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Liliana Segre racconta la crisi col marito: “Aderì alla destra di Almirante, gli chiesi di scegliere tra me e la politica”

La senatrice ha commentato la vicenda dell’intitolazione della strada al leader MSI Almirante a Verona, proposta quasi contemporaneamente alle decisione di intitolare a lei la cittadinanza onoraria

Di Anna Ditta
Pubblicato il 27 Gen. 2020 alle 17:30
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Immagine di copertina

Liliana Segre racconta la crisi col marito: “Aderì alla destra di Almirante, gli chiesi di scegliere tra me e la politica”

La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ha raccontato durante la puntata di ieri di Che tempo che fa, i momenti di difficoltà e di sofferenza vissuti con il marito Alfredo Belli Pace, a causa dell’attività politica di quest’ultimo nel Movimento Sociale italiano (MSI).

“Mio marito, che aveva scelto due anni di internamento pur di non stare nella repubblica di Salò, vedendo molto disordine, per un certo periodo aderì a una destra in cui c’era anche Almirante”, ha raccontato Segre, ospite nel programma condotto da Fabio Fazio.

“Io ho molto sofferto e ci fu una grande crisi. A un certo punto misi mio marito e me sullo stesso piano e dovevamo sceglierci di nuovo”, ha proseguito la senatrice. “Ci mettemmo uno di fronte all’altra e ci guardammo. Per fortuna lui rinunciò per amore nei miei confronti a una eventuale carriera politica. E io aprì le braccia a un amore ritrovato e fummo insieme per altri 25 anni”.

A partire da questo spunto Liliana Segre ha commentato la vicenda dell’intitolazione della strada al leader MSI Almirante a Verona, proposta quasi contemporaneamente alle decisione di intitolare a lei la cittadinanza onoraria.

La senatrice racconta anche il momento in cui decise di parlare pubblicamente degli orrori della Shoah. “Diventata nonna, decisi di uscire dal silenzio durato 45 anni e fare il mio dovere di testimone”, confessa. “Fino ad allora non avevo avuto il coraggio di farlo”.

“Tutta questa eccitazione che c’è intorno a me mi disorienta, ci sono quelli che mi amano, la maggio parte, e gli odiatori”, commenta Segre, cui pochi mesi fa è stata assegnata la scorta a causa delle minacce ricevute. Sugli agenti che la proteggono dice: “Tra loro e i miei nipoti non c’è molta differenza per me. Mi sento la nonna della mia scorta”.

Ricordando il giorno del 1945 in cui Auschwitz fu liberato dagli alleati, Liliana Segre dice: “Quel 27 gennaio io non ero ad Auschwitz, non ho avuto la gioia di veder aperto quel cancello. C’erano solo morti o persone malate che non avevano potuto obbedire al comando della ‘marcia della morte’.” In quel momento, ricorda la senatrice, la guerra non era ancora finita: “Il conflitto era ancora nel pieno”, dice.

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