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Covid, c’è il calcio e poi c’è il resto del mondo: quando le regole non sono uguali per tutti

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 29 Set. 2020 alle 19:53
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Immagine di copertina
Un momento della partita tra Napoli e Genoa (Credits: Fabio Sasso/ZUMA Wire)

Coronavirus, il calcio e il resto del mondo: regole non uguali per tutti

Il Coronavirus spaventa la Serie A e rievoca gli spettri dello stop al campionato: dopo la notizia dei 14 tesserati del Genoa risultati positivi al tampone dopo la partita di domenica scorsa contro il Napoli, il ministero dello Sport e la Lega Calcio sono chiamati a decidere cosa succederà nelle settimane a venire, a partire già dal prossimo weekend quando è in programma la terza giornata. Ma mentre il gotha del calcio italiano discute del futuro, non mancano le polemiche per il fatto che nel mondo dello sport – e quello del pallone in particolare – non valgano le stringenti regole anti-contagio che invece stanno paralizzando da mesi tutti gli altri settori della società. Basti pensare alla prossima partita del Genoa, contro il Torino: razionalmente, andrebbe rinviata senza alcuna esitazione. Ma secondo le regole di Uefa e Fifa, formalmente si può giocare: basta che in ogni squadra ci siano almeno 13 giocatori non contagiati. E il Genoa, nonostante 14 positivi, soddisfa tale requisito, pur avendo sospeso – sempre da protocollo – ogni allenamento.

Incognita terza giornata

La Lega, dopo aver sentito il Governo e i singoli club, si esprimerà domani. Ma se il rinvio di Genoa-Torino appare però ormai scontato, anche per difendere la credibilità del movimento calcistico italiano, il tema adesso è cosa fare con le altre partite. A partire da Juventus-Napoli, con i partenopei che stanno aspettando gli esiti del secondo giro di tamponi dopo la partita con i rossoblu. A preoccupare ancora di più sono le dichiarazioni del virologo Fabrizio Pregliasco, che ha spiegato che potrebbero volerci anche 72 ore tra il contagio e il tampone perché quest’ultimo risulti positivo. Con il risultato che, con le attuali norme che prevedono il tampone 48 prima della partita e poi subito dopo, si originino una serie di falsi negativi. E quindi nuovi focolai nelle squadre.

In un campionato già di per sé inedito come questo – iniziato molto tardi a causa del Covid e della stagione precedente conclusa ad agosto e che deve concludersi a maggio perché poi ci saranno gli Europei – non è facile immaginare di rinviare un grande numero di partite. Soprattutto se le squadre coinvolte (come Juventus e Napoli) sono impegnate anche nelle coppe europee. Una volta saltati un paio di match a causa del Coronavirus, infatti, incastrare i recuperi nel fittissimo calendario di questa stagione sarebbe impossibile. Ecco perché tutti, dal ministero dello Sport alla Figc, sono restii a sospendere il campionato. Lo ha fatto capire anche il ministro Vincenzo Spadafora, oggi: “Non siamo ancora nella situazione di dover imporre uno stop”, ha dichiarato pur manifestando “grande preoccupazione”.

Cosa dice il protocollo per la Serie A: regole sufficienti?

Il mondo del calcio, nei prossimi giorni, dovrà inoltre capire se il protocollo anti-Covid (rinnovato settimana scorsa dal Comitato tecnico scientifico, dopo la richiesta della Figc di ridurre il numero di tamponi e quindi i costi dello screening) sia adeguato all’attuale situazione dei contagi in Italia. Il protocollo prevede che le squadre eseguano test periodici sui propri tesserati nell’arco della settimana che separa una partita dall’altra. Il regolamento obbliga tutte le società a eseguire un giro di tamponi a 48 ore dalla partita successiva: solo chi è negativo può essere convocato. In caso di positività, è previsto “l’immediato isolamento del soggetto interessato con tutti gli altri componenti del gruppo-squadra sottoposti ad isolamento fiduciario presso una struttura concordata, che saranno sottoposti ad attenta valutazione clinica sotto il controllo continuo del medico sociale e sottoposti a esecuzione di tampone (anche rapido) ogni 48 ore per due settimane”.

Nessun elemento della squadra, dunque, può avere contatti col mondo esterno, ma sono consentiti gli allenamenti e ovviamente le partite. Il giocatore trovato positivo, invece, può unirsi nuovamente ai compagni solo dopo 14 giorni di quarantena e un doppio tampone negativo. Il protocollo, tuttavia, non prevede né il rinvio automatico di una partita in base a un numero minimo di positivi nelle squadre che devono disputarla, né una norma in caso di focolaio, come quello creatosi nel Genoa. Un buco normativo enorme, se si pensa che casi come quello del Genoa possono capitare a ogni giornata di campionato e che, vedi il Napoli, coinvolgono sempre due squadre e non solo una.

Il caso Genoa

Ma come è possibile, con un protocollo così stringente, che nel Genoa siano affiorati ben 14 positivi in pochissimi giorni? A spiegarlo, in un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, è il virologo e direttore sanitario dell’istituto ortopedico Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco: “Come è possibile che così tanti giocatori siano risultati positivi lunedì dopo un tampone negativo al sabato? La malattia potrebbe non essere rilevata da tamponi effettuati fino a 72 ore dopo che il virus comincia a manifestarsi nella persona. Nel Genoa sarà successo magari che nell’allenamento di giovedì Perin, infetto senza saperlo, abbia contagiato diversi compagni, i quali agli esami di sabato erano risultati tutti negativi. Tra l’altro la malattia ha un periodo di 2-5 giorni di incubazione. Dunque è possibile”.

Va da sé che anche il Napoli non è al momento al sicuro. Pur avendo seguito il protocollo ed effettuato i tamponi (tutti negativi) sui calciatori dopo la partita con il Genoa, qualche calciatore potrebbe aver sviluppato il virus nei giorni successivi. Ecco perché cresce l’ansia per venerdì, quando si conosceranno gli esiti del secondo giro di test sui partenopei. I calciatori, ha concluso Pregliasco, “dovrebbero fare una vita di clausura, come prevedeva il primo protocollo. Ma sinceramente mi pare impossibile”.

Gli abbracci dopo il gol: sono davvero necessari?

Un altro di quei temi che fanno perdere la pazienza ai non-appassionati di calcio (e non solo) è quello degli abbracci dopo il gol. Nelle prime partite dopo il lockdown, quelle valide per la fine del campionato scorso, si erano sprecati fiumi di inchiostro su quanto fosse singolare vedere i calciatori esultare da soli e a distanza dopo un gol. Il massimo dell’eccesso era un saluto gomito a gomito. Con il nuovo campionato, però, tutte le precauzioni sono cadute. A ogni rete segnata, vediamo calciatori che si abbracciano, si baciano e si ammucchiano come se nulla fosse. Mentre nella vita quotidiana siamo tutti costretti a mascherine e distanziamento sociale. Per non parlare di tutte quelle situazioni di gioco attivo (ma queste sono inevitabili, se si vuole mandare avanti il calcio), come i calci d’angolo o le punizioni, dove le marcature sono strette per forza di cose.

Anche il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha sottolineato questa enorme contraddizione del calcio: “Gli abbracci e l’esultanza in campo – ha dichiarato a “Un Giorno da Pecora” su Rai Radio 1 – dovrebbero essere vietati. La distanza deve comunque essere mantenuta. Se da un positivo nella squadra sono diventati 14 vuol dire che il virus è circolato, che non sono state mantenute le distanze. Se abbiamo un tampone negativo, non dobbiamo pensare di essere invincibili. Continuare a mantenere le distanze è fondamentale”. La speranza è che il prossimo aggiornamento del protocollo consideri anche questo fenomeno.

L’incognita Nazionali

Sebbene in questo momento tutta l’attenzione in Italia sia focalizzata sulla terza giornata, c’è un altro orizzonte temporale da tenere in considerazione. Il weekend dopo, quello del 5 ottobre, ci sarà la sosta per le Nazionali. Saranno moltissimi i calciatori, impegnati in Nations League, che lasceranno i loro club per andare in ritiro con la selezione del loro Paese. Quindi, nuove occasioni di contatto e di promiscuità tra calciatori provenienti da campionati diversi, a volte persino da continenti diversi. Sarà quello un banco di prova ancora più decisivo per la convivenza del sistema calcio con la pandemia da Coronavirus. E l’augurio, per tutto il movimento sportivo che nelle ultime settimane sta iniziando a perdere i pezzi, è che l’esame venga superato a pieni voti. Imparando dagli errori di queste settimane.

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