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Coronavirus in Italia, psicosi razzista: “Alla larga dai cinesi!” (di G. Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 30 Gen. 2020 alle 23:37 Aggiornato il 31 Gen. 2020 alle 12:46
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“Basta che l’ha aperto un cinese, e non ci entra più nessuno”. Usa queste parole Enrico, cameriere del celebre ristorante cinese Hang Zhou (più semplicemente noto come “da Sonia”),  in Via Principe Eugenio a Roma, per descrivere l’effetto psicosi Coronavirus. Le conseguenze dello scoppio dell’epidemia di polmonite causata dal Coronavirus si sentono anche in Italia.

Alcuni ristoranti cinesi hanno segnalato un meno 20% tra i clienti, e lo stesso accade in questi giorni proprio “da Sonia”, uno dei locali più gettonati nella Capitale. Tantissime cancellazioni in previsione del capodanno cinese e anche il timore che questa crisi da virus possa durare a lungo e mettere a dura prova i conti delle attività. A risentirne a Roma potrebbe essere l’intera comunità cinese.

Ma c’è una storia nella storia. Per un vizio di forma ricorrente in ciascuna grande crisi epidemica o sanitaria della storia, dalla Mucca Pazza alla Sars passando per l’Ebola, il virus che sta terrorizzando la Cina in questi giorni è entrato con prepotenza mediaticamente anche nelle case delle famiglie italiane.

E così è iniziato il fuggi-fuggi, la crisi da panico, la psicosi. Tanto che alcuni italiani sono corsi ai ripari “per prevenire” e “tenersi alla larga dal possibile virus”. Alla larga dai cinesi e dai loro ristoranti. Cinesi alla gogna. Caccia al cinese, come sembrerebbe mostrare il video in cui si vedono turisti cinesi insultati a Firenze, a cui viene detto “Andate a tossire a casa vostra”. Un classico all’italiana. Dettato da paura, timore e più d’una punta di razzismo.

La situazione è illustrata in modo chiaro da un cartello esposto in una farmacia del centro storico di Roma, in via del Gambero. “No Mask. Sold out”. Accompagnato dalla traduzione anche in cinese. Come riporta la farmacista intervistata dalla nostra inviata Marta Vigneri, in genere lì vendono 2-3 mascherine al giorno, se va bene; nella giornata di giovedì ne hanno vendute 200-300. Boom di mascherine. Acquistate perlopiù “a scopo preventivo, soprattutto da cittadini asiatici, ma anche da italiani”. Hanno già provveduto a fare un nuovo ordine.

La psicosi Coronavirus è insita in un pregiudizio umano verso il grande dragone cinese. Intervistati ai nostri microfoni, due italiani riflettono sul fatto che, oggi, “tutte le malattie virali, chissà perché, arrivano sempre dalla Cina”. Lo scoppio dell’epidemia di polmonite del Coronavirus è esasperato da un discrimine anche culturale e di costume: sì, perché molto spesso si sente parlare del fatto che questo virus sia stato contagiato in principio da una donna che ha mangiato un animale (si dice un pipistrello), e quindi in tanti associano in automatico lo scoppio dell’epidemia alle abitudini culinarie cinesi e alla loro igiene più in generale. “Quanto mangiano male e quanto sono sporchi, questi cinesi”, ci hanno detto.

Bizzarra e curiosa poi, ma in senso tragico, la notizia che in queste ore un numero sempre maggiore di persone associa il virus cinese alla birra Corona, per via del nome Coronavirus. Follie dettate dalla fretta con cui il virus mediatico si diffonde sul web e tramite passa parola. Il che tuttavia non vuol dire che c’è da scherzarci su.

La situazione è grave, tanto che l’Organzzazione mondiale della Sanità ha appena dichiarato l’epidemia del Coronavirus un’emergenza globale. I numeri nel dettaglio li riporta Andrea Lanzetta di TPI: “213 morti e 9.720 casi confermati tra Cina, Thailandia, Singapore, Vietnam, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Francia, Germania, Finlandia, India, Italia, Nepal, Taiwan, Australia, Malesia, Canada, Cambogia, Sri Lanka, Emirati Arabi Uniti, Filippine e Regno Unito”.

In Italia si è parlato di un caso a Napoli, poi escluso, così come di uno a Pistoia. Ma nella mattina di giovedì 30 gennaio è da una nave da crociera che sta per giungere a Civitavecchia che giungono le maggiori preoccupazioni. Sembra ci siano due casi sospetti. Inizia il tam-tam. Psicosi anche a bordo e sulla banchina. La nave è ferma, non può attraccare. La Capitaneria darà l’ok allo sbarco solo nel tardo pomeriggio. La sera viene escluso anche il duplice caso dei due cittadini stranieri che si temeva avessero contratto il virus. Avevano invece una “banale influenza”, la suina d’un tempo, che tuttavia dieci anni fa avrebbe destato panico e psicosi.

Nella serata giunge l’annuncio ufficiale del premier italiano Giuseppe Conte che il Coronavirus è arrivato anche in Italia con i primi due casi accertati.

Colpisce invece, in senso costruttivo, il comportamento del presidente cinese Xi Jinping, il quale non ha affatto sottaciuto, negato o sminuito il problema del Coronavirus, ma anzi ha candidamente ammesso, parafrasando: “Siamo di fronte a una crisi globale, preoccupante, non sarà facile sconfiggere il virus, la strada è ancora lunga”.

E colpisce anche il senso di impotenza di una città come Wuhan, in Cina, dove il virus ha avuto il suo ceppo di diffusione iniziale, e l’impotenza della seconda nazione più importante e potente al mondo – la Cina – trovarsi impreparata di fronte a una crisi di questa portata.

“Armageddon Wuhan” abbiamo titolato ieri. E la città è davvero ferma nel limbo di una quarantena. Tutti in casa. Le compagnie aeree che hanno fermato i voli da e verso la Cina continuano a crescere. Ikea ha chiuso tutti i suoi centri di vendita nel paese. Una crisi sanitaria globale come non si vedeva da tempo.

Ma se è vero che “quando la Cina prende il raffreddore anche il mondo interno ha paura di ammalarsi”, è meglio che qualsiasi principio di razzismo, di discriminazione e pregiudizio verso la comunità cinese venga meno e che ci si stringa insieme intorno alla solidarietà verso il prossimo, verso chi ha subito questa sventura, e si collabori per debellare questa epidemia.

Credit video: Marta Vigneri

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