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Coronavirus, il silenzio assordante dell’Unione europea

Di Massimo Romano
Pubblicato il 12 Mar. 2020 alle 19:28 Aggiornato il 12 Mar. 2020 alle 19:28
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Immagine di copertina
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Credit: Zhang Cheng/Xinhua via ZUMA Wire

Coronavirus, il silenzio assordante dell’Unione europea

Dobbiamo ridiscutere il concetto di realtà distopica, davanti a quello che ci sta accadendo: una pioggia di fatti inediti appende le nostre giornate al filo dell’estraniamento. Ma dobbiamo anche guardare con occhi diversi al valore di notiziabilità dei fatti. Mondo reale e mondo dell’informazione non sempre viaggiano sullo stesso binario. In caso di eventi negativi, per esempio, la prossimità incide fortemente sulla rilevanza di una notizia. Un disastro che coinvolge un minor numero di persone ma avviene in un luogo geopoliticamente o culturalmente vicino è più notiziabile di un evento analogo accaduto più lontano. È la “legge di McLurg”: “in un disastro una vittima europea equivale a 28 cinesi, mentre 2 minatori gallesi equivalgono a 100 pakistani”.

Il primo insegnamento del Coronavirus è che la Cina non è poi così lontana. E che l’asimmetria nuova a cui dobbiamo abituarci non è quella delle alleanze preesistenti. Nella geopolitica sanitaria Cina, Corea del Sud e Italia costituiscono un insieme compatto, all’interno del quale lo scambio di protocolli – ma anche di merci – ha soppiantato quello che avremmo dovuto avere con l’Europa. Riceviamo materiale sanitario dall’Asia e interscambiamo dati, ricerca, medicine con Israele, mentre Francia e Germania vietano le esportazioni di mascherine agli ospedali italiani e l’Austria e la Slovenia respingono i transfontalieri con i militari al confine.

L’overflow informativo complica la lettura: troppe notizie senza una direzione. Da settimane non si parla di altro. Ma come? Minimizzando prima, esagerando poi, con pareri discordanti e posizioni opposte persino tra virologi e scienziati. E facendo ciò che sappiamo fare meglio: cercare un nemico comune. Prima lontano, la Cina, poi più a portata di “treno”, la nazione confinante. Lo abbiamo cercato in casa, la città del nord con il focolaio, e poi immediatamente accanto a noi, il signore svenuto nella Metro di Roma e non soccorso per paura del virus. Non sono mancate le notizie, ma è mancata la giusta informazione. È mancata una cabina di regia che affrontasse la tematica a livello nazionale e internazionale.

L’Italia, pagando anche lo scotto di qualcosa di nuovo e sconosciuto, si è fatta male da sola e l’Europa è stata a guardare, per poi ritrovarsi nello stesso caos. La (dis)Unione Europea. E se l’Italia non è stata subito in grado di guardare il problema nella giusta prospettiva, l’Europa ha fatto ben peggio. Ha deciso di voltarsi dall’altra parte.

In Germania, la Merkel ha parlato ieri per la prima volta del problema, come racconta la Bild: “Tra il 60 e il 70% della popolazione si infetterà con il virus”. Ma al momento l’obiettivo è mantenere stabile il sistema sanitario e la vita sociale. Il Regno Unito resta per ora alla finestra. Il numero dei contagi cresce, il ministro della Salute, Nadine Dorries, è risultata positiva al Virus, ma non saranno prese misure restrittive. Boris Johnson, nel weekend, è stato allo stadio per un match di rugby.

L’Austria ha annunciato che chiuderà le scuole fino ad aprile, ampliando le misure per rallentare la diffusione del virus. L’Ungheria ha dichiarato lo stato d’emergenza. In Francia, l’Esecutivo esclude misure di contenimento drastiche. La scorsa settimana 3.500 persone si sono radunate vestite da puffi per battere un record e domenica si vota in 35mila comuni, compreso Parigi. La Spagna, che ha registrato 2.236 casi di contagio e 54 decessi, ha chiuso le scuole.

Paesi con approcci completamente diversi al problema. Approcci che possono mutare in continuazione, come già avvenuto in Italia. Che si riflettono sulla comunicazione di un territorio, di un tessuto economico e culturale che non può che risentirne. Paesi che si chiedono se sia più giusto affrontare il Virus con misure drastiche, a danno dell’economia nazionale, o sottovalutare volontariamente i rischi, non portando a saturazione il sistema sanitario e salvando una parte dell’economia. Il silenzio assordante. Un ossimoro che rende l’idea.

L’Europa è stata completamente assente. Non ha dato direttive univoche né indicazioni generiche. Si è riunita la prima volta la settimana scorsa, per capire come intervenire, e solo ieri è arrivato il messaggio della presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen: “Non siete soli. In Europa siamo tutti italiani”, accompagnato dalla promessa di sostegno economico. Suona come la retorica kennediana dell’ “Ich bin ein Berliner”, l’evocazione di chi piange il morto. È un messaggio vuoto e comunque tardivo. Nella confusione e nell’indecisione di una Unione che non sa come comportarsi e che teme il collasso, sanitario ed economico, di Stati che nel momento del bisogno sanno guardarsi solo l’ombelico.

Eppure è solo agendo insieme, nella dimensione globale del problema, che i Paesi dell’UE possono massimizzare i loro sforzi nel limitare la diffusione del virus e nel limitarne gli impatti socioeconomici. E la comunicazione, in questo processo, ha un ruolo primario. Il silenzio di Bruxelles è stato assordante, come quello dell’isolamento o delle strade vuote delle nostre città. Una globalizzazione mediatica.

Quando tutto sarà finito, sarà necessaria un’azione congiunta per rilanciare le nostre economie dopo questo shock. In Italia nascono già le prime iniziative. Asca, Cida, Com&Tec, Confassociazioni, Ferpi, Iaa e Una, Aziende della Comunicazione Unite hanno creato un’unità operativa permanente di professionisti della comunicazione e del management per suggerire alle parti sociali e alle istituzioni un programma di azioni utili al superamento dell’attuale contesto di crisi e al rilancio del Sistema Italia. Ora tutti i Paesi, uno ad uno, stanno iniziando a comprendere la portata dell’emergenza e, probabilmente, adotteranno a breve le stesse misure italiane. Quelle misure che noi stessi abbiamo inizialmente osteggiato, in nome di una “libertà” che ci ha portati a fregarcene delle restrizioni.

Accompagnati da campagne di comunicazione che, al grido di “Milano riparte”, hanno creato l’effetto opposto portando la gente di nuovo in strada. Non è tardi per un #IoRestoaCasa globale. Ma servirà collaborazione. Cooperazione. Quella che è mancata finora. Servirà un messaggio unico e chiaro per i cittadini. Per far capire loro la reale emergenza, senza puntare sul sensazionalismo o sulla notizia a effetto, ma sul come uscire dalla crisi. Una vera globalizzazione mediatica. La prima della storia.

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