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Guerra in Siria, Diario dal Rojava: “Anche noi cristiani scappiamo dai turchi, se arrivano ci tagliano la testa”

Immagine di copertina
Credit: Benedetta Argentieri

Il racconto del conflitto dall'inviata sul campo di TPI, Benedetta Argentieri

Guerra Turchia-curdi: diario dalla Siria – 1 novembre

Di Benedetta Argentieri, inviata per TPI nel Rojava

In un villaggio vicino a Tell Tamer il tempo sembra esserci fermato. Alle sue porte, una gigantografia di un ragazzo giovane con in mano un kalashnikov e dietro un leone, è ingiallita dal tempo. È uno dei martiri che ha combattuto contro l’Isis. Di fianco c’è un piccolo tempio azzurro e arancione, e sul tetto una croce. Le case sono basse, e hanno tutte un giardino.

Decine di famiglie di tutte le religioni si sono rifugiate qui, uno delle ultime comunità assire della zona. “Noi stiamo ospitando nove famiglie, siamo di religioni differenti, ma questo non importa”, spiega Nazmina, una donna sui 50 anni.

Ha la pelle chiara, e gli occhi scuri. Porta la kefiah bianca e nera come un turbante, ma si intravede qualche capello chiaro. “Vogliamo solo vivere in pace”, spiega mentre porge un bicchiere d’acqua. Siamo seduti nel cortile, sotto una tettoia di alluminio ricoperta di foglie di vimini.

Di fianco c’è una chiesetta piccolissima. È un cubo bianco, con delle croci di ferro sulle pareti esterne. L’altare è fatto di piastrelle bianche, su cui sono poggiate diverse croci e immagini di Gesù.

“Se i turchi si avvicinano troppo dovremo scappare, ci tagliano la testa di sicuro”, continua la donna. I cristiani sono sotto attacco, lo denuncia anche il portavoce delle FDS, Mustafa Bali: “La piccola popolazione cristiana che è riuscita a sopravvivere all’Isis sta ora fuggendo dalle proprie case nella zona di Khabur vicino a Til Temir a causa degli attacchi turchi. Il giorno in cui il Congresso americano ha votato per riconoscere il genocidio armeno, un altro genocidio è appena iniziato”.

La minoranza cristiana ha paura. Gli assiri sono rimasti in 1.200, all’inizio della guerra erano 25.000. “Abbiamo paura di un altro massacro”, dice Shamin Kako, portavoce della comunità a Tell Tamer.

Kako è anche alla guida del partito politico legato alla comunità. Per questo si scappa. La paura è tanta, anche se la situazione sembra essersi calmata. Il regime, dopo la ritirata di mercoledì è tornato nei villaggi intorno alla città, mentre le FDS tengono le linee del fronte, a circa sei chilometri dalle porte della città. Le milizie turche hanno carri armati e blindati senza bandiera. Sono appoggiati dall’aviazione, possono contare sui droni.

Intorno alle 10, le forze del regime hanno cominciato il contrattacco sparando colpi di mortaio e cercando di frenare l’assalto. Le notizie che arrivano dal fronte sono contraddittorie e non chiare. Nel pomeriggio sembra che la situazione sia calma quando, all’ospedale di Tell Tamer arriva un furgoncino. Dentro due uomini sdraiati pieni di sangue, e il conducente in stato di shock, continua a urlare: “Sobbiamo tornare indietro, mia madre…”. Pochi minuti dopo un altro veicolo arriva nel cortile dell’ospedale. La donna muore di lì a poco.

Per tutta la giornata ci sono stati movimenti di truppe, anche gli americani sono passati da Tell Tamer per l’ennesima volta. Nessuno capisce esattamente come si posizioneranno. Ma dei mille soldati che sono stati richiamati dal presidente americano Trump, ne sono tornati 900. E non sono solo nelle zone del petrolio. Proprio oggi sono arrivati nella loro vecchia base a Sorin, non lontano da Kobane, e quindi dalla parte opposta rispetto a Deirzzor, dove appunto si trovano i giacimenti più importanti della zona.

Gli attacchi della Turchia continuano. Ankara sembra non voler fermare l’offensiva. E la gente intorno a Tell Tamer si prepara al peggio.

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