“‘Sto morendo’: quell’ultimo messaggio di mia madre, uccisa dal Coronavirus. Le sue ceneri non sappiamo neanche dove sono”

"Vedere la sua salma portata via dai camion dell'esercito è stato straziante": intervista al figlio di Annalisa, una delle migliaia vittime del Covid-19 in provincia di Bergamo

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 27 Mar. 2020 alle 14:30 Aggiornato il 27 Mar. 2020 alle 18:06
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Immagine di copertina

“Sto morendo”. “Che dici? Perchè?”. “Non respiro più ha detto medico ciao”. “Non mollare, ti voglio bene, fallo per me”. “Ma ormai non dipende più da me mi hanno dato la morfina”. Annalisa se ne è andata così, con un saluto via WhatsApp ai suoi figli, mentre l’infermiera si accingeva a darle la morfina. E poi, dall’ospedale di Ponte San Pietro, nel bergamasco, il suo corpo è stato caricato su uno di quei camion dell’esercito e portato a Bologna, dove i figli cercano ancora le sue ceneri.

Nicola, il figlio maggiore che vive a Brembate, in provincia di Bergamo, ha la voce pacata di chi ha affrontato un dolore troppo grande per provare rabbia. “Mia mamma Annalisa aveva 75 anni ma a parte qualche problema di cataratta stava bene. Intorno al 4 marzo ha cominciato ad avere la febbre e dolori muscolari molto forti. Abbiamo fatto tutta la trafila, il numero verde, il 112, il medico di base, ma tutti dicevano stia a casa, è una normale influenza”.

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Il medico di base le aveva prescritto qualcosa?
“Un antibiotico, visto che la considerava influenza”.
E voi?
“Siamo a due passi da Bergamo, vedevamo che in giro c’era solo il Coronavirus, non ‘una normale influenza’ e, visto che mia madre non guariva, anche se non aveva tosse, mio padre il 9 marzo l’ha portata in ospedale, a Ponte San Pietro, reclamando un po’ di attenzione”.

Cosa vi hanno detto lì?
“L’hanno parcheggiata su una barella al pronto soccorso per un giorno in attesa di visite, c’era il caos”.
Ci saranno stati casi più urgenti, immagino.
“Sì, entravano tutti in codice rosso. Le hanno trovato un letto il giorno dopo. Ci diceva che la volevano spostare a Milano perché sembrava un caso non troppo grave, i medici, seppure con grande prudenza, chiarendo che la malattia è imprevedibile, ci hanno spiegato che poteva farcela”.
Ma il tampone gliel’hanno fatto?
“Dopo un giorno, ma gli esiti sono arrivati dopo tre giorni. Quando è risultata positiva hanno cominciato a somministrarle i farmaci per il Coronavirus”.

Quindi sembrava sotto controllo.
“Sì, aveva solo i tubicini nel naso, facevamo videochiamate, raccontava a me, a mio padre e mia sorella come stava. Poi ad un tratto, il 18 marzo ha cominciato a stare male. Respirava a fatica, è finita sotto il caschetto”.
Ve lo ha detto lei?
“La tragicità della cosa è che è stata lei a dirci che stava morendo”.
Via WhatsApp?
“Sì, con un messaggio in cui ci informava che le stavano dando la morfina, che stava morendo”.
Dall’ospedale non vi hanno avvisati?
“Noi dieci minuti dopo abbiamo ricevuto una chiamata dall’ospedale in cui ci dicevano che la situazione era disperata, che le avrebbero dato la morfina, ma secondo noi era già accaduto, come aveva scritto mamma”.

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Tua madre è stata lucida fino alla fine.
“Sì, ha chiesto all’infermiera cosa le stessero facendo, è certo. È morta 40 minuti dopo il suo messaggio”.
Un messaggio tremendo.
“Mia sorella non l’ha ancora superato quel messaggio, perché lo aveva ricevuto lei. Me l’ha mandato molte ore dopo, era un macigno troppo grande. Un addio così frettoloso, così lucido. Mia sorella che le scrive di non mollare e lei che risponde quel ‘non dipende più da me’ ci ha distrutti”.
Pensate che con cure più tempestive avrebbe avuto qualche possibilità di salvarsi?
“Non lo so, di sicuro le cure giuste sono iniziate molti giorni dopo l’insorgere dei sintomi. Forse in un altro momento poi sarebbe entrata in terapia intensiva, ma era senz’altro piena e a 75 anni forse non ha avuto la precedenza, è terribile ma comprensibile. Lei è passata dal caschetto per l’ossigeno alla morfina”.

Avete idea di come può aver preso il Coronavirus?
“Pensiamo che lo abbia preso quando è andata a fare una visita in una clinica a Bergamo per la cataratta, intorno a fine febbraio”.

Tuo papà come sta?
“È frastornato. Mia madre era una donna che organizzava la vita agli altri, mio papà si è trovato d’un tratto a fare cose che non aveva mai fatto, dal badare alla casa a pagare alle bollette. E poi non è più riuscito a vederla da quel giorno in pronto soccorso, è stato un trauma. Mai avremmo pensato che mia madre potesse perdere una battaglia”.
In che senso?
“Eravamo convinti che con la sua tempra ce l’avrebbe fatta”.

Non c’è stato funerale ovviamente.
“No, e non sappiamo dove sia da quasi una settimana. Le pompe funebri hanno trasportato sabato sera la salma ad Almenno, dove raccoglievano le bare. Poi il lunedì, con i famosi camion dell’esercito, ci hanno detto che sarebbe andata in un forno crematorio a Bologna, ma noi non ne sappiamo più nulla. Quelli delle pompe funebri ci hanno detto che se continua così, vanno loro a Bologna a verificare”.
Non avete neppure le ceneri.
“No, neppure quelle”.
Avete visto le immagini di quei camion dell’esercito su cui viaggiava anche la bara con vostra madre, immagino.
“Chi fa informazione ed è abituato a macinare notizie non può capirlo, me ne rendo conto, ma per noi familiari vedere quei camion in fila è stato devastante”.

C’è qualcosa che vi ha fatto ancora più male?
“Che mia mamma si sia accorta di morire con quella consapevolezza. Che quando è stata parcheggiata nel pronto soccorso abbia visto così tante persone passarle davanti in fin di vita, ci chiamava arrabbiata dicendo ‘Col cazzo che è un’influenza!’. Mi dispiace per lei, sempre così forte, mi dispiace che sia morta accorgendosi che questa volta non poteva vincere”.

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