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Home » Cronaca

Un anno senza Francesco, la storia di Don Andrea: “Così ho portato gli ultimi a incontrare il Papa”

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A Torvaianica, sul litorale laziale, la parrocchia di Don Andrea Conocchia incarna appieno l'idea di una Chiesa in uscita, ospedale da campo, tanto cara a Bergoglio

Un anno senza Francesco. Il Papa degli ultimi, dei poveri, di quel “todos, todos, todos” che ha aperto le porte della Chiesa cattolica, mettendo al centro il volto misericordioso di Dio. Un Pontefice che ha avviato tanti processi, pur non riuscendo a portarli tutti a termine. Molto amato, anche dai non credenti. E al tempo stesso considerato troppo divisivo dai più conservatori.

Tra coloro che hanno potuto sperimentare la sua capacità di farsi prossimo alle necessità di chi ha più bisogno c’è don Andrea Conocchia, parroco di frontiera di Torvaianica, sul litorale laziale. Negli ultimi anni di pontificato di Bergoglio ha accompagnato ogni mercoledì alle Udienze generali numerose persone della comunità Lgbt, poveri, sex workers. Incarnando così appieno lo spirito del Papa argentino che voleva una Chiesa ospedale da campo, in uscita, e non un circolo chiuso di credenti perfetti. Proprio quegli “ultimi” che sono stati poi tra i primi e più vicini a dare l’estremo saluto a Bergoglio al momento dei funerali.

Don Andrea, a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, qual è l’eredità spirituale che rimane del suo magistero?
“Penso che la principale eredità del suo Pontificato sia stata la capacità di far incontrare il centro con la periferia, e viceversa. Periferie non solo geografiche, ma anche esistenziali. Come dimostra la nostra esperienza a Torvaianica, Francesco aveva un grande desiderio di incontrare le persone, entrare in contatto con le loro esistenze. In un’ottica di ascolto, rispetto e misericordia. Ridando dignità alle vite di ciascuno, specie di chi per troppo tempo è stato tenuto ai margini della Chiesa. Nei giorni scorsi è stato ospite della nostra parrocchia il giornalista vaticanista Salvatore Cernuzio, che è rimasto accanto al Papa fino all’ultimo, e ha da poco scritto il libro “Padre”, un ritratto inedito e ricco di spunti di Bergoglio. Devo ammettere che mi sono profondamente commosso insieme alla mia comunità nel ricordare i tanti incontri che ho avuto la fortuna di vivere in questi anni con il Santo Padre, i messaggi, gli abbracci, le sue parole di conforto. Mi sento di poter dire che è come se lo spirito di Papa Francesco ancora aleggiasse in questa nostra periferia”.

Come è nato questo legame tra la vostra realtà parrocchiale e il Papa?
“Il Santo Padre, tramite il suo Elemosiniere, è stato fondamentale per dare conforto alle ragazze transgender e alle sex workers della nostra comunità, fornendo aiuti e vaccini contro il Covid nei momenti più difficili della pandemia. Si tratta di persone perlopiù clandestine, che quindi non avevano tessera sanitaria o altri documenti, per cui senza la carità del Vaticano difficilmente si sarebbero potute vaccinare. Per questo motivo mi hanno espresso il desiderio di poter ringraziare il Papa per la mano fondamentale che aveva dato loro. Conoscevo una suora che era da anni molto amica del Pontefice, suor Geneviève Jeanningros – la religiosa che tutti ricordiamo commossa al fianco della bara del Santo Padre – e le chiesi di fare da tramite. Lei scrisse al Papa, il quale ci disse subito di voler incontrare tutte le ragazze transgender di Torvaianica. Così per anni, dal 2022 fino al 12 febbraio 2025, io e suor Geneviève abbiamo accompagnato ogni mercoledì alle Udienze generali alcune persone appartenenti alla comunità Lgbt. Papa Francesco ci teneva ad incontrarle personalmente, scambiare qualche battuta con loro, far sentire la sua vicinanza”.

Dei tanti scambi avuti con il Papa, quale ricorda con particolare affetto?
“Tempo fa, in un’intervista a Fabio Fazio, aveva raccontato che in 54 anni di sacerdozio aveva assolto tutti, tranne una sola persona. Mi ricordo che gli scrissi perché avevo vissuto la stessa esperienza: anche io, infatti, finora ho sempre dato a tutti l’assoluzione, tranne in un caso, quando ero un giovane prete. Papa Francesco esortava continuamente noi presbiteri ad assolvere sempre, a prescindere dal peccato. Ha incarnato e testimoniato fino in fondo il valore della misericordia, che è il cuore del Vangelo, un dono rivolto a “tutti, tutti, tutti””.

Come sta cercando di portare avanti nella sua parrocchia gli insegnamenti e i valori trasmessi da Bergoglio?
“Cerchiamo di continuare a fare rete in vari modi. Ad esempio facciamo un pranzo parrocchiale con i senzatetto, persone in difficoltà, rom e ragazze transgender. In più, una volta al mese organizziamo un’ora di preghiera e di meditazione sul Vangelo, con a seguire un pranzo, dedicato proprio alle ragazze trans. È un modo, infatti, per permettere loro di incontrarsi e sostenersi reciprocamente, per un’autentica esperienza di comunità. E ancora, grazie alla carità che prosegue con Papa Leone XIV, continuiamo a fornire aiuto ai più bisognosi in ambito medico e sanitario, o per le necessità economiche come il pagamento degli affitti e delle utenze. Una parrocchia, insomma, in cui c’è spazio per tutti, nella quale ciascuno può portare il proprio vissuto, ascoltando e condividendo con gli altri senza barriere, discriminazioni, giudizi e pregiudizi”.

Pensa ci possa essere una continuità su questi temi anche con Papa Leone?
“Credo ci sia una continuità, pur nella diversità delle singole persone. Ogni Pontefice porta le proprie sensibilità, la formazione e il percorso che ha compiuto. Ma sono fiducioso che si possa proseguire sulla strada di una Chiesa in cui ci sia davvero posto per tutti”.

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