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Rezza a TPI: “La terapia al plasma? Funziona ma non sostituisce il vaccino”

Una Fase 2 molto incerta, le zone rosse che potrebbero servire ancora e l'importanza della cura al plasma: parla il direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 8 Mag. 2020 alle 10:57 Aggiornato il 8 Mag. 2020 alle 11:37
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Immagine di copertina
Gianni Rezza (ISS) Credits: ANSA

Per vincere definitivamente la battaglia contro il Coronavirus servirà un vaccino, ma anche in questo caso c’è chi inquina le acque con teorie complottiste e presunte cure miracolose. In rete, in questi giorni, si è costituita una singolare “tifoseria” che contrappone la terapia al plasma che si sta sperimentando in varie strutture a un futuro vaccino. A cercare di sciogliere questo e altri dubbi è Gianni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità. “Non capisco davvero la contrapposizione – spiega a TPI ben venga la terapia al plasma se funziona, ben venga il vaccino e ben vengano altri tipi di trattamenti. Tra l’altro, non è la prima volta che la si sperimenta: in passato si è usata con ottimi risultati per altre malattie infettive come ad esempio l’ebola. I vantaggi? È immediatamente disponibile. A Pavia stanno dosando gli anticorpi dei donatori per cui si riesce a trasfondere soprattutto da donatori che abbiano una quantità elevata di anticorpi. Chiaramente va individuato a chi e quando somministrare questa terapia, per cui la fase di studio è molto importante, soprattutto per testarne ancora meglio l’efficacia. È certamente una risorsa, ma non è come dare una pasticca: bisogna trovare donatori che abbiano un alto livello di anticorpi e soprattutto che siano compatibili con chi riceve. È un po’ laboriosa e applicarla su larga scala è complicato. Al contrario, quando i casi diminuiscono e i donatori sono tanti, allora è molto più facile e redditizia. Ovviamente non sostituisce i farmaci antivirali né tanto meno un vaccino che speriamo possa arrivare il più presto possibile”.

Fase 2 incerta

Poi il virologo parla di una “fase due” all’insegna dell’incertezza, senza tamponi a tappeto, con la app immuni ancora in alto mare, ma soprattutto senza strumenti tecnologici adeguati per risalire da un contagiato alla sua catena di contatti. Il timore di molti è che il primo step di un graduale ritorno alla normalità non sia stato accompagnato da misure necessarie a evitare un ritorno del contagio, che si tratti si una riapertura alla “io speriamo che me la cavo”. “L’importante – spiega Rezza a TPI – è l’identificazione rapida dei focolai. Per quanto riguarda i tamponi abbiamo registrato, nelle ultime settimane, un aumento importante: attualmente si viaggia a 60-70mila al giorno. Ricordiamoci sempre che l’Italia è il Paese che ne fa di più. Tuttavia, non è solo una questione di quanti tamponi si fanno, ma di farne mirati e con una strategia adeguata. Quanto alla app, potrebbe aiutare se scaricata da un numero sufficiente di persone. In quel caso darebbe un valore aggiunto al lavoro che si sta già facendo sul campo”.

Con oltre quattro milioni di italiani tornati per le strade e nei luoghi di lavoro, sarà importante, ancora più di prima, rispettare le regole: “Il distanziamento sociale deve continuare, perché bisogna scongiurare un nuovo lockdown. La prima regola resta quella di evitare assolutamente gli assembramenti. Per rimettere in sesto l’economia bisogna cercare di aprire, anche se gradualmente, le attività produttive e commerciali, ma per farlo in sicurezza è bene che si mantengano le misure di distanziamento fisico, l’uso delle mascherine nei luoghi pubblici, il lavaggio frequente e accurato delle mani. Insomma: le raccomandazioni che valevano prima valgono tanto più ora che si apre una fase nuova. Molto devono fare i cittadini ma un ruolo fondamentale deve giocarlo la sanità pubblica”.

Nuove zone rosse possibili

Dopo settimane segnate da momenti di apprensione, da viale Regina Elena traspare un cauto ottimismo: “Per ora sta andando bene: diminuiscono i nuovi casi, i contagi e quindi c’è una decongestione dei reparti di terapia intensiva. L’indice RT è sotto 1 in tutta Italia, il che vuol dire che oggi da un caso ne nasce meno di uno. Naturalmente questo induce un cauto ottimismo, ma non dobbiamo dimenticare che siamo tra i Paesi più colpiti e che appena due mesi fa il precoce precipitare della situazione ha reso necessario un lockdown. Se i cittadini manterranno le precauzioni e il sistema sanitario sarà in grado di vigilare attentamente, si potrà intervenire su eventuali nuovi nuovi focolai per contenerli senza arrivare di nuovo a provvedimenti drastici su larga scala, come si è fatto nelle zone rosse”. 

Ed è stato proprio l’isolamento delle zone rosse, laddove è stato fatto con i giusti tempi e le giuste modalità, ad arginare l’avanzata del virus: “Un esempio virtuoso – spiega ancora Rezza – è stato il Lazio, che ne ha fatte almeno cinque di cui una importante a Fondi. In genere le zone rosse sono nate in prossimità di alcune RSA e hanno funzionato bene. Dopo in certo numero di giorni sono state rimosse. Sarà importante, qualora si dovessero individuare nuovi focolai, agire per l’identificazione precoce e il contenimento. Dove c’è un buon controllo del territorio si può fare. Ne va della salute della gente, dell’economia del Paese e dei singoli”.

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