“Contagi in aumento tra i giovani e riapertura scuole, ecco cosa accadrà in autunno”: parlano gli esperti

Il nostro Paese rischia veramente di essere travolto da un seconda ondata, magari ancora più virulenta della prima? E perché nonostante i casi siano in aumento, i numeri dei decessi e dei ricoveri non sono confrontabili con quelli della prima ondata? E ancora, il virus è veramente diventato meno "aggressivo"? TPI lo ha chiesto all’infettivologo Massimo Galli, direttore/responsabile del reparto Malattie Infettive all’Ospedale Luigi Sacco di Milano, e a Massimo Clementi, virologo e ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 27 Ago. 2020 alle 07:54
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Coronavirus: contagi in aumento, ma cosa succederà in autunno? Intervista agli esperti Galli e Clementi

Il recente aumento dei contagi di Coronavirus in Italia sta sollevando dubbi, incertezze e paura anche nella prospettiva dell’arrivo della stagione invernale e della riapertura delle scuole. Il nostro Paese rischia veramente di essere travolto da un seconda ondata, magari ancora più virulenta della prima? E perché nonostante i casi siano in aumento, i numeri dei decessi e dei ricoveri ospedalieri non sono minimamente confrontabili con quelli della prima ondata? E ancora, il virus è veramente cambiato, diventando meno “aggressivo”?  TPI lo ha chiesto a due esperti, spesso in disaccordo tra loro soprattutto sulla “natura” del virus: all’infettivologo Massimo Galli, direttore/responsabile del reparto Malattie Infettive all’Ospedale Luigi Sacco di Milano, e a Massimo Clementi, virologo e ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano.

L’Italia è tornata a superare i 1000 casi al giorno, un dato che non veniva registrato dal maggio scorso quando il Paese era appena uscito dal lockdown. Tuttavia, i dati riguardanti i ricoveri (il 4 maggio erano più di 1000 le persone in terapia intensiva, ora sono meno di 70) non sono minimamente confrontabili. Che cosa sta succedendo?

Prof. Galli: Sta succedendo che durante la prima ondata si facevano i tamponi soltanto ai casi più gravi, che erano molto spesso persone anziane. Ora, invece, si stanno facendo test a coloro che ritornano dalle vacanze e ovviamente i novantenni in vacanza, in discoteca e nella movida non ci vanno. Quindi vengono trovate infezioni in persone decisamente più giovani e fortunatamente con limitati problemi dal punto di vista clinico nel senso che non sono persone che al momento non stanno ripopolando le rianimazioni. Il punto è non perdere il controllo di qualche focolaio e non perderlo per un tempo sufficiente da vedere colpite le persone più fragili, che potrebbero reinnescare un fenomeno come quello già visto in passato.

Prof. Clementi: La mia interpretazione, che collima con quella di molti altri miei colleghi, è la seguente: noi avevamo raggiunto un minimo nella circolazione del virus intorno alla prima metà di luglio quando poi ci è stato un apporto di nuove infezioni dovuto a diversi elementi. In primo luogo, una maggiore circolazione interna di soggetti per via delle vacanze, i quali non hanno seguito le indicazioni di distanziamento e di uso delle mascherine. Poi, c’è stata anche una quota di importazione del virus da altri Paesi limitrofi (Grecia, Croazia, Spagna), che avevano una situazione meno sotto controllo di quella che avevamo noi. Questo e alcuni focolai epidemici che si sono sviluppati in alcuni posti di lavoro, hanno fatto impennare il numero dei contagi, che, però, questo va sottolineato, nella maggior parte si tratta di casi asintomatici. Noi parliamo di infettati, non di malati. A febbraio e marzo nell’ospedale in cui lavoro, il San Raffaele, arrivavano anche 80 pazienti al giorno, la metà dei quali venivano intubati già al pronto soccorso. Questo è uno scenario che penso e spero non vedremo più.

Come mai il virus ora colpisce soprattutto i giovani?

Prof. Galli: Probabilmente ci sono stati anche focolai contestualizzati in ambiti di lavoro o in altre condizioni particolari, ma il dato di fatto è che tutte le condizioni che facilitano gli assembramenti di persone non fanno bene alla prevenzione di questa infezione. È evidente che la movida, gli affollamenti nei luoghi di villeggiatura e le discoteche non hanno aiutato a evitare la diffusione del virus, anzi, hanno contribuito a far sì che ad ammalarsi ora siano proprio i più giovani.

Prof. Clementi: Principalmente perché la maggior parte di coloro che hanno contratto il virus sono perlopiù giovani e il decorso della malattia è sicuramente differente rispetto agli anziani o a chi soffre di altre patologie. Al momento non c’è una sindrome clinica come quella che abbiamo visto nei mesi di febbraio, marzo e aprile. La malattia è sicuramente diversa, anche per il fatto che i contagiati hanno un’età media bassa.

Poteva essere fatto di più a livello di prevenzione soprattutto per quanto riguarda l’apertura delle discoteche?

Prof. Galli: Si certo, si poteva fare di più. L’apertura delle discoteche è stata forse la più eclatante, se non l’unica, delle cose sbagliate. Le discoteche quest’anno non ce le potevamo proprio permetterle e aprirle è stato un grossolano errore, su questo non ci piove. È anche chiaro che a fronte di una norma che consentiva dei gradi di libertà proposta dal governo, le Regioni si sono infilate ognuna a proprio piacimento.

Prof. Clementi: Le discoteche potevano non essere riaperte, questo è poco ma sicuro. Se un anno si fa l’estate senza discoteche e si cerca un altro modo di socializzare non muore nessuno. È stato un errore riaprirle, tutti sapevano che la discoteca è il luogo ideale per la diffusione del virus per mille motivi.

È vero che il virus è cambiato diventando meno “aggressivo”?

Prof. Galli: Questa cosa del virus meno aggressivo è una “fregnaccia”. Non conta il virus, ma conta il paziente. Ovviamente esistono anche dei ceppi virali verosimilmente meno aggressivi. Per fare un esempio, è come i bulli in una classe. Il bullo con più forza è quello che tende a prevalere sugli altri. Lo stesso discorso vale per il virus. Lo stiamo vedendo anche adesso perché abbiamo persone che hanno cariche virali importantissime, i cosiddetti superdiffusori, che ci dice che il virus è sempre quello e sta continuando a circolare.

Prof. Clementi: Io faccio parte di una corrente di pensiero che ritiene che i virus, non soltanto il Covid-19, che arrivano all’uomo da una specie diversa dopo un primo periodo di aggressività maggiore, poi si adattino al nuovo ospite. Questo è successo per tutti i virus. Quanto lungo sia questo periodo di adattamento, questo nessuno lo sa. Nel 2009 emerse in Messico un nuovo influenzale, definito suino. Si trattava di un virus H1N1 come quello della Spagnola. Questo virus iniziò con decessi e tante infezioni e poi rapidamente, nel giro di pochi mesi, si adattò all’uomo e adesso è uno dei virus influenzali che circola stagionalmente di inverno, ma non ci dà grandissimi problemi. Questo è l’esempio di un virus che si è adattato quasi subito. Non è ovviamente la storia di questo virus, ma al momento l’assenza di una patologia grave potrebbe significare che il virus morde meno e che quindi si stia adattando all’uomo. La risposta l’avremo nei prossimi mesi, ma il fatto che il virus non sia mutato non significa che il virus non possa essersi adattato al nuovo ospite.

Gli ultimi dati indicano che la curva dei contagi è in risalita. L’apertura delle scuole e l’arrivo del freddo rischiano di farci ripiombare nell’incubo di una seconda ondata magari ancora più virulenta?

Prof. Galli: In linea teorica può verificarsi una seconda ondata aggressiva quanto la prima, ma io credo che si riuscirà a fare in modo che questo non accada, seguendo le indicazioni sulle precauzioni da tenere. Non dimentichiamoci che, per quanto riguarda la prima ondata, quando noi ci siamo resi conto della situazione, in Lombardia e nelle aree contigue c’erano ormai già centinaia di migliaia di infezioni. Teniamo presente, infatti, che il numero ufficiale di casi di Coronavirus registrato è 5 o 6 volte inferiore al numero reale. Per rivivere le stesse criticità della prima ondata, la situazione dovrebbe completamente sfuggirci di mano, cosa al momento improbabile visto il livello di attenzione al fenomeno. Tuttavia vi è un interrogativo fondamentale: riuscirà questo Paese a coordinarsi quanto basta per limitare i danni? Ovvero, riusciremo a coordinare i trasporti, ma anche a contingentare gli ingressi nei luoghi di lavoro per evitare assembramenti? L’impressione è che si sia abbastanza lontani dal definire dei piani di intervento che consentano di evitare le ore di punta sui mezzi pubblici, che consentano di evitare le persone sopra l’altra sui treni e che definiscano gli orari di ingresso nei luoghi di lavoro in modo di cercare di diluire il massimo delle concentrazioni. Senza queste misure si rischia comunque di inseguire focolai nuovi che si presentano nel Paese.

Prof. Clementi: Vedo che ci sono un po’ meno tifosi per la seconda ondata. Come ho detto non credo che si verificheranno situazioni simili a quelle di febbraio e marzo. Potrebbero verificarsi delle situazioni, come abbiamo visto questa estate, in cui i casi di infezioni salgono. L’importante è che non ci siano casi clinicamente rilevanti e che si riescano a mantenere sotto controllo i piccoli e grandi focolai che si presenteranno di volta in volta. Su questi focolai, che inevitabilmente scoppieranno, bisogna essere attenti e intervenire tempestivamente, mantenendo sotto controllo i casi, gestendo la situazione sul territorio e ovviamente proteggendo le fasce di età più a rischio. A tal proposito, sarebbe stata utile l’app Immuni, che però non è stata divulgata nella maniera opportuna. Quel sistema ci aiuterebbe tantissimo nell’affrontare i focolai che si possono verificare e prenderli quando sono piccoli. Purtroppo le persone si sono preoccupate più per la privacy che per la propria sicurezza.

Al momento non conosciamo l’impatto che l’apertura delle scuole può avere sulla circolazione del virus dal momento che gli istituti scolastici sono rimasti sempre chiusi dall’inizio dell’emergenza. Non rischiamo di riaprire le scuole per poi richiuderle dopo pochi giorni?

Prof. Galli: Le scuole sono un’attività primaria ritenuta necessaria e questo è un concetto condiviso. Che sia necessario assumere posizioni restrittive nel momento in cui si presentano infezioni a scuola mi sembra indiscutibile. Se un ragazzino in una classe risulta infettato è evidente che quella classe va in qualche misura valutata e “quarantenata”. È altrettanto evidente che tutto questo potrà portare problemi di una certa entità. Io confido nel fatto che comunque nel momento in cui verrà scovato un caso di Covid-19 a scuola, vi sia la capacità di identificarlo rapidamente al punto da non aver poi il rischio di una grande ricaduta sulla scuola stessa, sulle famiglie e sul contesto sociale in generale. Quando sono state chiuse, era giusto chiuderle. Adesso è importante riaprirle: che ci sia un possibile rischio legato alla riapertura delle scuole è abbastanza evidente, ma è anche abbastanza evidente che convivere con questo virus significa anche correre qualche rischio, incluso quello di riaprire le scuole per poi doverne chiuderne una parte.

Prof. Clementi: Le scuole non possiamo non riaprirle. Il danno che si genererebbe su una generazione di due ragazzi con due anni di assenza di istruzione a qualsiasi livello, dall’università alle elementari, sarebbe devastante. Dobbiamo ovviamente riaprirle in sicurezza. Io ho proposto che si ripristinasse la figura del medico scolastico, che potrebbe essere un valido aiuto ai presidi e ai dirigenti scolastici nell’affrontare un periodo autunnale che potrebbe essere problematico, aldilà del Coronavirus, dal momento che ci sono anche altri virus che circolano. Bisogna riaprirla nella migliore maniera possibile, io ad esempio ho qualche dubbio che le mascherine siano tollerate dai bambini piccoli, ma la scuola va riaperta. Quale potrebbe essere l’impatto sulla circolazione del virus, nessuno può saperlo al momento.

Cosa pensa della notizia proveniente dall’università di Hong Kong, secondo la quale un paziente giovane ha sviluppato di nuovo il Covid, pochi mesi dopo la prima infezione? Può essere un problema per lo sviluppo di un vaccino?

Prof. Galli: Ce lo si poteva aspettare. La cosa non mi meraviglia, ma non credo che questo possa voler dire che non possiamo essere confidenti sulla capacità di non reinfettarsi di tutti quanti gli altri. È possibile che in alcuni individui la capacità di risposta immune sia insufficiente e che quindi sia possibile una reinfezione, fermo restando che stiamo parlando di dati teorici dal momento che di certo abbiamo solamente questo caso. Vorrei sottolineare comunque che il paziente in questione la seconda volta ha contratto un’infezione asintomatica quindi è altamente verosimile che in qualche modo abbia conservato una qualche “memoria” che gli ha permesso di non sviluppare i sintomi gravi della malattia. Per quanto riguarda il vaccino non possiamo escludere che in futuro dovremmo rincorrere le possibili mutazioni del virus, ma questo vale anche per il vaccino antinfluenzale.

Prof. Clementi: È un caso isolato al momento, ma certo non è una bella notizia per chi studia il vaccino. Noi non sappiamo ancora essendo un’infezione recente quanto dura l’immunità dopo la malattia. Ancor meno sappiamo quanto dura l’immunità dopo una vaccinazione ovviamente. Questo è un grosso limite. Tuttavia c’è la possibilità che questo possa essere un caso isolato e nulla di più.

Rispetto al febbraio e marzo scorso, come sono cambiate le terapie contro il Coronavirus e quali sono i farmaci più efficaci contro l’infezione?

Prof. Galli: L’unico farmaco che è stato registrato anche dall’Fda come farmaco attivo è il Remdesivir, che è un antivirale. Per il resto non c’è nulla che abbia dimostrato una sicura efficacia. Una discreta efficacia nella terapia di contenimento della cosiddetta tempesta citochinica, che caratterizza una della fasi più gravi della malattia, è data, secondo alcuni studi effettuati nel Regno Unito, da un corticosteroide, il desametasone.

Prof. Clementi: C’è stata un po’ di confusione sull’argomento. È chiaro noi non avevamo farmaci anche perché non eravamo stati previdenti nelle esperienze precedenti. Dopo la Sars e la Mers era prevedibile che ci sarebbe stata una terza epidemia, anche se non di queste proporzioni ovviamente. Se avessimo sviluppato dei farmaci specifici dopo le prime due epidemie, avremmo potuto avere dei medicinali efficaci contro questo virus. E invece abbiamo dovuto ricorrere all’idrossiclorochina, che dopo essere stato bocciato dall’Oms, adesso è venuto fuori da uno studio serio che garantisce la vita ad almeno il 30% dei pazienti gravi trattati. Farmaci antivirali diretti e specifici non ne abbiamo, ma adesso cominciamo a orientarci meglio sulla terapia più adeguata sia nella primissima fase che quella strettamente virale.

L’attuale fase che stiamo vivendo è stata definita quella di “convivenza con il virus”. Quando potremo tornare alla normalità?

Prof. Galli: Temo non presto, soprattutto se la convivenza con il virus è una convivenza un po’ incestuosa come abbiamo dimostrato negli ultimi mesi. Capisco che non se ne può più, io stesso sono un po’ stanco di quello che ha implicato questo virus, lo siamo tutti, però non possiamo abolire il virus per decreto e anche un po’ di voci riguardo al fatto che il virus si è indebolito non hanno fatto bene alla prudenza.

Prof. Clementi: Noi conviviamo con miliardi di virus. Nel nostro corpo noi abbiamo e conviviamo con miliardi di virus che possono diventare patogeni o no a seconda delle condizioni in cui ci troviamo. Addirittura il sequenziamento del Dna umano ha fatto scoprire che il 9% del nostro genoma è costituito da retrovirus. Se questo Covid-19 si trasformasse in un Coronavirus come quelli che conosciamo già che infettano l’uomo e che danno un raffreddore d’inverno, conviviamoci pure.

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