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Coronavirus, ecco chi sta guadagnando di più economicamente da questa emergenza pandemica

Dal CoronaCoin ai titoli raddoppiati in borsa: chi ne approfitta dall'emergenza Covid-19

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 12 Mar. 2020 alle 18:45 Aggiornato il 23 Mar. 2020 alle 11:45
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Immagine di copertina
Brokers Credits: Ansa

L’emergenza per il Coronavirus è ormai globale. Ma mentre i morti nel mondo hanno superato i 4mila (più di mille solo in Italia), mentre l’economia è al collasso in tutti i Paesi dove la situazione sanitaria è grave, non manca chi guadagna e chi specula da questa emergenza. Che siano sciacalli della pandemia o furbetti ai tempi del contagio, una cosa è certa: saranno pochissimi quelli che banchetteranno invece di risentire della quarantena.

Nonostante l’Ocse abbia definito il Coronavirus la più grave minaccia all’economia globale dalla crisi del 2008, alcune aziende hanno però giovato dell’epidemia. A spiccare tra chi, di fatto, sta facendo soldi con lo scoppio dell’epidemia, non sono solo il comparto farmaceutico e i classici beni rifugio – una risposta decisamente scontata se analizziamo le dinamiche sui mercati in occasione dello scoppio delle crisi che si sono susseguite negli ultimi decenni – ma anche realtà inaspettate, come quelle composte dalle assicurazioni o dalla criptovaluta CoronaCoin.

Mascherine e igienizzanti a peso d’oro

I primi giorni di contagio sono stati caratterizzati dalla follia dei prezzi alle stelle per gel igienizzante e mascherine su alcune delle più famose piattaforme online. Su Amazon, ad esempio, l’Amuchina è arrivata a costare 199,00 euro: il suo prezzo di listino è di circa 4 euro. La confezione da 5 pezzi di alcune mascherine con presunte speciali valvole “ideali per Coronavirus” sono vendute a 189 euro.

Veri e propri rincari che hanno spinto Amazon ad intervenire. Questa è stata la risposta ufficiale: “I partner di vendita stabiliscono i prezzi dei loro prodotti nel nostro store e abbiamo delle regole per aiutarli a definire tali prezzi in modo competitivo. Monitoriamo attivamente il nostro store e rimuoviamo le offerte che violano le nostre regole”.

Assicurazione per Covid-19. Verità o menzogna?

Per le compagnie di assicurazione l’emergenza arrivata dalla Cina rappresenta un punto di svolta, perché l’epidemia sta facendo emergere criticità ma anche opportunità di lucro. Nel disorientamento generale provocato dal COVID-19, tra fake news e danni reali per l’economia globale, la paura, più o meno giustificata, segnala un crescente bisogno di protezione. Per questo nella fragilità è facile trovare persone disposte a pagare profumatamente qualsiasi metodo le faccia sentire “in sicurezza”.

Con il diffondersi del contagio su scala mondiale del coronavirus alcune compagnie di assicurazioni hanno iniziato a studiare prodotti e coperture. La thailandese Tqm, in collaborazione con Bangkok Insurance, ha lanciato i una polizza a basso costo (premio da una decina di euro) che garantisce un indennizzo di 1.500 euro a quanti dovesse contrarre la malattia. Secondo i vertici della compagnia il prodotto avrebbe come obiettivo quello di “alleviare in parte la psicosi oramai diffusa su tutto il territorio”. Secondo stime prudenziali, solamente in Asia entro l’anno potrebbero essere aggrediti dal coronavirus non meno di 10-15 milioni di individui. e il guadagno potrebbe avere altrettanti zeri.

Anche le assicurazioni made in Italy hanno colto la palla al balzo. Molte compagnie, anche in Italia, hanno lanciato alcune polizze anticoronavirus, che spesso sono polizze salute estese o riconfezionate. Le formule tradizionali non sempre però sono sufficienti e sostenibili di fronte a “sinistri” di dimensioni come quelle di un’epidemia. In Cina, dove tutto è cominciato, Ant Financial, il braccio fintech di Alibaba Group, ha prontamente proposto soluzioni assicurative basate sulla blockchain, che riduce drasticamente i tempi (e i costi di gestione) delle pratiche e della loro liquidazione. Sono arrivati a gestire fino a mille pratiche al secondo.

Alcuni annunci assicurativi: 

Visto lo smartworking imperante, ad essere schizzati sono anche i preventivi assicurativi online. Segugio.it, portale leader della comparazione nel comparto in Italia, ha condotto un’analisi relativa alla settimana da lunedì 24 febbraio a domenica 1 marzo confrontando i preventivi di assicurazione auto e moto effettuati sul portale con quelli della stessa settimana del 2019. Ne è emerso che a livello nazionale, si registra una crescita a doppia cifra dei preventivi online: in particolare quella che fino a ieri è stata la “zona rossa” mostrava una crescita del 25,1 percento, addirittura superiore alla stessa media nazionale.

“L’incremento dei volumi di preventivi – commenta a TPI Emanuele Anzaghi, vicepresidente di Segugio.it – che registriamo è un diretto riflesso dei vincoli alla socialità che il contenimento del Coronavirus impone. La possibilità di confrontare e acquistare online la polizza di assicurazione, che è di fatto un prodotto dematerializzato, rassicura i consumatori e li spinge ad utilizzare maggiormente internet al posto dei canali fisici, trend che è ancora più evidente nelle aree più colpite dal virus”.

Il boom del settore farmaceutico

Come non citare in questa corsa all’oro del Coronavirus il settore farmaceutico e biotech? Varie società stanno del comparto healthcare stanno cavalcando l’avvento del coronavirus, dedicandosi allo sviluppo di un vaccino e alla ricerca. Le azioni di Novavax, il cui lavoro in passato è stato essenziale nello sviluppo di vaccini contro altri coronavirus (SARS e MERS) sono salite del 95 per cento dall’inizio di febbraio ad oggi – il titolo è un componente del Nasdaq e al momento viaggia sui 14,85 dollari.

Dal 7 febbraio le azioni Inovio, società che ha annunciato di aver sviluppato un possibile vaccino capace di combattere la COVID-19, sono salite del 43,8 per cento. Stesso annuncio fatto anche da Moderna, il cui titolo mercoledì segnava un +42 per cento da inizio febbraio, per poi scendere in scia ad un ridimensionamento della news da parte degli investitori.

I titoli che hanno letteralmente raddoppiato in borsa

C’è un grado di correlazione piuttosto evidente tra le sperimentazioni per i farmaci antivirali e la performance borsistiche di alcune aziende farmaceutiche. Non tutto il mondo sta profetizzando la teoria da cigno nero, in cui il virus cinese a rischio pandemia potrebbe convertirsi in un fattore scatenante di una nuova crisi finanziaria. Uno degli indicatori che gli economisti di Moody’s Analytics sono andato a guardare in questi giorni è l’indice dei prezzi delle materie prime che è crollato del 7 per cento qualche giorno fa alla notizia che il Coronavirus potesse estendersi a livello mondiale.

La più vicina a realizzare il vaccino sembra al momento Vir Biotechnologies, fino a pochi mesi fa era una clinica specializzata nel settore immunologico basata a San Francisco. Da inizio anno le azioni della compagnia sono balzate del 100 percento, portando la capitalizzazione di mercato vicino ai 3 miliardi. I guadagni sono diventati più corposi dopo che l’azienda ha annunciato di stare “lavorando per verificare rapidamente se degli anticorpi monoclonali (mAb) si legano e neutralizzano il 2019-nCoV, conosciuto come il Coronavirus di Wuhan”.

Coronavirus speculazioni, l’Hedge Fund che aveva previsto tutto

Una nota della Consob di lunedì 9 marzo ha smentito l’ipotesi che la giornata nera in Borsa abbia avuto origine da manovre speculative. Eppure qualcuno aveva visto o previsto il tutto con parecchio anticipo, come risulta dalla lettura di alcuni giornali dello scorso dicembre: l’Hedge Fund Bridgewater aveva puntato 1,5 miliardi di dollari sul crollo delle Borse nel mese di marzo.

Il Corriere della Sera del 6 dicembre 2019, in un articolo a firma Giuseppe Sarcina, riportava l’allarme degli analisti di Wall Street a seguito della mossa dell’Hedge Fund Bridgewater. Il quale, in un momento in cui l’economia reale segnava dati positivi e confortanti, decise di scommettere sul crollo delle Borse nel mese di Marzo. Motivo per cui Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater, aveva versato 1,5 miliardi di dollari per sottoscrivere contratti di assicurazione (‘put options’) con l’obiettivo di proteggere, in tutto o in parte, il portafoglio di gestione: circa 150 miliardi di dollari in azioni e investimenti finanziari.

Una scommessa sul ribasso dei listini. Le ‘put options’ consentono di vendere titoli a un prezzo prefissato ed entro una data certa. In sostanza se un gestore prevede l’arrivo di un ciclo negativo, può tutelarsi siglando accordi di vendita dei titoli prima che cadano le quotazioni. È esattamente quello che ha fatto Bridgewater, firmando ‘put options’ con Goldman Sachs e altri istituti. Lo stesso finanziere, il 5 dicembre, era uscito allo scoperto, spiegando che in realtà l’operazione non nasceva dalla sfiducia, ma era parte di una particolare strategia di gestione al servizio dei suoi clienti.

Corsa all’oro e altri beni rifugio

In tempi di crisi, gli investitori di tutto il mondo considerano l’oro un rifugio sicuro, proprio come i titoli di stato statunitensi, il dollaro USA, lo yen giapponese e il franco svizzero. Gli analisti affermano che il metallo prezioso funge da efficace diversificatore del portafoglio e da riserva di valore, oltre a essere uno scudo contro l’inflazione e una risorsa di liquidità di ultima istanza durante le incertezze economiche. Con la diffusione del coronavirus al di fuori della Cina, il rialzo del prezzo dell’oro è stata quindi una naturale conseguenza.

Il CoronaCoin

Il virus si è addirittura trasformato in una “forma di pagamento”. Il 26 febbraio scorso è stato presentato su Reddit il white paper della nuova criptovaluta basata sul virus: il CoronaCoin. La valuta digitale, lanciata da Alan Johnson, è stata registrata su una piattaforma con sede nelle Isole britanniche dell’Oceano Indiano.

La criptovaluta è stata denominata CoronaCoin, con simbolo $nCoV ed utilizza la blockchain di Ethereum. Attraverso la valuta digitale i trader possono scommettere sull’evolversi del virus in termini di nuovi contagiati e morti da Covid-19. A differenza di valute come il Bitcoin il numero di CoronaCoin in circolazione è legato all’andamento della popolazione mondiale, infatti al momento ci sono in circolazione circa 7,6 miliardi di unità. Ogni 48 ore viene aggiornato il token (ERC20) in base al numero di nuovi infetti o morti, che vengono cancellati dai registri virtuali.

Il numero di CoronaCoin in circolazione corrisponde alla popolazione mondiale, cioè leggermente superiore a 7,6 miliardi. La moneta non è estraibile come i classici bitcoin e affini e, quindi, non sarà mai possibile creare nuovi CoronaCoin. CoronaCoin è la prima criptovaluta supportata dall’aumento di malati e morti, si aggiorna prendendo come riferimento le statistiche fornite dall’OMS. La nuova moneta non ha le stesse caratteristiche di funzionamento riscontrabili nel Bitcoin, infatti la sua correlazione a variabili reali la rende non estraibile, ovvero non è possibile creare nuovi CoronaCoin. Con l’aumento dei contagi e dei morti da Coronavirus i token tendono a diminuire, incrementando così il valore della valuta nel tempo.

Critiche feroci a questo nuovo progetto non si sono fatte attendere. Molti hanno manifestato il proprio dissenso attraverso le piattaforme social, considerando la nuova valuta digitale uno strumento per speculare sulla vita umana. Il paradosso di un meccanismo speculativo del genere è quello di poter superare la censura di alcuni paesi, la Cina su tutti, per ottenere informazioni grezze che rappresentano in maniera veritiera il reale andamento del virus.

Le piattaforme video

Era inevitabile. Più casa uguale più piattaforme per comunicare e altrettante per guardare video. Le persone dovranno pur comunicare e distrarsi in qualche modo. Grazie alla quarantena nelle zone rosse e alla soluzione dello smart working nelle aree più a rischio, l’impennata di vendite è stata immediata.

Dando uno sguardo generale all’andamento dei mercati azionari mondiali non si può non notare la crescita delle azioni Netflix. Da inizio mese il titolo è salito di quasi il 6 per cento, con un picco del +12,5 per cento al 18 febbraio. Sulla scia dei consumi si prospetta poi una crescita del settore dell’e-commerce, grazie al maggior numero di individui che sceglie di comprare online, non potendo comprare fiicamente in un negozio.

E per tutti gli altri settori? Il turismo, l’enogastronomia, l’artigianato e il settore terziario sono in ginocchio. Per chi non specula su questa malattia che come un nemico invisibile ci sta portando a una guerra sanitaria, sarà difficile rialzarsi in piedi a emergenza finita.

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