Guerra in Siria, Diario dal Rojava: il califfo al-Baghdadi è morto ma con l’occupazione turca l’Isis ha l’occasione di riorganizzarsi

Il racconto del conflitto dall'inviata sul campo di TPI, Benedetta Argentieri

Di Benedetta Argentieri
Pubblicato il 28 Ott. 2019 alle 12:56 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 14:06
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Guerra Turchia-curdi: diario dalla Siria – 28 ottobre

Di Benedetta Argentieri, inviata per TPI nel Rojava

Una giornata da ricordare nella lotta al terrorismo islamico. La prima notizia arriva nella notte. Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo, è stato ucciso al confine con la Turchia dove si nascondeva da mesi. Si aspettano le conferme del DNA, arrivate in pomeriggio.

Poi in serata un nuovo annuncio. Anche il braccio destro di Baghdadi, Abu Hasan Al-Muhajir è stato ucciso in un altro raid vicino a Jarabalus, sempre in Siria e occupato da forze filo-turche. I raid sono stati condotti dalle Forze Speciali statunitensi. Determinante la collaborazione tra gli americani e i curdi che nonostante la guerra, hanno dato un apporto decisivo alla riuscita delle missioni. Ankara non ha avuto alcun ruolo nel raid.

A fine marzo Redour Khalil, portavoce delle FDS, dopo la battaglia di Baghouz in cui l’ISIS è stato sconfitto militarmente, lo aveva detto chiaramente: “Abu Bakr al-Baghdadi è nelle campagne di Idlib”. Sono seguiti mesi di ricognizioni e appostamenti. E alla fine le Delta Force lo hanno trovato a tre chilometri dal confine con la Turchia, a Barish, molto vicino a una base militare turca.

Era in una casa con le mogli e i figli. Alla fine, il numero uno di ISIS, è morto mentre cercava di scappare da un tunnel. Si è fatto esplodere, uccidendo i suoi tre figli. Khalil aggiunge i particolari in una conferenza stampa, in contemporanea con quella del presidente americano Trump, sottolineando la collaborazione e il supporto che le FDS hanno dato agli americani.

La decisione di Trump di ritirare le truppe dal nordest della Siria, ha avuto una ricaduta anche sulla missione, lasciando il Pentagono con una patata bollente e un’operazione militare molto pericolosa.

Poi l’inizio dell’invasione della Turchia nel nordest della Siria. “Il raid è stato posticipato di oltre un mese a causa dell’aggressione turca nella nostra regione”, spiega Khalil davanti a una quarantina di giornalisti nel quartier generale delle FDS ad Hasakah. Parla mentre il sole sta tramontando, di fianco a lui Suzdar Derik, la portavoce delle Asayash e Gabriel Kino, anche lui delle FDS.

Poi aggiunge: “Avvertiamo il mondo del pericolo che le fazioni jihadiste con l’esercito turco possano entrare nelle aree di Ras al-Ain e Tel Abyad occupate dalle milizie sostenute dalla Turchia e che la regione può diventare un altro rifugio sicuro in cui l’ISIS può avere l’opportunità di riorganizzarsi”.

Questo è uno dei punti chiave della conferenza stampa. Le milizie usate dalla Turchia stanno commettendo crimini di guerra. Pochi giorni fa Jamila Hama, co-presidente della mezzaluna rossa del Kurdistan, aveva raccontato di medici rapiti.

Ieri è arrivata la notizia, sono morti. Questo è l’ultimo degli omicidi nei confronti dei civili. Una lunga scia di sangue cominciata con l’esecuzione di Hevrin Khalaf, segretario generale del partito del Futuro della Siria.

Intanto anche oggi continuano gli scontri nelle campagne di Tel Tamer e intorno a Serekanye – Rais al Ain. Lunedì sera ci si aspetta un nuovo annuncio, il cessate il fuoco negoziato tra Russia e Turchia termina alle 22. Il comandante in capo delle FDS Mazlum Abdi continua a negoziare con i russi per quel che riguarda la loro presenza sul confine. Ci si aspetta un nuovo colpo di scena.

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