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Cosa non va nel modo in cui l’Italia sta combattendo il Coronavirus

Dai pochi tamponi alle mascherine introvabili: i punti deboli del contrasto al contagio nel nostro paese

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 18 Mar. 2020 alle 17:14
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Immagine di copertina
Coronavirus e lavoro Credits: Ansa

Coronavirus e contagi, cosa non torna nel contrasto del virus

Nella lotta al Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità detta la strada da seguire: testare tutti gli individui con sospetta infezione da Coronavirus, isolarli se positivi, tracciarne i contatti avuti sino ai due giorni precedenti ai sintomi ed estendere il test anche a queste persone. Indicazioni, insieme alle misure restrittive messe in atto, rappresentano la base per interrompere la catena di contagi. Ma cosa è andato storto in Italia, il paese dove il tasso di mortalità da Coronavirus è più alto?

Ci sono alcuni punti che andrebbero presi in considerazione per comprendere perché i contagi continuano ad espandersi giorno dopo giorno. Dal numero di tamponi, alle protezioni insufficienti. Dai negozi ancora aperti, alla strategia dell’economia che non deve fermarsi completamente.

1. Troppi pochi tamponi

Sono molti gli esperti che sostengono che in Italia vengono effettuati ancora pochi tamponi rispetto al necessario. Il primo sostenitore di questa linea è il direttore dell’Unità di virologia dell’Università di Padova, il dottor Andrea Crisanti, che già a fine gennaio aveva proposto i tamponi salivari a tappeto (come abbiamo raccontato in questa inchiesta).

Anche il governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, insiste sulla linea dei “tamponi a tappeto” per contrastare la diffusione del Coronavirus: “Per assurdo, se fai il test a una intera popolazione, quanto meno hai una istantanea di chi è necessario isolare”. In un’intervista di oggi al Corriere della Sera, Zaia conferma la validità del “metodo Veneto” contro l’epidemia di Covid-19 in Italia. “Se la comunità scientifica mi dice che non servono, e io invece sono convinto che siano utili, ebbene, continuo a farli”, dice a proposito dei test. E aggiunge: “Anche se trovo un solo positivo, significa che avrò 10 contagiati in meno”.

Zaia ricorda l’esperimento di Vo’ Euganeo: “Ho deciso il doppio tampone per tutti a distanza di due settimane, mi hanno detto di tutto ma è stato fondamentale”, dice. “Su tremila tamponi, abbiamo trovato un cluster di 66 positivi più altri diciotto che non erano del paese ma avevano avuto contatti con persone infette”. Ed erano “quasi tutti asintomatici”. “Dopo la quarantena ne abbiamo fatto un altro. E siamo rimasti con solo sei positivi”, spiega il governatore del Veneto. “Se non avessimo fatto i tamponi a tutti, a Vo ’ ci sarebbe stata una epidemia”.

2. Coronavirus e contagi: mascherine introvabili

Le mascherine sono un vero punto dolente. Come hanno spiegato i medici, non sono il rimedio sicuro al 100 per cento contro il contagio, ma aiutano a proteggersi. Ma le mascherine sembrano ormai introvabili. Alcune categorie sono più a rischio di altre: i farmacisti, le commesse, e tutti quei negozi che restano aperti anche durante l’emergenza.

I sanitari a rischio contagio sono sotto gli occhi di tutti, da nord a sud. Non solo medici e infermieri, come è indubbio pensare, ma anche i farmacisti: che sono in prima linea tutti i giorni. Ecco, per loro – i farmacisti – non ci sono dispositivi sanitari adeguati: non hanno l’obbligo dell’uso di mascherine filtranti. “Rischiamo di essere i nuovi untori, in farmacia entrano tutti, senza appuntamento” (e in ogni condizione di salute), dice Giovanni Zorgno membro del comitato centrale del Fofi (federazione Ordini Farmacisti Italiani) a TPI. Quando entrano dalle 150 alle 200 persone al giorno – per farmacie di medie dimensioni -, a meno di un metro dal bancone, è difficile essere tutelati e tutelare gli altri. Le farmacie sono sempre aperte, hanno una funzione pubblica e ci va anche chi ha sintomatologie in corso: stati febbrili, tosse, ecc. In questi giorni sono state prese d’assalto visto che al Pronto Soccorso non si può andare e i medici di base fanno triage telefonico (ergo, nessuno mette piede negli studi medici ma si va direttamente in farmacia).

E poi, va ricordata la polemica delle mascherine inviate al nord Italia dalla Protezione Civile: “Mascherine? Ci avete mandato fazzoletti di carta”, ha detto nei giorni scorsi l’assessore al Welfare del Veneto Gallera. “A noi servono mascherine del tipo fpp2 o fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex”, ha denunciato Gallera ai microfoni di Sky  a proposito del materiale sanitario inviato dalla Protezione civile nazionale. Gallera ha spiegato che le mascherine non sono marchiate Cee. “Non voglio fare polemica – ha aggiunto – ma è evidente che non è possibile immaginare di utilizzare queste mascherine se si assistono pazienti infetti”. Al massimo potrebbe utilizzarle “un volontario che le usa per portare la spesa a un anziano”.

3. Non tutti i negozi aperti vendono beni di “prima necessità”

Ci sono in Italia anche alcune perplessità su alcuni esercizi che si è deciso di lasciare aperti nonostante la quarantena. Profumerie, negozi di elettronica, tabaccai: tutti negozi che restano aperti, come da decreto.

Il Dpcm dell’11 marzo prevede la chiusura dei negozi al dettaglio, tranne edicole, tabaccai, farmacie, parafarmacie e gli esercizi citati nell’allegato 1, che possono rimanere aperti. Sono quelli che vendono, alimentari o beni di prima necessità o tutta una serie di articoli che per ora non è stato ritenuto opportuno bloccare. Sospesi anche i servizi alla persona (come quello di parrucchieri ed estetisti), tranne quelli riportati nell’allegato 2 (lavanderie e pompe funebri). Questo crea situazioni paradossali nei negozi «misti». Tra questi, per esempio, i bar che vendono anche tabacchi e valori bollati, per cui sono esercizi «di pubblica utilità» (i cittadini possono trovarvi marche da bollo e pagare bollette, multe o il bollo auto).

Finora non risultano circolari o altri atti che chiariscano ufficialmente la situazione. Si ha invece notizia di una prassi seguita da varie polizie locali, che identificano i negozi che possono restare aperti facendo riferimento ai loro codici attività (Codice Ateco). Da Milano, invece, giungono segnalazioni di casi in cui si tiene conto di quanto riportato sulla Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). E questo sta creando problemi, risolti espressamente dal Comune solo nel caso di negozi cui possono accedere solo i titolari di particolari tessere (sul modello degli spacci aziendali), ovviamente sempre che abbiano in vendita solo prodotti consentiti dal Dpcm.

Un’interpretazione che può aiutare è quella data il 12 marzo dall’agenzia delle Dogane e monopoli (protocollata ADMUC/89326/RU) per i tabaccai che hanno anche videogiochi e slot machines: si può continuare a tenere aperto, purché questi apparecchi siano disattivati. Il criterio-guida è quello di evitare assembramenti, che si creano più facilmente nel caso dei giochi. Dunque, basterebbe chiudere l’accesso del pubblico agli scaffali in cui si trovano i prodotti diversi da quelli consentiti . Inoltre, un’interpretazione morbida è data nelle Faq pubblicate dalla Presidenza del Consiglio: nel caso delle sigarette elettroniche, è stato ritenuto possibile equiparare i loro venditori ai tabaccai, perché tali articoli rientrano nella categoria dei “prodotti da fumo”.

4. Salvare le persone o l’economia?

È interessante osservare come le strategie di contrasto adottate fino ad oggi dai governi di tutto il mondo ricadano principalmente in due categorie. La prima strategia (adottata dalla Cina e dall’Italia) si basa su un contrasto radicale del contagio, che prevede il blocco di tutte le attività non strettamente indispensabili e il forzato isolamento sociale. Il principio guida è che la tutela della vita di ciascun cittadino è un dovere da parte dello Stato e che misure estreme sono necessarie per difendere l’intera popolazione, anche sacrificando il sistema economico e avendo la certezza di entrare in una fase di grande depressione.

Il secondo tipo di strategia è diametralmente opposta (adottato ad esempio dal Regno Unito e dagli Stati Uniti). Non si contrasta in alcun modo il contagio: produzione, commercio, scuole, tutte le attività procedono come se nulla fosse. Si curano i malati anche sapendo che l’imminente picco dell’epidemia saturerà qualsiasi capacità di gestione ospedaliera. Molti moriranno, ma il danno economico sarà molto più modesto. Insomma: business as usual.

La prima strategia ha un costo economico elevatissimo in grado di compromettere per un tempo considerevole l’economia nazionale, ma ha anche un risvolto molto più cinico. Quelli che non ce la faranno saranno proprio i malati e gli anziani, due categorie di persone che non contribuiscono al prodotto interno lordo del Paese ma che, anzi, sono un carico sociale per la popolazione sana e lavoratrice. Condannarli indirettamente a morte significa diminuire le spese del servizio sanitario nazionale e del sistema pensionistico. Ma non solo: quando i più giovani – storicamente più disponibili a spendere – erediteranno la ricchezza dei loro più parsimoniosi parenti anziani, questi saranno più propensi a fare acquisti o a investire l’eredità ricevuta dando un ulteriore impulso all’economia nazionale.

L’Italia è stata più lenta nell’adottare la stessa strategia e l’ha messa in opera per gradi. C’è stata una prima fase in cui abbiamo provato coi cordoni sanitari e con altre misure soft. Ma quando abbiamo capito che ogni giorno crescevano senza controllo sia il numero dei contagiati che le aree a rischio, lo Stato ha saputo dare una risposta sempre più strutturata individuando e implementando misure di contenimento sempre più decise e drastiche. Purtroppo, ancora non sufficienti per far cambiare l’andamento dei contagi.

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