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La Chiesa verso i preti donna? La teologa Sebastiani a TPI: “Esclusione è frutto di maschilismo e tradizione”

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Papa Francesco e la teologa Lilia Sebastiani

Papa Francesco ha istituito una Commissione sul diaconato femminile, primo grado dell'Ordine sacro. Lilia Sebastiani: "Qualcuno dice che i preti devono essere uomini perché Gesù era un uomo. Ma finché nella Chiesa ci sarà un sacerdozio, escluderne le donne è assurdo e ingiusto"

Sacerdozio femminile, la teologa Sebastiani: “Esclusione è maschilismo”

Potrebbe essere il primo passo verso il sacerdozio femminile: sicuramente è un atto rivoluzionario, che punta a rivedere il ruolo della donna nell’istituzione più maschilista al mondo: la Chiesa Cattolica. Papa Francesco ha deciso nei giorni scorsi di istituire una nuova Commissione di studi sul diaconato femminile, presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, e di cui fanno parte sette uomini e cinque donne. La questione del diaconato è discussa, all’interno della Chiesa, da almeno 4 anni e il Papa aveva già nominato una prima Commissione, che però non ha portato alcun risultato perché i membri si erano trovati in conflitto tra loro.

Il diaconato è il primo grado dell’Ordine sacro: i successivi sono il presbiterato e l’episcopato. Se si sdoganasse l’ordinazione delle diacone, dunque, si abbatterebbe l’ostacolo che impedisce oggi di avere preti e vescovi donne e che rappresenta una delle polemiche più forti all’interno della Chiesa, capace di degenerare anche in gesti plateali e pittoreschi: basti pensare che al no “definitivo” di Giovanni Paolo II – confermato per ora da papa Francesco – è stato risposto, nel 2010, con un’ordinazione “abusiva” di sette suore da parte di sedicenti vescovi scismatici, all’interno di un barcone in navigazione sul Reno. Un atto che costò la scomunica a tutti i partecipanti.

La teologa Lilia Sebastiani è tra le voci più autorevoli riguardo al ruolo della donna nella Chiesa: è stata tra le prime laiche in Italia a conseguire il dottorato in teologia in una facoltà pontificia (l’Accademia Alfonsiana dell’Università Lateranense) e i suoi studi sulla figura di Maria Maddalena hanno contribuito a liberare l’”Apostola degli Apostoli” dal ruolo di prostituta redenta a cui era stata relegata dalla tradizione e dall’iconografia.

“Del diaconato femminile si era parlato anche durante il sinodo sull’Amazzonia”, ricorda la teologa. “Certo, se questa seconda commissione lavorerà come la prima, impotente nella ricerca e censurata nelle proposte, sarà una fatica inutile”.

Che cos’è il diaconato?

Fino al Concilio Vaticano II il diaconato era il primo gradino di accesso al presbiterato, di cui costituiva una preparazione. In seguito è stato consentito di ordinare diaconi anche uomini sposati (che tuttavia in caso di vedovanza non possono risposarsi). Nella chiesa antica, invece, i diaconi erano stretti collaboratori del vescovo, soprattutto per le attività caritative, e avevano un ruolo importante anche nella liturgia.

C’erano donne tra i diaconi?

Assolutamente sì, risulta da libri liturgici antichi e anche dal Nuovo Testamento. Lo stesso san Paolo nell’ultimo capitolo della lettera ai Romani ricorda una diacona, Febe, che sembra essere un personaggio molto importante e influente nella comunità: “E’ stata protettrice per molti – scrive – e anche per me stesso”. Il dibattito sul diaconato femminile è però frenato dalla mancanza di notizie precise. Sappiamo che esistevano, che facevano parte del clero e portavano la stola e un velo di foggia particolare; uno degli antichi libri liturgici ci ha trasmesso una preghiera di ordinazione delle diacone. Non si sa però quale fosse esattamente il loro ruolo: secondo alcuni era l’equivalente del diacono, secondo altri esistevano per occuparsi dell’istruzione e dell’assistenza caritativa nei confronti delle donne e per assisterle nel battesimo, che nei primi secoli si riceveva in età adulta per immersione, ovviamente nudi, e per ragioni di decenza non era il caso che fossero assistite da un uomo. Ad ogni modo le diacone in Occidente scompaiono verso la fine dell’antichità cristiana.

Aprire il diaconato alle donne significherebbe cambiare il loro ruolo nella Chiesa.

Significherebbe ammetterle all’Ordine sacro, di cui il diaconato costituisce il primo gradino, e non sarebbe un cambiamento dirompente, proprio perché le diacone in passato c’erano già. Certo, però, confinarle nel primo gradino dell’Ordine con divieto assoluto di accedere ai successivi sarebbe assurdo. Finché nella Chiesa ci sarà un sacerdozio e avrà un’importanza centrale per l’esercizio di ogni funzione di governo e di magistero nella comunità, escluderne le donne è assurdo più ancora che ingiusto.

Donne come ministre del culto si trovano anche nelle altre religioni o tutte le tradizioni religiose sono segnate dal maschilismo?

Nell’antichità pagana c’erano sacerdoti e sacerdotesse. Probabilmente una delle ragioni che ha indotto la Chiesa a non permettere il sacerdozio femminile era proprio la volontà di prendere le distanze dai culti pagani. Va detto che i sacerdoti antichi, uomini e donne, erano legati solo al culto: non c’era la dimensione pastorale, di guida della comunità così importante oggi nella fisionomia del prete.

Non ci sono imam donna nell’Islam, né rabbine nell’ebraismo ortodosso, mentre i protestanti hanno donne tra i pastori.

La maggior parte delle chiese protestanti, però, non ha un Ordine sacro. L’anglicanesimo ha ammesso delle donne all’ordinazione solo a partire dagli anni ’90. Per questo alcuni preti anglicani conservatori sono passati per protesta alla Chiesa cattolica, costituendo qui un curioso caso a parte perché, divenuti cattolici, potevano esercitare il loro ministero e rimanere sposati.

Perché oggi la Chiesa cattolica non accetta l’idea del sacerdozio femminile e perché questo rifiuto è assurdo?

E’ assurdo perché nel mondo civile a donne e uomini sono riconosciute la stessa dignità e le stesse possibilità; lo stesso Concilio Vaticano II ha affermato solennemente la parità della donna con l’uomo e il suo diritto di scegliere la propria strada.

Ma quali sono le ragioni di questa esclusione?

E’ un problema unicamente di tradizione: nella Chiesa antica non risulta che ci siano delle donne in funzione di preti. Oggi c’è anche un evidente fatto di mentalità, spesso involontariamente misogina: tutti i preti, anche i migliori, ricevono un tipo di formazione che esclude – quasi “esorcizza” – l’apporto e la partnership delle donne. Ma è ormai chiaro che due problemi apparentemente ben distinti, ovvero l’esclusione delle donne dal ministero ordinato e il celibato obbligatorio dei preti sono manifestazioni dello stesso atteggiamento interiore: due problemi distinti, congiunti però alla radice.

Pensa che se ci fossero preti e vescovi donne la Chiesa sarebbe migliore?

Non è facile dirlo. Una certa crisi attraversa anche il mondo protestante, benché in esso non si trovi l’esclusione delle donne. Occorre ricordare che la contrarietà al ministero ordinato femminile non caratterizza solo uomini di orientamento conservatore, ma anche donne apertissime nelle idee, le quali affermano che clericalizzare le donne significherebbe ribadire l’importanza del sacerdozio, mentre sarebbe urgente piuttosto ridimensionarla. Ricordano pure che Gesù non ha mai pensato a reintrodurre un sacerdozio nella sua comunità.

Come sosteneva nel 1997 l’allora cardinale Ratzinger, più che ordinare preti donna, andrebbe abolito il sacerdozio o quanto meno dato più rilievo al ruolo dei laici. Insomma il problema non è di “allargare” il clero inserendovi le donne, ma di avere una Chiesa meno clericale?

È giusto, ma il ministero ordinato ha assunto una grande importanza storica e una grande centralità, per cui non è realisticamente possibile prescinderne e non si può ignorare la gravità obiettiva dell’esclusione delle donne. Inoltre va detto che la gerarchia ecclesiastica perderebbe molto del suo carattere di casta quando non fosse formata solo da maschi obbligatoriamente celibi.

Si ritiene abitualmente che il sacerdozio sia stato istituito con l’eucarestia durante l’ultima cena, e che all’ultima cena non ci fossero donne.

La gente fa una gran confusione tra i discepoli, gli apostoli e i dodici. Tra i discepoli c’erano donne: Maria di Magdala è addirittura l’apostola della Resurrezione. Tra i dodici invece non figurano donne, ma i dodici sono un’astrazione di carattere teologico e, data la cultura del tempo, che una donna potesse in qualche modo essere posta sullo stesso piano dei dodici patriarchi di Israele non era assolutamente concepibile; ma è un dato culturale, non sacramentale.

Ma all’ultima cena c’erano donne o no?

Presumibilmente sì. Nessuno ci dice che c’erano e nessuno ci dice che non c’erano. Ma non è pensabile che Gesù – durante la cena pasquale – avesse cacciato tutte le sue discepole, mandandole in giro, peraltro, in una città ostile dove rischiavano la vita. E’ vero, gli evangelisti non dicono che ci fossero, ma un’assenza di prova non è una prova di assenza.

D’altra parte Maria di Magdala è citata durante tutta la passione: è testimone della morte, della sepoltura e della resurrezione.

I Vangeli, però, la citano solo ed esclusivamente perché era l’unica presente. Gli evangelisti sono costretti a nominare le donne quando gli uomini non ci sono. Nell’episodio della moltiplicazione dei pani si dice chiaramente “senza contare le donne e i bambini”. Le donne non contano, quindi vengono citate solo quando non se ne può fare a meno.

Una volta appurato che all’Ultima cena c’erano anche donne cade l’ostacolo al sacerdozio femminile?

Qualcuno dice che i preti devono essere uomini perché Gesù era un uomo. Ma se si portasse questo ragionamento fino alle estreme conseguenze, ne deriverebbe la rilevanza salvifica della maschilità di Gesù più che della sua umanità, e sarebbe quasi come affermare che gli uomini sarebbero un po’ più redenti, un po’ più vicini a Gesù per affinità cromosomica.

Oggi esiste un movimento nella Chiesa cattolica che rivendica il sacerdozio femminile e che comprende anche suore.

Sì, anche si tratta in gran parte di suore americane, guardate con sospetto da Roma.

Al di là del sacerdozio, l’associazione degli ordini religiosi femminili lamenta spesso il maschilismo nella Chiesa, accusando i preti di relegare le suore al ruolo di domestiche.

Sì è detto molto su questo, e al recente Sinodo sull’Amazzonia sono venute fuori prese di posizione molto coraggiose da parte delle donne. Anche perché in Amazzonia, in certe zone remote in cui il prete si vede una volta l’anno, e non di rado ogni due o tre anni, la Chiesa continua a vivere grazie alle donne, sia religiose che laiche.

Non solo in Amazzonia: anche in Francia ci sono molte parrocchie gestite da donne.

Le donne hanno sempre lavorato moltissimo nella Chiesa, in certi casi con straordinaria qualità e generosità, ma proprio questo rende tanto più contraddittorio e stridente il fatto che siano escluse da ogni funzione di governo e magistero.

Come vede il futuro?

Sarebbe molto triste se la Chiesa a un certo punto scegliesse di ammettere uomini sposati e donne al ministero “per disperazione”, non avendo più nessun uomo celibe da arruolare nei suoi ranghi, anziché per scelta giusta e risposta ai segni dei tempi. E non so neanche quanto sarà facile tra, poniamo, quaranta o cinquant’anni, trovare una giovane donna con i requisiti giusti disposta ad accedere al ministero ordinato. Credo che sia necessaria una libera e approfondita riflessione di tutto il popolo cristiano sul problema dei ministeri e sul modo di esercitarli.

In politica, ad essere sinceri, l’ingresso delle donne non ha portato ad un miglioramento qualitativo: basti pensare che in Umbria le ultime tre presidenti sono state donne, e due sono state inquisite, cadendo nelle stesse dinamiche di “casta” seguite dai loro colleghi maschi.

In realtà anche in politica non abbiamo ancora una vera parità. Basti pensare al problema del linguaggio: la parola ‘ministra’ ancora vent’anni fa era usata in modo ironico e lo stesso vale oggi per “sindaca”. Comunque è noto che, nelle istituzioni dal carattere ancora ostinatamente maschile, le donne possono evidenziare gli stessi limiti e difetti degli uomini, perfino accentuandoli, perché per loro è sempre più difficile essere accettate”.

Crede che il maschilismo passi anche attraverso il linguaggio?

Assolutamente sì: dire sindaco e sindaca non è più strano che dire monaco e monaca. In latino minister significa servo, e ha il suo femminile che non sembra strano a nessuno. Quando però col passare dei secoli quello del ministro diventa un ruolo di potere, allora si perde il femminile. Dire che “ministra” suona male, è solo un modo di esprimere il disagio che si prova di fronte ad una donna in posizione autorevole.

Stesso discorso per segretario e segretaria, direttore e direttrice. O addirittura per una parola neutra come “governante”, che assume significati diversi se riferito a un uomo o a una donna.

La segretaria lavora per un direttore, e la direttrice al massimo dirigeva una scuola elementare; oggi è entrata nell’uso la parola “dirigente scolastico”, felicemente comune a uomini e donne. Se però dirige un quotidiano, allora si chiama direttore anche se è donna. Il peggio è che talvolta le donne stesse si sentono più rispettate e autorevoli se chiamate con l’appellativo maschile. Pensiamo al suffisso “-essa”, che denota l’anomalia di un ruolo maschile svolto da una donna: anni fa i cattolici iperconservatori amavano dire “teologhessa” anziché “teologa”.

Dunque, non dovremmo dire prete donna, ma preta.

Per fortuna non esiste la parola: “prete” è una contrazione-deformazione di presbyter; forse si dovrebbe dire presbitera, ma è meglio parlare di ministri e ministre. Certo bisognerebbe smettere di usare il termine “sacerdote”, visto che non esiste nel cristianesimo: l’unico sacerdozio è quello di Cristo, fondamento del sacerdozio comune dei fedeli.

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