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“Così l’inquinamento ha favorito la diffusione del Coronavirus nella Pianura Padana”: ecco la prova scientifica definitiva

Pubblicati sul British Medical Journal i dati di una ricerca della Società italiana di medicina ambientale, che ha trovato tracce del virus nel particolato atmosferico della Bergamasca: "C'è la prova definitiva della correlazione tra PM10 e virus"

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 29 Set. 2020 alle 17:07
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Immagine di copertina
La cappa di smog che avvolge Milano in un'immagine di repertorio, datata gennaio 2010. Dieci anni dopo, la situazione non è certo migliore.

L’inquinamento ha favorito la diffusione del Coronavirus nella Pianura Padana: ecco come

Il legame tra la presenza di PM10 nell’atmosfera e una maggiore facilità nella propagazione dei contagi da Coronavirus era stato inizialmente osservato in maniera empirica su TPI da Selvaggia Lucarelli, che ha messo a confronto le zone del mondo più colpite dalla pandemia, per poi trovare riscontri anche in una ricerca pubblicata sul Journal of Infection. È invece il British Medical Journal a fornirci “la prova definitiva dell’interazione tra particolato atmosferico e virus”, come spiega il professor Leonardo Setti, docente di Biochimica Industriale all’Alma Mater di Bologna e membro del comitato scientifico della SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale).

La svolta decisiva si è avuta, spiega lo scienziato, quando SIMA e riuscita a “isolare tracce di RNA virale in campioni provenienti dai filtri di raccolta del particolato atmosferico prelevati nella provincia di Bergamo durante l’ultima serie di picchi di sforamento di PM10 avvenuta a fine febbraio, quando le curve di contagio hanno avuto un’improvvisa accelerata facendoci precipitare nell’emergenza sanitaria culminata con il lockdown”. Sottoposti a una peer-review durata ben sette mesi, i risultati della ricerca SIMA sull’inquinamento nella Pianura Padana tracciano un quadro impietoso, riportando attenzione su un tema che peraltro era già stato evidenziato prima del Coronavirus, anche grazie a movimenti come “Fridays for Future”.

Come spiega Gianluigi De Gennaro, professore di Chimica dell’Ambiente all’Università di Bari, in quest’area durante l’inverno è possibile riscontrare anche per diversi giorni consecutivi più di 150mila particelle per centimetro cubo, “con un impatto sulla salute, anche in termini di mortalità evitabile, oramai acclarato dai rapporti annuali dell’Agenzia Europea per l’Ambiente”. Ciò fa sì che nei mesi invernali questa zona del Paese sia “assimilabile ad un ambiente indoor con il soffitto di qualche decina di metri, dove in presenza di una grande circolazione virale le condizioni di stabilità atmosferica, il tasso di umidità e la scarsa ventilazione hanno di fatto aperto al Coronavirus delle vere e proprie ‘autostrade’”, aggiunge De Gennaro.

Lo studio SIMA ha analizzato il numero di sforamenti per il PM10 sopra i 50 µg/m3 per tutte le province italiane, considerando il numero di centraline installate, la numerosità e densità della popolazione, oltre al numero medio di pendolari giornalieri e turisti. “Il periodo esaminato andava dal 9 al 29 febbraio, in modo da tener conto dei 14 giorni di massima incubazione del virus e quindi degli effetti prodotti nelle prime due settimane di ondata epidemica in Italia (24 febbraio-13 marzo)”, spiega il professor Prisco Piscitelli, epidemiologo e vicepresidente SIMA. “Su un totale di 41 province del Nord Italia, ben 39 si collocavano nella categoria di massima frequenza di sforamenti, mentre 62 province meridionali su 66 si situavano ai livelli più bassi di inquinamento atmosferico. L’andamento degli sforamenti di PM 2.5 era pressoché sovrapponibile. L’effetto osservato era indipendente sia dalla numerosità che dalla densità di popolazione. Complessivamente, gli sforamenti di PM10 si rivelavano un significativo fattore predittivo di infezione da Covid-19, potendo spiegare la diversa velocità di propagazione del virus nelle 110 province italiane”.

Il fatto che esista una correlazione tra Coronavirus e inquinamento viene confermato anche dalle conclusioni analoghe raggiunte ad altre latitudini: “Sono quasi 200 i lavori scientifici che hanno citato i nostri studi, tra cui quello a firma del premio Nobel J. Molina”, aggiunge Setti. “Tutti hanno confermato le nostre ipotesi mettendo in evidenza fenomeni di iperdiffusione (“superspread”) del virus in vari Paesi del mondo. Tanti colleghi hanno osservato lo stesso fenomeno partendo da ipotesi diverse, rafforzando ulteriormente il modello da noi proposto. È importante sapere che queste accelerazioni della diffusione del virus le osserviamo quando le sorgenti naturali o le attività antropiche, legate al traffico e al riscaldamento domestico, così come le condizioni atmosferiche che riscontriamo tra gennaio e febbraio, portano a sforamenti ripetuti delle PM2,5 e PM10. Gli indici R0 passano da 2 a oltre 4 se gli sforamenti superano i 3-4 giorni consecutivi”.

Quali sono le indicazioni da trarre da queste evidenze scientifiche? Secondo il professor Alessandro Miani, Presidente della SIMA, “l’abbandono dei combustibili fossili con una rapida transizione energetica ed ecologica è una prospettiva oramai inevitabile per evitare il rapido collasso degli ecosistemi dalle conseguenze imprevedibili e offrirà nuove opportunità economiche e condizioni di lavoro in grado di servirsi al meglio delle nuove tecnologie”. Il Recovery Fund, argomento che domina il dibattito politico di queste settimane, “deve essere occasione ineludibile per investire non più su azioni accessorie, ma soprattutto su progettualità concrete che possano ridurre nel breve/medio periodo l’impatto dell’uomo sull’ambiente”, continua l’esperto.

Miani fornisce anche un’indicazione molto pratica ai decisori politici: “Sarebbe auspicabile che le amministrazioni pubbliche facessero monitorare l’andamento delle polveri e verificare periodicamente la presenza di virus sulle stesse, al fine di anticipare e scongiurare nuovi fenomeni di ‘superspread’, come quelli verificatisi nel Nord Italia con decine di migliaia di morti, e che avvisassero e mettessero in sicurezza i territori nel caso in cui fossero previsti sforamenti delle polveri ripetuti nel tempo attraverso misure quali: il blocco del traffico, la limitazione dell’uso delle caldaie e l’uso della mascherina anche outdoor, dove non fossero assicurate distanze di almeno 6-8 metri”.

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