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Il medico della Lazio, Ivo Pulcini, a TPI: “Inutile fermare il campionato, bisogna puntare sull’immunità di gregge”

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 8 Ott. 2020 alle 14:47 Aggiornato il 8 Ott. 2020 alle 15:05
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Il medico della Lazio, Ivo Pulcini, a TPI: “Inutile fermare il campionato”

“Possono anche fermare il campionato di calcio, ma il Coronavirus resta in circolazione se non si fa anche altro”: Ivo Pulcini è un medico dello sport, un cardiologo, uno dei membri del Comitato scientifico della pallacanestro, ma soprattutto è il responsabile sanitario della Lazio. Anche lui, come tanti suoi colleghi, in questi giorni sta assistendo al peggioramento del bilancio dei contagiati tra le squadre di Serie A. Prima il focolaio al Genoa, poi il caso Juventus-Napoli e le polemiche successive. Ma pur esprimendo “grande stima e cieca fiducia” nei confronti del Comitato tecnico scientifico, Pulcini non esita a proporre idee alternative: sul protocollo, sui tamponi, ma anche sulla gestione dei positivi a livello nazionale. E a TPI afferma: “Con tutte le prudenze del caso, bisogna puntare all’immunità di gregge. È l’unica soluzione definitiva”.

Anche la Serie A si sta misurando con il Covid. Cosa la preoccupa di più di tutta questa situazione?
Il mio timore è che, se verranno applicate tutte le norme alla lettera, il campionato verrà interrotto. Come medico, ma anche come cittadino, mi pongo delle domande: in generale in Italia possono essere introdotte nuove restrizioni, persino un nuovo lockdown, ma il Coronavirus così non viene debellato. Rimane in circolo. Non c’è una soluzione all’orizzonte, se non un vaccino. La mia opinione al riguardo è che vada ripristinata la centralità del medico: chi fa la diagnosi, in Italia, non è un tampone che tra l’altro non è infallibile, ma un medico. Intanto, non ho mai sentito parlare di prevenzione: l’alimentazione e alcuni comportamenti corretti rafforzano il sistema immunitario. Ma soprattutto, la gestione dei positivi può essere diversa.

In che senso?
Un positivo asintomatico è contagioso, ormai lo sappiamo. Ma chi è asintomatico può essere definito malato? Per me no, perché non ha sintomi né disturbi. È il medico che stabilisce se un positivo è malato o no. I sintomatici vanno isolati, curati a casa se possibile oppure in ospedale. Ma quanta gente circola liberamente senza sapere di essere positiva, perché senza sintomi? Se, stando vicini, io asintomatico procuro una sintomatologia in un’altra persona, quella viene curata e la vita prosegue. Se contagio una persona che non sviluppa sintomi, invece, in fondo stiamo entrambi bene. Perché confinarci in quarantena? Mi risponderanno che lo si fa per non contagiare le persone fragili. Ma quelle, se infettate, svilupperanno sintomi e verranno curate, perché il virus non è letale come a marzo e ora conosciamo anche la terapia più adatta.

Sta quindi suggerendo di puntare all’immunità di gregge.
Sicuramente è una soluzione al Coronavirus. Certo, ovviamente con prudenza, utilizzando le mascherine e rispettando tutti i provvedimenti di Governo e Cts. Però serve una soluzione alternativa ai lockdown. Bisogna sfruttare il momento: il virus oggi è meno aggressivo e anche le temperature di questo periodo aiutano. Se poi la situazione ricoveri e terapie intensive diventasse insostenibile, allora si imporrebbe un lockdown. Io del Cts mi fido ciecamente, ma un Governo dovrebbe anche avvalersi di altri pareri e poi decidere. Bisogna restituire alla medicina la sua centralità.

In cosa deve essere migliorato il protocollo?
Una cosa che non concepisco è la quarantena del gruppo in caso di positivo in una squadra. Da medico devo seguire le leggi dello Stato, ma anche il giuramento di Ippocrate. Se in un club ci sono uno o più positivi, significa che tutti gli altri non lo sono. E se sono negativi, i giocatori devono poter giocare. La fase di incubazione? Si fanno tamponi e sierologici praticamente tutti i giorni, quindi c’è un controllo quasi totale. Inoltre, credo che ci voglia più libertà d’azione per i medici. Il protocollo deve dare linee guida generali, poi i dottori scelgono come applicarlo al meglio.
Secondo lei, riguardo alla partita Juventus-Napoli, la Asl si è comportata correttamente impedendo agli azzurri di andare a Torino?
Assolutamente sì. C’è un protocollo che lo prevede espressamente.

Ha senso sottoporre i calciatori a un numero così alto di tamponi, soprattutto immediatamente dopo una partita, vista l’alta percentuale di falsi negativi come visto con il Napoli e lo stesso Genoa?
In generale, io sono d’accordo a farli per tutelare la salute. Però, visto che tutte le squadre fanno i tamponi, quando si trova un positivo non si può bloccare tutto. Si impone l’isolamento, poi si ripete il tampone: se negativo, si torna a giocare. Punto. Quando dico che i medici dovrebbero avere più autonomia, però, intendo dire che dovrebbero poter decidere ogni quanto tempo far fare i tamponi ai propri calciatori. Anche perché si tratta di un test oneroso, ma anche molto fastidioso per gli atleti. Fare tamponi quasi ogni giorno comporta fastidi fisici e psicologici da non sottovalutare: mal di gola, dolori al naso. Cose non gravi, ma non gradevoli. In più bisogna capire se ci sono test alternativi e meno invasivi.

Cosa possono fare i calciatori per diminuire le occasioni di possibile contagio? Perché esultano ancora abbracciandosi?
Esultare con i compagni non ha nessun peso sui contagi, perché bisogna partire da un assunto: tutti i calciatori in campo hanno fatto un tampone e un sierologico che è risultato negativo. È come impedirmi di dare un abbraccio a mia moglie. Posso essere d’accordo però sul fatto che andrebbero evitati gli abbracci dopo un gol, più che altro per non trasmettere un messaggio negativo all’esterno.

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