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Coronavirus, i numeri in Italia non tornano. Contagi troppo bassi e decessi troppo alti

Di Luca Serafini
Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 17:31
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Immagine di copertina

Ormai è evidente: i dati sul Coronavirus in Italia non tornano. Quello che all’inizio sembrava un affidabile censimento statistico, col tempo si è trasformato nella consapevolezza di tutti in un esercizio di numerologia. Si osservano dei dati e se ne traggono poco più che congetture, nella certezza conclamata che non si tratti di numeri reali, ma di una mappatura raffazzonata su un campione complessivo sul quale non si ha alcun controllo.

“Ma allora noi cosa veniamo a fare qui tutti i giorni alle 18 per la conferenza stampa?”, ha chiesto un giornalista del Tg2 a Borrelli martedì 24 marzo dopo la lettura del bollettino quotidiano. Era stato lo stesso capo della protezione civile del resto, in un’intervista a Repubblica, a gettare la maschera: “Il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. Una proporzione che farebbe schizzare il dato reale dei contagiati a circa 600mila. Come ha rilevato Luca Telese su TPI, la replica bofonchiata e strozzata di Borrelli al giornalista del Tg2 tradiva la sostanziale incapacità di rispondere a una domanda scomoda.

Scomoda perché chiama in causa non solo i numeri in sé, ma anche la strategia complessiva messa in campo per contrastare il virus. E’ proprio la strategia, infatti, che altera i numeri. In Italia abbiamo verosimilmente decine, forse centinaia di migliaia di contagi “sommersi”. Perché? Lo ha spiegato in alcune interviste il professor Andrea Crisanti, direttore dell’Unità complessa diagnostica di Microbiologia a Padova e docente di Virologia all’Imperial College di Londra: “Non riesco a spiegarmi come sia stato possibile sottovalutare le dimensioni dell’emergenza, quando erano sotto gli occhi di tutti: in Lombardia i malati saranno almeno 250mila, 150mila sintomatici e 100 mila asintomatici, in Italia ne calcolo 450mila. […] Bastava mettere tutte le risorse possibili sui focali iniziali, come hanno fatto in Giappone, Corea e Taiwan”.

Come ha sottolineato in un’intervista a Globalist, per Crisenti è stata totalmente errata la scelta di non applicare una sorveglianza attiva sui contagiati: “Sorveglianza attiva sul territorio significa che se una persona chiama e dice io sto male, invece di lasciarla sola a casa senza assistenza senza niente, noi con la unità mobile della croce rossa andremo lì, faremo il prelievo alla persona, faremo il tampone ai familiari, faremo il tampone agli amici e al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti”. Esattamente quello che si è fatto a Vo’, in Veneto, uno dei primi focolai: “Al momento del primo contagio abbiamo trovato che il 3% della popolazione era positiva. Che è una enormità. Una fetta ampia di queste persone era asintomatica. Non solo. Nel secondo screening abbiamo dimostrato che persone che vivevano con persone positive asintomatiche si sono a loro volta infettati. Quindi gli asintomatici trasmettono il virus, non ci sono dubbi. E’ chiaro che una delle sfide che abbiamo in questo momento è trovare gli asintomatici oltre che preoccuparci e curare i sintomatici”.

Se questo non viene fatto, sono innanzitutto i dati a risultare sballati. In primis quello sul numero dei contagiati, ampiamente al ribasso per lo scarso numero dei tamponi effettuati. In secondo luogo quello sulla mortalità del virus. Al momento, in Italia, il tasso di mortalità sfiora il 10%: ci sono infatti 6.820 persone decedute a fronte di 69.167 casi totali. E’ però evidente che, se la mappatura fosse completa e gli infetti venissero conteggiati per quanti realmente sono, anche il tasso di mortalità si abbasserebbe vertiginosamente. Arriverebbe, verosimilmente, a punte non superiori al 3%, come in Cina e in altri paesi fortemente colpiti dal Covid-19. Il 3% è, guarda caso, il tasso di mortalità del Veneto, regione in cui la mappatura è stata capillare, mentre in Lombardia arriviamo a una mortalità vicina al 12%. Colpa di un ipotetico “secondo ceppo” del virus che si sarebbe diffuso in quell’area, come ha ipotizzato qualcuno? Colpa delle condizioni atmosferiche delle città, come hanno sostenuto altri? Molto più semplicemente, come ha evidenziato Selvaggia Lucarelli in alcuni articoli su TPI, il dato appare il risultato di una politica assai lasca della Lombardia nell’andare a stanare il virus.

“La gente sta morendo in casa senza mai aver avuto diagnosi, sta morendo negli ospizi e in certe cliniche private infilata in sacchi ancora in pigiama come da prassi senza che neppure sia stato fatto un tampone. Il numero dei contagiati in Lombardia non può essere calcolato semplicemente perchénon si fanno tamponi neppure ai sintomatici gravi. Sintomatici gravi che non vengono dunque mappati, isolati, che non hanno neppure l’obbligo di stare in casa (ci si affida al buonsenso)”, spiega Selvaggia Lucarelli. “Se hai tosse, febbre, congiuntivite, problemi respiratori ma non stai morendo, ti dicono di stare in casa e chiamare il medico di base, che ti dice di prendere la tachipirina. Nei casi più seri devi procurarti l’ossigeno. Fine. Questo vuol dire che contagerai il resto della famiglia. E magari un membro della famiglia che sembra stare bene esce, va a lavorare, va al supermercato. Ho amici, parenti, conoscenti che hanno chiamato il numero preposto per dire ho la febbre. Sto male. Sto molto male. È un terno al lotto”. Un dramma sanitario che si ripercuote sui numeri: in Lombardia si fanno pochi tamponi, e di conseguenza il tasso di mortalità si alza oltremisura.

L’altro problema, che inficia l’attendibilità dei numeri forniti nella conferenza stampa della Protezione Civile, è che il numero complessivo di tamponi effettuati quotidianamente in Italia è a dir poco ballerino. Se è vero, ad esempio, che il 22 e 23 marzo il numero di contagi è diminuito rispetto ai giorni precedenti, è altresì vero che era significativamente più basso anche il numero di tamponi effettuati.

I dati sono allora completamente sballati, e non possiamo ritenere attendibile nemmeno il calo nei contagi comunicato in questi giorni? Non è esattamente così. Detto che sul numero di contagiati non possiamo fare affidamento, e che il tasso di mortalità, in queste condizioni, lascia il tempo che trova, un indicatore realmente attendibile sembra essere quello dei ricoveri. Lo ha spiegato Giovanni Amelino-Camelia, professore di Fisica teorica all’università Federico II di Napoi, in un’intervista a Repubblica. “L’indicatore che personalmente sto usando maggiormente per analizzare l’evolversi dell’epidemia – ha detto il professore – si basa sulla crescita percentuale giornaliera del numero totale di casi che hanno richiesto un ricovero ospedaliero. Lo ritengo utile perché è indipendente dal numero di tamponi effettuati e gli studi medici fin qui condotti suggeriscono che ci sia una diretta proporzionalità tra numero di contagiati e numero di casi che richiedono il ricovero ospedaliero“.

Se le cose stanno così, “l’incremento percentuale giornaliero del numero (noto )ricoveri ospedalieri è uguale all’incremento percentuale giornaliero del numero (ignoto) dei contagi”. Facendo questo calcolo su dati reali, secondo il professore due settimane fa si registrava una crescita giornaliera dei ricoveri del 20 per cento, mentre negli ultimi giorni il dato è sceso al 9 per cento. Per tornare ad affidarci alla statistica e abbandonare la numerologia, insomma, dobbiamo probabilmente guardare alla curva dei ricoverati. Questo sempre che la strategia non cambi e che si cominci ad effettuare quella “sorveglianza attiva” di cui parla il professore Crisanti, andando a scovare il virus anche tra gli asintomatici.

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