Coronavirus, tamponi per asintomatici? Solo ai privilegiati. Così prolifera il business dei test privati

A Roma un paziente di una clinica privata garantisce di aver fatto il tampone per 600 euro. In provincia di Pistoia test a 150 euro, a Napoli se ne spendono 70. L'inchiesta di Selvaggia Lucarelli sulla giungla dei tamponi privati

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 24 Mar. 2020 alle 18:09 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 13:31
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D’accordo, sappiamo tutti come va il mondo. C’è sempre una corsia preferenziale per i furbi, per gli amici di, per i ricchi, per i privilegiati. Quando però quella corsia preferenziale è la corsia di un ospedale, la faccenda diventa più fastidiosa. Se poi succede durante una pandemia, in un momento storico in cui siamo tutti più fragili e in balia degli eventi, quei privilegi diventano ancora più urticanti. Parliamo della faccenda tamponi per il Coronavirus.

Sappiamo ormai bene che vengono fatti solo a chi manifesta sintomi evidenti, che avere febbre, congiuntivite, dolore alle ossa, inappetenza, perdita di gusto e olfatto, emicrania, tosse, nausea, mal di gola, fiato corto e un congiunto o un figlio o un collega positivo non basta. No, bisogna stare malissimo. In quel caso, di norma, fanno il tampone. C’è anche chi non arriva in tempo all’ospedale, se è molto sfortunato. Il tutto è abbastanza inaccettabile, ma lo diventa ancora di più se si prova a capire come mai esiste una corsia riservata ai privilegiati. Come mai, se sei un giornalista noto o un calciatore o un “figlio di” o semplicemente qualcuno con le conoscenze giuste, il tampone te lo fanno. In strutture private, direte voi. E invece non solo, ma anche in quelle pubbliche. Ho provato ad indagare per qualche giorno e vado a raccontare il delirio sconcertante in cui sono finita.

Nicola Porro è il primo personaggio noto a fare il tampone (risultato poi ahimè positivo). Come raccontato da lui stesso, non era in condizioni gravi. Febbre e tosse. A lui il tampone è stato fatto in una struttura pubblica, lo Spallanzani. E in quella stessa struttura pubblica lo hanno fatto molti giornalisti e dipendenti di tv e carta stampata. Non era necessario arrivare lì ansimando. Poi, pare, lo Spallanzani ha visto che la categoria se ne approfittava un po’ troppo e ha chiuso la corsia preferenziale.

Bruno Vespa, entrato in contatto con Nicola Zingaretti, ha fatto istantaneamente il tampone, anche se asintomatico. “Sono negativo”, ha detto. La ragione per cui un conduttore, per giunta asintomatico, goda del privilegio è un mistero. Qualcuno replica: “Lavora a contatto con molte persone, lavora per la tv pubblica”. Se il parametro è questo, dovrebbero farlo anche a commesse, conducenti d’autobus e tram, dipendenti vari e personale sanitario. E invece no. Dove lo ha fatto? Anche lui presso un ospedale pubblico, pare.

Poi c’è tutta la categoria dei calciatori che hanno fatto il tampone. Qui si potrebbe contestare che i giocatori sono atleti, sono seguiti da staff di medici, le squadre hanno convenzioni con cliniche private che fanno i test e d’accordo. Il caso del calciatore juventino Rugani, positivo, lascia però qualche dubbio per il fatto che l’abbiano fatto anche la fidanzata e un amico e “a domicilio, fatto dalla Asl”. Cosa che in realtà racconta al Corriere anche Paolo Maldini, il quale sentiva di avere “un’influenza strana”: “Sono venuti i dipendenti della Asl con guanti e mascherine. Anche mia moglie e Christian (asintomatici, ndr) hanno fatto il tampone e sono negativi”. Tamponi dunque fatti dalla Asl il 17 marzo, in pieno caos, a Milano. A domicilio. Anche ad asintomatici. Mentre migliaia di cittadini malati imploravano tamponi.

Ilaria D’Amico, ospite di Stasera Italia, racconta: “Io e il mio compagno abbiamo fatto il tampone, era necessario, e siamo negativi”. Perché Ilaria D’Amico ha accesso al tampone, se sta bene? Mistero. L’11 marzo, la moglie di Giovanni Tronchetti Provera, terzogenito del noto imprenditore, realizza un video in cui annuncia: “Io e Giovanni siamo risultati positivi al tampone del Coronavirus, stiamo bene, siamo asintomatici”.

Secondo voci non ufficiali, i due avrebbero fatto il test presso una clinica privata. E qui si apre la questione “privata”, tra personaggi naif e storie inquietanti. Chiamando qualche clinica privata sulla quale sono giunte segnalazioni di disponibilità ad effettuare tamponi privatamente. Quando chiamo, mi viene garantito che non si fanno tamponi. Un paziente storico di una clinica privata, a Roma, mi garantisce di aver fatto lì un tampone per il Coronavirus, pagandolo 600 euro regolarmente fatturate sotto la dicitura “analisi cliniche”. Tampone risultato negativo. Chiamo la clinica. Al centro prenotazione visite e analisi mi viene detto che non effettuano tamponi per il Coronavirus. Chiedo di parlare con una responsabile. Non c’è nessuno. Mi richiameranno la sera. Non mi richiamano.

Chiamo il giorno seguente. Dopo molta insistenza mi passano una suora. “Che vuole? Io sono una suora ma il mio nome non glielo dico, non sono tenuta a dirglielo. Il tampone per il Coronavirus? Deve chiamare la dottoressa del laboratorio, non lo so se lo facciamo, chieda a lei, a lei comunque non spetta fare domande”. Il giorno dopo chiamo di nuovo e mi passano una dottoressa del laboratorio: “Non facciamo test per il Coronavirus, solo gli autorizzati lo fanno credo… (si sente che intanto parla con qualcuno del fatto che io le stia facendo un’intervista sui tamponi, ndr). Guardi forse lei non è informata ma servono le metodiche e i permessi… Lei ha una fattura, il nome della persona, come fa a sostenere queste ipotesi?”. Spiego che sulla fattura c’è scritto “analisi cliniche 600 euro” e che il nome del dottore (che è un esterno e nella clinica privata effettua operazioni e visite) è S… “Non so neanche chi sia, non lo conosco, non lavora qui. Poi c’è una legge sulla privacy molto rigida, mi sta chiedendo informazioni private”. “Io non ho chiesto informazioni su pazienti, ma se fate tamponi per il Coronavirus”. “Senta, non facciamo tamponi”. “Ok, quindi nega, va bene”. “No, lei utilizzi dei termini giusti. Io non nego perché lei non mi sta facendo un interrogatorio, lei per me è una sconosciuta, che mi telefona”. “Sono una giornalista”. “E io sono una dottoressa di laboratorio, non vedo cosa abbiamo in comune da scambiare”. Non si comprende tanta ostilità.

Chiamo quindi il medico S. che lavora in un grande ospedale romano e che collabora anche con questa clinica che secondo la mia testimone avrebbe eseguito il tampone giorni fa. “Buongiorno volevo chiederle qualcosa a proposito dei tamponi per il Coronavirus che lei fa privatamente”. “Non li faccio privatamente comunque io sono ricoverato all’ospedale…..”. “In che senso?”. “Sono un paziente ora”. “Ma lei fa tamponi alla clinica….?”. “Ma quando mai. Io sono un medico. Il mio tampone l’ho fatto al Policlinico. Comunque io sto male, ho il Coronavirus, sono ricoverato, mi scusi arrivederci”. In effetti mi informo e il dottore è stato davvero ricoverato questa notte a seguito di una crisi respiratoria, ha il Coronavirus. Ma il mio testimone conferma che non solo il dottore lavora in quella clinica da esterno ma lì l’ha operato più volte e l’ha visitato anche ieri in giornata. Tutto sempre più assurdo.

Poi c’è il laboratorio medico Biomedical che in un annuncio su Facebook spiega che fa tamponi a pagamento. La sede è a Musummano Terme, in provincia di Pistoia. Il post dice: “Biomedical, per sostenere l’emergenza sanitaria, ha allestito il servizio di indagine diagnostica con tampone per il Covid-19. Il servizio è fornito esclusivamente a domicilio previo appuntamento e in forma solo privata”. Manca solo il prezzo. Telefono e il tizio di Biomedical al telefono mi spiega: “Copriamo solo la provincia di Pistoia, veniamo a casa e diamo il risultato in due giorni, al prezzo di 150 euro”. Considerato che il prezzo standard, come rivelato dal professor Crisanti, è di 30 euro, un discreto guadagno.

coronavirus tamponi

Un’altra testimone mi dice di aver fatto il test presso l’istituto diagnostico Varelli di Napoli e mi invia il risultato. Si tratta di un tipo di test che vede gli anticorpi nel sangue, mi spiega. Costa, dice, sui 70 euro. Un prezzo tutto sommato onesto, ma non ne conosco l’attendibilità. E poi c’è Dvora Ancona, la tizia che si presentò alla prima della scala con l’abito illuminato da lucine e che sui manifesti in giro per l’Italia prometteva di buttare giù i chili di troppo. Lei invia tramite WhatsApp il seguente messaggio: “Buongiorno, siamo stati informati che oggi esiste un pre-test Sars Covid 19 per conoscere se siamo positivi al Coronavirus. Il pre-test è appurato, facile, rapido, composto da ago sterile, pipetta e reagente con risultato in 20 minuti. Attendibilità dell’85%. 100 euro. Se sei interessato manda qui il tuo indirizzo”. Insomma, una giungla. Ma di quelle in cui muoversi col machete.

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