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Lo sfogo di un medico a TPI: “Se la Lombardia non cambia strategia, la gente continuerà a morire”

"Noi medici non possiamo curare tutti, ma ci stiamo prendendo cura di tutti. È la Regione Lombardia ad essere nel caos"

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 23 Mar. 2020 alle 18:08 Aggiornato il 23 Mar. 2020 alle 18:56
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Immagine di copertina

S. è un medico di un grande ospedale pubblico milanese. Quando mi contatta, mi spiega che lo fa perché chi è in Lombardia, in prima linea tutti i giorni nella lotta contro il Coronavirus, non può combattere con qualcosa che è così fuori controllo. Perché se la Regione non cambia strategia al più presto, dovrà continuare a comprare respiratori. E moriranno ancora troppe persone. Ma, mi dice, “le chiedo, per ora, di non fare il mio nome, non voglio creare problemi al mio ospedale, che già fatica come tutti, ci mancano solo le questioni diplomatiche a intralciare la nostra operatività”.

Partiamo da cosa dovrebbe fare secondo lei oggi la Regione e il Governo per aiutare i medici.

Il nostro problema oggi è questo: in una pandemia i soggetti potenzialmente sensibili sono tutta la popolazione. È come se questo contenitore diventasse sempre più largo e noi ora continuiamo a mettere acqua dall’alto. L’acqua sono le terapie intensive, i posti letto, i respiratori. Solo che non ci stiamo del buco sul fondo, quel buco che è il contagio.

Insomma pensiamo solo a curare.

Esatto. Invece per cura e prevenzione ci deve essere lo stesso investimento.

Esiste un piano per le pandemie in Lombardia?

Io non sono riuscita a trovarne uno della Regione diverso da quello per il virus N1H1 del 2009, ad ogni modo secondo noi tecnici il cuore del problema è l’assenza di monitoraggio. Concentrarsi sul fare tante terapie intensive, ha un senso parziale se non ti concentri sulle mappature del contagio e sul contenimento. A Wuhan hanno capito che isolare le famiglie tutte insieme voleva dire, talvolta, far morire famiglie intere, anche perché ormai lo sappiamo, non è vero che il Coronavirus colpisce solo gli anziani.

Poi cosa va fatto?

Mappatura come dicevo, tampone e isolamento dei positivi. La Regione deve requisire tutto quello che può requisire: i residence, le case sfitte, gli hotel. Le persone malate devono fare le quarantene lì, con qualcuno che gli porti da mangiare, li monitori.

Quello che si fa in Cina.

Lì hanno un braccio di trasmissione corto, una dittatura molto forte, capisco sia più facile realizzare il tutto.

Però ci si potrebbe avvicinare al modello coreano.

Magari. Qui se una persona ha i sintomi, anche seri, a casa nessuno le fa il tampone. Serve una centrale operativa che lavori alla mappatura. Ma qui in Lombardia ignorare la prevenzione è un tema ricorrente. Se tu passi 20 anni a concentrarti sull’acuzie e sguarnisci il territorio di tutte le politiche di prevenzione, a partire da quelle ambientali, questo diventa il tuo unico modo di gestire la crisi: occuparti degli effetti e non delle cause. Regione e governo devono andare in questa direzione: assumere personale che monitori i contagi. Vogliono lasciare la gente a casa e non in hotel? Che però sia monitorata anche con i tamponi e da centrali di emergenza sanitaria. E servono ossimetri a casa, da dare a chi è in quarantena.

Qualcuno dice che fare i tamponi a tutti non ha senso.

Vanno fatti in maniera mirata, ai sanitari in testa e a chi garantisce i servizi, ai pazienti sintomatici, poi il resto.

Cosa ci frena dal farlo in Lombardia?

A parte la questione di metodo, non abbiamo abbastanza laboratori, il tampone ha senso se hai una risposta in poche ore, adesso abbiamo anche risposte a 72 ore. Se ci fossero più laboratori, più mascherine, più tamponi, servirebbero meno respiratori.

Perché non vi ascoltano?

C’è la politica, c’è l’economia. Dicono “State a casa” e pensano che basti. Hanno avuto paura di danneggiare l’economia fermando tutto? Perché, adesso non è danneggiata? Dovevano mettere in protezione sanitaria la popolazione, subito. Se non hai questo obiettivo, non puoi porti nessun altro obiettivo.

Gli ospedali lombardi sono stati focolai micidiali.

All’inizio c’è stata molta confusione, si è ammalato molto personale medico. Ora la nostra regola è che dopo il 37,5 si sta a casa. I tamponi vengono fatti, ma secondo me andrebbero fatti anche ai sintomatici lievi. Questo doveva fatto in modo tempestivo, abbiamo perso tempo prezioso. E bisogna regolare il flusso dei pazienti, dividere Covid e sospetti Covid dai sani, subito. Dare indicazioni uniche.

Difficile in una regione in cui c’è anche tanta sanità privata.

Nella regione Lombardia ogni azienda è un piccolo regno. E questo è un altro bel problema della nostra regione. Il privato decide quello che vuole fare e quello che non vuole fare e “siccome sono un privato decido io”. Spesso poi le strutture private sono diventate Covid dopo settimane dall’inizio della pandemia. E’ molto complesso in un sistema di sussidiarietà verticale come questo fare un’azione forte, congiunta e coerente. Il privato in un sistema sanitario come il nostro che si può dire universalistico non può giocare il ruolo che sta giocando come lo sta giocando. Deve stare dentro le regole. Ricordiamoci di cosa accadde nella clinica Santa Rita. In quelle realtà è complicato entrare dentro, sapere quello che viene fatto. Specie durante un’emergenza come questa.

Qualcuno tra i non monitorati, tra quelli lanciati a casa soli a gestire la malattia, muore in casa.

Questa è una delle particolarità di questo virus, per fortuna non troppo frequente: la progressione rapida. La cascata citochinica polmonare può succedere in poche ore.

Cosa succederà nei prossimi mesi se adottiamo misure di contenimento più serie?

Quando la curva scenderà, bisognerà far passare due cicli di infezione che nel caso del Corona sono circa 90 giorni, poi 90 giorni di sorveglianza. Quando tutto scemerà, dovremo stare “a cuccia” per 5 mesi. Questo se facciamo le cose giuste. Non bisogna far rientrare il virus nel paese.

A quel punto parte della popolazione che lo ha già avuto sarà immune, spero.

Non si sa. Non in maniera permanente, se si comporta come un virus influenzale. L’influenza la prendiamo tutti gli anni. Vedremo.

Nel centro e sud Italia i numeri al momento sono più contenuti.

Toscana Emilia e Marche stanno facendo da cintura, ma non so se durerà. Spero per sempre, vista la situazione della sanità al sud. Noi che tutti i giorni ci confrontiamo e scambiamo informazioni poi, quando guardiamo i puntini rossi che appaiono nelle mappe in America Latina e Africa, proviamo un grande senso di disperazione perché chissà cosa succederà lì.

Voi medici, visto il numero spaventoso di ricoveri in Lombardia, dovete fare delle scelte tutti i giorni. Non c’è la terapia intensiva per tutti. E’ un tema di cui nessuno sembra voler parlare davvero.

E’ difficile quando non si è tecnici comprendere alcune cose. La Siaarti ha fatto benissimo a mettere fuori quel documento. Ribadisce un problema che la nostra società non vuole affrontare da un punto di vista culturale. Faccio un passo indietro. Non vogliamo fare ragionamenti sui limiti di intervento della scienza, sulla terapia futile. La verità però è che non possiamo curare tutti. Quando tu intubi un ottantenne, anche non in tempo di Coronavirus, non hai molte possibilità che ne esca fuori. Però in Italia si intuba tutti. Facciamo la peg anche a novantacinquenni. C’è una questione etica, e lo capisco, che manda in panico, sempre. Anche in questi giorni complicati.

Cioè?

Per i medici è difficile affrontare questo da soli. Ci sono pazienti che anche se ricoverati in terapia intensiva hanno comunque possibilità quasi nulle di salvarsi, ma tu, medico, di solito hai i parenti che piangono davanti a te e lo fai. Questo in tempi di vacche grasse, con la terapia intensiva libera. In tempo di vacche magre non si può.

Magari anche uno dei pazienti più malconci, in tempo di vacche grasse, in terapia intensiva si salva.

Certo, c’è l’incognita, c’è sempre quello che non conosci, che non sai. La risposta soggettiva del paziente. Tutti ci siamo trovati a dover fare delle scelte, anche prima di questo caos. Oggi di più. Ma non abbiamo scelta.

Quindi quando partono gli aerei per Palermo o per Brindisi dalla Lombardia per trasportare pazienti, è perché sono quelli con alta probabilità di farcela.

Se io metto un ottantacinquenne in elicottero non ha molte possibilità di sopravvivere. Uno più giovane sì, lo so che è dura da accettare. Però una cosa la voglio dire: non possiamo curare tutti, ma ci stiamo prendendo cura di tutti. La regione però deve aiutarci, e subito. Ha perso troppo tempo prezioso.

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