieghiamo perché.
I dati sui contagiati che vengono diffusi quotidianamente dalla Regione e dalla Protezione Civile riguardano solo coloro che sono risultati positivi al tampone. E i tamponi in Lombardia si fanno solo a chi si presenta in ospedale con sintomi molto seri.
E secondo lei è un dato ingannevole?
Quella è solo la punta dell’iceberg. Ci sono decine di migliaia di persone positive, solo nella mia provincia, che non entrano nelle statistiche solo perché non viene fatto loro il tampone. Parlo di persone sintomatiche, poi ci sono gli asintomatici.
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Voi però avete trovato un altro modo di stimare le vittime dell’emergenza?
Abbiamo contato i decessi dei residenti in città dall’1 al 24 marzo, e abbiamo confrontato questo dato con la media dei decessi nello stesso periodo degli ultimi dieci anni. E quando lei fa questo raffronto cosa scopre? Emerge che il numero dei decessi di quest’anno dall’1 al 24 marzo è quattro volte e mezzo superiore alla media degli anni precedenti.
Incredibile.
Quest’anno ci sono stati 446 decessi, negli anni precedenti mediamente 98. Sono 348 in più. Per le statistiche ufficiali i decessi causati da Covid 19 sono “solo” 136: tantissimi, ma molti meno di quelli realmente avvenuti.
Quindi la differenza sono tutte vittime? Ma è un numero enorme.
Ci sono 212 decessi in più di quelli ufficialmente calcolati. Con i medesimi sintomi. E questo scarto non riguarda solo la città: si ritrova in tutti i comuni della provincia di Bergamo, in alcuni casi anche più vistoso.
Dentro questo numero, dunque, si nasconde un altro fenomeno di dimensioni enormi.
È la dimensione reale di questa tragedia. Centinaia di persone morte nelle loro case, o nelle RSA, senza che sia stato possibile anche solo diagnosticare loro la malattia.
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Se questi sono i caduti, significa che il contagio è ovunque.
Ne ho parlato con diversi esperti, tra cui mio fratello Andrea, che è un infettivologo. È possibile fare delle stime.
Quali?
A seconda del tasso di mortalità che si assume, gli esperti sostengono possa stare tra il 2% e l’1%, i contagiati in città potrebbero essere tra 17 e 35mila, la maggior parte dei quali fortunatamente con sintomi leggeri o con nessun sintomo. Nell’ipotesi di mortalità più bassa il virus avrebbe colpito già il 30% dell’intera popolazione di Bergamo.
Addirittura?
È difficile rendersi conto della presenza del virus quando si manifesta senza sintomi, ma ogni cittadino di Bergamo percepisce queste dimensioni: non c’è famiglia che non sia stata toccata, non c’è nessuno di noi che non debba preoccuparsi per un amico, un parente o un collega in gravi condizioni. Oltre ai tanti a casa con sintomi più leggeri. L’incidenza della malattia è molto, molto elevata.
Calcolando anche le forme più leggere e non censite.
Io avuto mal di gola per più di 15 giorni. Non avevo febbre ma forse era una manifestazione leggera del virus, chi può dirlo?

Non si riesce ancora oggi, nemmeno a Bergamo, a fare uno screening sui casi sensibili?
Penso che avrebbero dovuto prima, in forma molto più estesa.
Ad esempio a chi?
A tutti gli operatori sanitari in primis. E poi almeno a tutti i sintomatici e a tutti i loro familiari.
Anche adesso, per contenere il contagio?
Anche adesso, almeno per disporre le quarantene di chi va allontanato e proteggere chi va protetto. Mentre è tardi, secondo me, per usare i tamponi come strumento di mappatura, siamo purtroppo troppo avanti nella diffusione dell’epidemia.

Parlo a lungo con Giorgio Gori, ed ascoltarlo è come seguirlo in una anabasi, una lucida discesa agli inferi. Tuttavia, quando leggerete questa intervista non troverete un solo punto esclamativo: non ne usa mai, quando parla, neanche di fronte al dramma. È lo stile dell’uomo, una dote preziosa, in queste ore. Tuttavia, chiunque lo ascolti, non può non restare impressionato dalla capacità di sintesi del sindaco di Bergamo. Numeri e dati a memoria, analisi e ipotesi, e una capacità utile a tutti: quella di studiare il caso Bergamo per trasformarlo in un caso di scuola utile a tutti. Prendete questa intervista e i suoi focus – dalla mascherine ai tamponi, dagli ospedali alle bare – come la prima indagine sull’emergenza ai tempi del Coronavirus.

Ripartiamo dai tamponi. Che idea si è fatto su questo tema degli esami limitati che si ripropone di continuo?
È una policy, ma non la condivido. L’idea di farne poche migliaia – peraltro cambiando tutti i giorni la dimensione del campione, senza alcuna significatività statistica – non ci dice nulla né sulla storia, né sull’evoluzione della malattia, né su chi quarantenare e quando. Mentre noi – oggi – dovremmo poter tracciare sia i casi sintomatici che tutte le relazioni più strette.
Nella vostra condizione attuale è essenziale questo ultimo aspetto.
Certo. Viceversa in altre regioni bisogna impostare le cose in altro modo, perché è ancora possibile circoscrivere e bloccare.
Ma chi è che ha dato questa direttiva in Lombardia?
Noi sindaci lo abbiamo chiesto al presidente Fontana.
E cosa ha risposto?
Che la Regione si attiene alle direttive dell’ISS e dell’OMS. Nella risposta che ha dato alla lettera degli 81 sindaci della provincia di Milano dice che la Regione si attiene alle disposizioni della circolare del Ministero della Salute del 22 febbraio.
Che effettivamente dice questo?
Dice di fare i tamponi ai soggetti sintomatici. Che è quello che chiediamo noi. Nessuno ha mai proposto di fare tampone di massa. E in ogni caso di circolare ministeriale ce n’è un’altra, del 20 marzo, ancora più chiara nel dire – gliela sto leggendo – che “è necessario identificare tutti gli individui che sono stati o possono essere stati a contatto con un caso confermato o probabile di Covid19”.

Quindi si dovrebbe cambiare la strategia?
Mi dico di sì. Leggo che il presidente Fontana ha annunciato che la Regione farà tamponi anche ai monosintomatici. Non capisco bene cosa voglia dire, posto che fino ad oggi non si facevano neppure ai plurisintomatici, né quanti si pensa di farne.
Immaginiamo che si riuscisse ad applicare la direttiva del 20 marzo, e fare più esami, trovare i laboratori, tracciare tutti i casi di cui lei parla. Cosa avremmo in più?
Si potrebbero gestire in modo molto più efficiente le quarantene, isolando una buona parte dei portatori del virus. Oggi purtroppo si interviene – quando è possibile farlo – troppo tardi.
Perché anche oggi, secondo lei il fattore tempo è decisivo.
L’altro ieri sono andato con il vescovo di Bergamo a rendere omaggio alle urne contenenti le ceneri di nostri concittadini cremati negli impianti di altre: erano 118, allineate sull’altare del famedio. E nella chiesa di Ognissanti, ordinate a terra, c’erano 94 bare. Non si può spiegare.
Lei la usa per darmi le proporzioni del dramma.
Sì, perché immagino che per chi non vive qui sia più difficile comprendere. Per questo mi affanno a dire che va trovato il modo per rafforzare gli interventi sul territorio. Per quanti miracoli si siano fatti per ampliare la capacità di cura negli ospedali, aggiungendo decine di letti di terapia intensiva, non si può aspettare che i malati si aggravino al punto da doverli portare in ospedale.

Perché è troppo tardi.
E perché servirebbero centinaia di posti in più, che non ci sono. Dobbiamo arrivare prima. L’ordine dei medici stima che nelle case e nelle RSA della provincia ci siano quattromila casi di polmonite in corso.
E chi li assiste?
Da alcuni giorni la Regione ha istituito le USCA – unità speciali di continuità assistenziale -, piccole squadre di medici e infermieri che vanno a casa dei pazienti, verificano la saturazione del sangue, il bisogno di ossigeno. È la strada giusta. Ma sa quante sono? Otto per tutta la provincia. Servono più medici, più infermieri e più dispositivi di protezione.
Per proteggere medici e infermieri.
Le dico solo che di 700 medici di medicina generale della provincia se ne sono ammalati 144. Andare a curare a domicilio casa è un altro rischio. Non bastano le mascherine. I medici delle USCA debbono proteggersi da capo a piedi, sembrano degli astronauti. Serve un’ora di preparazione per ogni visita. I tempi e i rischi si dilatano.

E poi, per chi è casa, c’è il tema delle bombole.
C’è un grande problema con l’ossigeno: servono più di duemila bombole di ossigeno al giorno. Ognuno cerca di dare una mano, anche nel contattare i fornitori che si conoscono. L’ATS ha fatto un buon piano ma preoccupa la prospettiva.
Perché?
I fornitori sono sollecitati ormai anche da altre province. C’è il rischio che non riescano a coprire tutto il fabbisogno.
Qui dove sta il problema?
Mi hanno spiegato che scarseggiano innanzitutto i contenitori, le bombole. Per recuperare le bombole vuote si sono attivati anche i carabinieri. Se ne occupa in prima persona anche il sindaco di Treviolo, che ha competenza provinciale sulla Protezione Civile.
E di nuovo si torna al problema di risalire la catena del soccorso per anticiparla.
Sarebbe forse utile attrezzare dei luoghi in cui assistere chi è in condizione pre-ospedaliera, ha bisogno di ossigeno e va allontanato dagli altri familiari. Come si sta pensando di fare negli hotel per chi esce dagli ospedali ma non può ancora rientrare a casa. Ci sono anche altri effetti collaterali del decorso domestico. Tante persone malate vivono in piccoli appartamenti in cui non è possibile separare gli ambienti. I familiari sono lì, necessariamente vicini.
Cioè a rischio contagio.
Altissimo.
E qui si ritorna alla tracciatura.
È esattamente quello che dicevamo prima.

Dicono che c’è anche il problema dei reagenti e dei laboratori, per gli esami.
Non so dirlo. Ma a questo punto, qui dove l’epidemia è così avanti, penso ci si debba concentrare anche su un altro tipo di test: quello che misurando il livello degli anticorpi può individuare chi è stato contagiato , anche in modo asintomatico, è soprattutto può certificare chi si è “negativizzato”.
Altrove si è fatto.
Mi pare in Corea. In questo momento mi risulta che diversi istituti di ricerca siano impegnati nella verifica di affidabilità di alcuni prototipi di questo tipo di test.
Spieghiamolo.
Non sono un medico ma provo a dirlo. La misurazione degli anticorpi consentirebbe di avere traccia del contagio pregresso, a cui è seguita una risposta immunitaria, ma anche ad avere la certezza che non sono più contagioso. E sarebbe importantissimo poterlo certificare.
Parla anche in prima persona.
Anche. Io ho chiuso in casa i miei genitori da un mese e ho paura di andarli a trovare perché non so se potrei contagiarli.
Quindi esami anche senza tampone.
Non si tratterebbe di tamponi rino-faringei, se ho ben capito, ma di test ematici. Sarebbe ovviamente importante poterne realizzare in grande quantità.

Lei fece scandalo quando all’inizio della crisi disse che alcuni venivano lasciati a morire fuori dalle terapie intensive sovraccariche. Adesso sappiamo che era vero.
Dicevo quello di cui ero venuto a conoscenza. Non per accusare qualcuno ma per dire in quale enormi difficoltà si trovassero alcuni ospedali.
Da dove le arrivava quella notizia?
Da amici che lavorano negli ospedali e da altri che avevano perso il papà, o un parente, senza che fosse stato possibile intubarlo. Non voleva essere una accusa, ma una testimonianza delle drammatiche difficoltà in cui alcuni medici si trovavano ad operare.
Questo rischio c’è ancora?
Tante persone muoiono a casa, senza che sia possibile portare tutti nelle terapie intensive degli ospedali.
Il tappo negli ospedali e le persone che restano a casa?
L’offerta di cure intensive è stata quasi raddoppiata in Lombardia, e nonostante questo… L’esito, terribile, è lo stesso. È vero che si tratta quasi sempre di persone molto anziane, con altre patologie, ma se non si fossero ammalate avrebbero probabilmente vissuto altri dieci o quindici anni.

Gli ospedali sono saltati.
Guardi, io continuo a dirlo: in Lombardia c’è un ottimo sistema ospedaliero e ci lavorano delle persone straordinarie. Ma è vero questa cosa è più grande di noi, e che ci ha colto impreparati.
Cosa non ha funzionato, dunque?
È la dimensione dell’epidemia, innanzitutto. E poi tutto precipita sugli ospedali, come ci siamo detti. La domanda è se si poteva evitare.
Come?
Va assolutamente trovato il modo di intercettare prima i malati, curarli a domicilio prima che le loro condizioni precipitino.
E i privati?
Ho letto il pezzo di Selvaggia Lucarelli su TPI. Ero d’accordo su tutto, non su questo punto. Almeno per quello che ho visto a Bergamo.
Come funziona da voi?
Qui i privati si sono fatti in quattro. All’Humanitas Gavazzeni abbiamo ormai solo malati Covid.
Però non basta per sorreggere il sistema?
Non basta se non si riducono i contagi e se non si curano prima i malati. Quando i pazienti arrivano negli ospedali le loro condizioni sono spesso disperate.

Altro dilemma: le mascherine.
Il presidente dell’Ordine degli infermieri di Bergamo oggi dice che le mascherine ancora non ci sono. È così, da quanto raccolgo anch’io. Sembra che ne debbano arrivare a milioni – dalla Protezione Civile, dalla Cina, dai donatori – ma ancora scarseggiano.
Un disastro.
Abbiamo provato a rimediare. Martedì dovremmo avere le prime mascherine prodotte da aziende bergamasche che si sono riconvertite. Ma sottolineo: per chi è in trincea servono anche occhiali, camici, guanti e calzari. E ne servono in quantità industriali.
Ho visto che Armani ha convertito la produzione per fare camici.
L’ho ringraziato.
Ma se non arrivano dalla Protezione Civile come fate in Comune per i vostri approvvigionamenti?
Fino ad oggi abbiamo fatto fronte alle necessità più urgenti grazie alla generosità di alcuni amici. La Mediberg di Calcinate, produttore nazionale del nostro territorio, fornitore primario della Protezione Civile, ci ha regalato 4.500 mascherine. Le stiamo usando per i dipendenti del Comune che sono al lavoro, per gli autisti del trasporto pubblico e per quelli dell’azienda che si occupa della pulizia delle strade e della raccolta dei rifiuti. Oltre che per i volontari che portano la spesa a casa alle persone anziane.
Miracolo.
Solo un dettaglio, per dare l’idea: per questa farci avere questa piccola fornitura hanno dovuto infilarla in un turno supplementare notturno, altrimenti non avremmo avuto modo di proteggerci.

Quanti volontari avete per l’assistenza domestica?
Trenta squadre, 500 volontari impegnati nel dare assistenza alle persone anziane. Vanno a fare la spesa, portano i farmaci insieme ai volontari della Croce Rossa. Nelle squadre ci sono anche alcuni consiglieri comunali, tante storie belle che un giorno potremo raccontare.
E il nuovo ospedale da campo?
È in via di costruzione all’interno dei padiglioni della Fiera. Ci sono gli alpini al lavoro, ma anche lì tanti si sono offerti di dare un aiuto: soldi, materiali, strumentazioni. Qualcuno ha detto vi offro la cablatura, altri hanno tirato su le pareti…
Donazioni?
Tante: “Io regalo i pavimenti”, “io metto i miei artigiani”, persino i tifosi della curva si sono mobilitati. mercoledì sarà pronto.
Darà sollievo alla filiera ospedaliera?
Assolutamente sì. All’ospedale Papa Giovanni non c’è più spazio, anche avessimo altri ventilatori e il personale per gestirli. Bisogna alleggerire la pressione.
Il personale medico della nuova struttura arriva tutto da fuori città?
Il “Papa Giovanni” è l’ospedale di riferimento. Poi ci sono medici italiani, una squadra di Emergency che si occuperà della terapia intensiva, e poi i russi: 32 militari organizzati in squadre da quattro: un medico generico, un infettivologo, un anestesista e un infermiere. Assistiti da un interprete.

Mi dica gli sbagli più gravi da cui imparare.
Non mi piace usare la matita rossa e blu. Parliamo di insegnamenti.
Il primo.
Bisogna proteggere adeguatamente i medici. Vedendo quanti se ne sono ammalati credo che non sia stato fatto alla perfezione. Se non si fa i medici e i sanitari diventano i primi veicoli di contagio.
E il secondo?
Detto col senno di poi, la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana.
Chi non l’ha voluta?
Io mi ricordo bene quei giorni tra il 2 e l’8, anche se sembra un secolo fa.
Cosa accadde?
Pensavamo tutti che la decisione fosse imminente, venne addirittura l’esercito a fare sopralluoghi.
E poi?
E poi non si è fatta. L’8 marzo è nata la zona arancione, estesa a tutta la Lombardia e ad altre 14 province.

Lei mi sta dicendo: il ritardo è stato di una settimana al massimo.
Una zona arancione non è una zona rossa. Quest’ultima avrebbe dovuto comprendere solo i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, dove si era sviluppato un focolaio. Ma una settimana in questa guerra che stiamo affrontando può valere moltissimo.
Si dice che sia stato il territorio a resistere all’idea della zona rossa bergamasca.
Per motivi anche comprensibili. Io ritenevo che andasse fatta, e l’ho detto, ma capivo la preoccupazione dei territori interessati. Quella è una zona in cui ci sono centinaia di imprese.
Con chi ne ha discusso?
Con alcuni imprenditori amici che operano in quella zona, cercando di spiegare loro che la zona rossa non avrebbe significato necessariamente la morte delle loro aziende, come temevano.
E riusciva a essere persuasivo?
Non so. Ma dicevo una cosa di cui oggi sono certo. Se non si fosse fatta, poi sarebbe stato peggio.

Quanto riesce a discutere con suo fratello in queste ore?
Lo sento spesso. Lui è veramente in prima linea, come tutti i medici, nel suo caso al Policlinico di Milano. Lo sento anche per evitare di dire cose imprecise o avventate sui temi sanitari. Anche sul test degli anticorpi ho cercato di farmi spiegare da lui come possa funzionare.
Lui è più o meno pessimista di lei?
Lo sento preoccupato. Il virus minaccia anche Milano. E bisogna fare di tutto per frenarlo prima.
Ecco perché lei insiste sullo screening mirato.
L’incendio non deve divampare anche a Milano. È fondamentale.
Perché non è accaduto?
Forse quei pochi giorni che si sono guadagnati rispetto a Bergamo, quando la Lombardia è stata chiusa, sono stati decisivi nel proteggere la città.

Chiudiamo questa intervista dove l’abbiamo iniziata. Il tempo.
Vede, è il mio pensiero ricorrente. Ognuno di noi oggi misura il destino della sua comunità sui giorni, sulle ore, o persino sui pochi minuti di vantaggio che riesce ad accumulare rispetto al metronomo impazzito della crisi.
Pensa mai a quando avrà di nuovo tempo?
Molto spesso. Una parte dovremo dedicarla a chi ci ha lasciato. A Bergamo abbiamo cercato di fare il possibile, ma so che è troppo poco.
Ad esempio?
Consentiamo ai parenti – massimo dieci – di assistere alla tumulazione. E ho subito aderito alla proposta del presidente della Provincia di esporre bandiere a mezz’asta martedì 31 e fare un minuto di silenzio di fronte al movimento ai caduti. Accadrà in tutti i comuni d’Italia.
Ma lei sta pensando al dopo?
Dovremo trovare un modo degno, e simbolicamente importante, per onorare tutti quelli che sono caduti. Un grande omaggio.

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