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Home » Politica

Flottila, Antonella Bundu a TPI: “Mi hanno messo le catene, rinchiusa in una gabbia e derisa. Ma ai palestinesi accade da decenni”

Immagine di copertina
L'attivista toscana Antonella Bundu racconta a TPI la sua esperienza con la Global Sumud Flottilla. Credit foto: AGF

“Noi a terra e testa in giù, mentre loro in mimetica e mitra cantavano. Ci hanno puntato addosso il fucile fingendo di fare fuoco. Poi ci hanno sparato contro un liquido giallo con un cannone ad acqua, non so cosa fosse. Ci hanno fatto dormire al freddo. Mi hanno messo le catene ai piedi e alle caviglie e mi hanno rinchiuso in una scatola di ferro minuscola: ero seduta e le ginocchia toccavano la parete. Mi sorprende che in Italia la gente sia rimasta scioccata dal video di Ben Gvir: quella era niente. Le sanzioni contro il ministro non servono niente. La Flottilla invece è stata utilissima: abbiamo mostrato quello che fa Israele nell’impunità generale”

Partiamo dall’inizio. Che cosa è successo prima della vostra intercettazione?
“Noi eravamo arrivati dopo, perché eravamo partiti il giorno successivo. Prima dell’intercettazione avevamo già vissuto un’altra vicenda: eravamo naufraghi. La nostra barca era tra quelle perse; Open Arms ha recuperato dodici naufraghi e, dopo averci salvato, non poteva riportarci alla Flottilla, perché ufficialmente eravamo naufraghi. Ha chiesto quindi alla Guardia costiera greca un porto di sbarco. Durante quella notte, mentre Open Arms ci trainava per portarci al sicuro, abbiamo perso tre barche: la nostra, una che avevamo recuperato tra quelle lasciate dagli israeliani e un’altra su cui gli israeliani avevano lasciato sette membri dell’equipaggio. Una delle barche si è staccata da sola; le altre due, invece, si sono trascinate a vicenda, una ha cominciato ad affondare tirando giù l’altra e, dopo averci salvato, hanno dovuto tagliare la corda. Io avevo perso tutto nella barca affondata: avevo solo i pantaloni e la maglietta, non avevo nemmeno i calzini. A Heraklion, i compagni cretesi ci hanno portato vestiti, cibo, jeans, scarpe, calzini, slip, di tutto. Poi ci siamo ricongiunti con la Flottilla. La Flottilla era già stata attaccata due settimane prima e noi siamo passati proprio dal punto in cui erano stati intercettati gli altri. Penso sia importante raccontarlo: abbiamo visto le barche alla deriva, siamo passati in mezzo alle barche a cui gli israeliani avevano tagliato le vele e messo tutto a soqquadro. Su una delle 22 barche avevano lasciato sette membri dell’equipaggio alla deriva, e stava per arrivare un temporale. Questo, secondo me, fa capire come si siano mossi impuniti nel Mediterraneo”.

Quelle barche si trovavano in acque internazionali?
“Sì, sì. Le hanno attaccate in acque internazionali e le hanno lasciato alla deriva in acque internazionali. Noi siamo arrivati ore dopo l’intercettazione, seguendo la stessa rotta. A un certo punto, alla radio, qualcuno — sicuramente erano gli israeliani — diceva di essere l’equipaggio della Tam Tam, una delle barche alla deriva, e ci chiedeva le nostre coordinate. Noi non abbiamo risposto. Il mare era ancora molto calmo. Le condizioni del mare stavano peggiorando sensibilmente e ciò ha costretto la Flottilla a cambiare rotta e velocità per arrivare a Creta e ripararsi. Noi, poi, siamo stati trainati da Open Arms, perché da soli non ce l’avremmo fatta ad arrivare in un porto sicuro”.

Quando è arrivato il momento della vostra intercettazione?
“Fino ad allora sapevamo che gli israeliani colpivano di notte; invece, in quel caso, hanno colpito di giorno. Noi eravamo sulla Don Juan. C’erano due RIB, due gommoni, che stavano venendo verso di noi. Eravamo però tante barche relativamente vicine: noi ci siamo allontanati velocemente, loro hanno cambiato rotta e, invece di venire verso di noi, si sono buttati nel gruppo e hanno preso altre persone. Siamo rimasti 24 ore senza essere intercettati. Di notte c’erano i droni. La mattina abbiamo acceso i telefoni e dall’Italia ci dicevano: «Guarda, hanno preso Alcione, che era a poche miglia da voi». Poi abbiamo visto la nave da guerra all’orizzonte, abbiamo visto i RIB che arrivavano velocemente, abbiamo fatto le ultime riprese e abbiamo buttato tutto. Buttavamo via anche i coltelli per tagliare le cipolle. Non dovevano trovare nemmeno un cacciavite, perché poi avrebbero usato tutto contro di te per dire: sei un terrorista. C’erano anche due olandesi che stavano girando un documentario per la tv olandese: abbiamo buttato via telecamere, tablet, telefoni, ogni cosa”.

Che cosa è successo quando sono saliti a bordo?
“Appena sono saliti, hanno utilizzato il taser sul collo di una persona e, nello stesso momento, chiedevano chi fosse il capitano. Il capitano era un ragazzo italiano. Lui non ha risposto e gli hanno ridato di taser. Ci hanno fatto stare sulla prua, a pancia in giù. Poi ci hanno perquisiti e ci hanno fatto sedere. Eravamo tutti con le mani alzate, la testa bassa, senza guardarli negli occhi: avevamo fatto prima tutto il drill. Li vedevi arrivare con mitra e fucili, ma non li guardavi in faccia. Era una situazione paradossale. A un certo punto hanno cominciato a dire: «Ora si va in Africa». Poi hanno messo della musica e canticchiavano. Noi a terra e testa in giù, loro con una mimetica e mitra che cantavano canzoncine. Hanno messo anche la canzone dei Toto e, quando arrivava il ritornello, cantavano. Sembrava davvero un film, una cosa che ti faceva quasi venire da ridere”.

Secondo lei perché facevano riferimenti all’«Africa»?
“Non lo so. Non so se l’abbiano detto a tutti o se lo dicessero per me. In realtà non mi hanno trattata peggio degli altri, devo essere sincera. Io avevo paura, essendo nera. Avevo paura di quello. Però, a parte questa frase — «Africa», «si va in Kenya», «si va in Africa» — non mi hanno trattata peggio degli altri”.

Che cosa è accaduto dopo l’abbordaggio?
“Gli israeliani hanno guidato la nostra barca fino alla nave-prigione. C’erano onde abbastanza importanti: noi stavamo sulla prua, io ero al centro e non rischiavo di cadere, ma Salvetti (Dario Salvetti, sindacalista della Fiom-Cgil, ndr) e altri, che erano ai lati, rischiavano di finire in acqua. Avevamo tutti il giubbotto di salvataggio e loro ci dicevano di tenere le mani alzate. Io le ho tenute sempre alzate, però chi era sul lato provava anche a reggersi al railing per non cadere. Mentre lo tenevano, uno è arrivato con le cesoie e gliel’ha tagliato. Poi siamo arrivati alla nave-prigione. Sulla mia barca ero l’unica donna: eravamo in nove, io e otto uomini. Ci hanno messi in fila e hanno prelevato me, forse perché ero l’unica donna. Mi hanno presa di peso, mi hanno sbattuta contro il container e mi hanno detto di togliermi i pantaloni. Ci avevano già avvisati: tra le varie forme di tortura, cercano anche di prenderti con il freddo. Io sopra avevo i jeans che avevo recuperato a Heraklion, dai cretesi che ci avevano portato i vestiti, e sotto avevo i fuseaux. Mi sono tolta i pantaloni, ma avevo i fuseaux. Poi mi hanno detto di togliere le scarpe. Era tutto bagnato, però alla fine le scarpe me le hanno fatte tenere. Ci hanno tolto il passaporto, che era l’unica cosa che avevamo, e ci hanno dato un numero. A me hanno dato il 263, un braccialetto di carta con un numero: abbastanza da nazista, di pessimo gusto soprattutto da parte loro”.

Com’erano le condizioni sulla nave?
“Ci portavano uno a uno nello spazio dei container, puntandoci addosso il fucile e facendo finta di spararci in fronte. Lì per lì veniva quasi da ridere, perché sembrava una sceneggiatura di un film di serie B. In quello spazio c’erano due container, tipo vagone dove porti gli animali, e in mezzo bagni chimici senza possibilità di tirare lo sciacquone, condizioni igieniche pessime. Io ero in sciopero della fame. Hanno buttato una busta di pane arabo, tipo piadina, e dell’acqua: solo quello per 24 ore. C’era una ragazza italiana con una maglietta della Palestina: gliel’hanno tirata via, lasciandola a seno nudo, poi qualcuno le ha dato una maglia. Alla delegazione malese hanno tolto gli hijab dicendo: «Voi non avete nessun diritto». A una ragazza tedesca di origine araba hanno sbattuto la testa per terra; lei soffre di epilessia, ha chiesto i farmaci e non glieli hanno dati. Poi ci spingevano in questo cortile dove dovevamo dormire: per terra, nello sporco. A noi hanno sparato con il cannone ad acqua, ma invece dell’acqua usciva un liquido giallo con le bolle, non si sa cosa fosse. Inondavano il pavimento: se eri scalzo o avevi le scarpe, finivi comunque bagnato. Dormivi al freddo, bagnato. Però anche lì c’è stata molta cura collettiva: dormivamo tutti tipo cipolla, uno sopra l’altro, perché chi non aveva la maglietta aveva freddo”.

Lei c’era quando è stato girato il video di Ben Gvir?
“Sì, certo che c’ero. C’eravamo tutti. Ci hanno portati al porto di Ashdod, lì dove avete visto le immagini. C’è un corridoio dove passando eri costretto a subire violenze anche pesanti. A me, con le mani legate dietro, mi hanno sollevata di peso: non riuscivo a respirare, perché mi hanno piegata, piegata, piegata, e i piedi non toccavano terra. Mi veniva da vomitare. Poi ci hanno portati nello spazio che avete visto, dove ci hanno fatto inginocchiare con la testa sul pavimento per almeno due ore. Non avevamo l’orologio, ma sicuramente sono state almeno due ore. Ogni tanto arrivavano calci. Ci mettevano in continuazione l’inno di Israele in loop. La gente sveniva, io non sentivo più le mani. Qualcuno ha urlato: «Un medico». Mi hanno allentato leggermente le fascette, ma sono rimasta comunque legata. Lì è arrivato Ben Gvir, con una persona che riprendeva tutta sorridente mentre loro urlavano. È venuto a fare questo show. Però mi sorprende che la gente sia rimasta scioccata dal vedere delle persone portate così. Quello era il minimo. Per chi era stato intercettato nelle 48 o 72 ore precedenti, quello era l’unico modo in cui ci trasportavano. Quello era il minimo, perché poi ci picchiavano, ci hanno torturato. Quello non era niente”.

Dopo il porto siete stati portati in carcere. Che cosa ricorda di quel trasferimento?
“Mi hanno messo le catene ai piedi, alle caviglie. Avevo già le fascette, me le hanno tolte e mi hanno messo le manette. Poi mi hanno fatto camminare veloce: mi avevano tolto calzini e scarpe ed era difficile camminare con le catene ai piedi. Urlavano: «Yalla, yalla». Ti dicevano: «Ma non sai cosa è successo il 7 ottobre?!». Nel frattempo ti stringevano il collo, ti tenevano giù e ti urlavano addosso. Poi mi hanno portata su un camion per andare in prigione. Io non sapevo dove stessimo andando. Mi hanno messa in una scatola di ferro, dentro questo furgone: uno spazio di un metro per un metro e mezzo, dove stai seduta e le ginocchia toccano la parete. Tutto nero, tutto chiuso. Io soffro di claustrofobia e avevo paura di avere un attacco di panico. Non l’ho detto, perché lì dentro c’era la telecamera e, se l’avessi detto, avrebbero sicuramente fatto peggio. In prigione ci spostavano di continuo, ogni venti minuti, ogni ora, anche per non farci dormire. La luce era sempre accesa. Non ci hanno mai dato acqua: ci hanno detto di bere quella del rubinetto. Non avevamo carta igienica, non avevamo sapone. C’erano persone con patologie, persone anziane, persone con problemi cardiaci: non hanno dato niente”.

Quando è rientrata e ha visto le reazioni al video e al vostro trattamento, che cosa ha pensato?
“Io sono arrivata in Turchia e, chiaramente, non sapevo niente. C’era Saif e mi ha detto: «Sai che sei nel video di Ben Gvir?». Io non sapevo niente. Poi mi hanno raccontato che a Firenze c’era stata una manifestazione di oltre cinquemila persone. Io non sapevo nulla di tutto questo. Quando ho visto il video ho pensato: ma davvero per questo? Quello era il modo in cui camminavamo. La gente si sciocca: era il minimo, quello non era niente. Se la gente si è scioccata per quello, allora raccontiamole come si stava. C’è stato un rastrellamento del Mediterraneo di 36 ore. Tutte le cancellerie, decine di Paesi, cittadini di circa 70 Paesi, non hanno detto niente. È come sapere che c’è uno in giro che sta sparando per uccidere le persone e restare lì ad aspettare. Le hanno lasciate in giro per 36 ore, queste navi da guerra. Le navi-prigione hanno il filo spinato, gente che ti spara addosso, che ti tiene il fucile puntato, che ti toglie l’identità e ti dà un numero. Carri da bestiame, gente che ti picchia e ti spacca la testa. E loro si scandalizzano perché c’era uno che ci teneva giù la testa mentre camminavamo. Noi eravamo tra le ultime barche. C’erano tre navi da guerra nel Mediterraneo. Noi dicevamo: ci stanno cercando. Barche da vela di poco più di dieci metri. Navi da guerra che cercano dei cittadini in mezzo al mare: a me è sembrato assurdo”.

Che giudizio dà delle reazioni del Governo italiano e dei governi europei?
“Io ho recuperato il telefono solo oggi, quindi non so esattamente quali siano state le parole. Per sentito dire ho saputo che si è parlato di scuse formali per come sono stati trattati i cittadini italiani e di sanzioni contro Ben Gvir. Se si parla solo di sanzioni contro Ben Gvir, è una cosa inutile. Ben Gvir fa schifo sicuramente, però questo è un sistema che va bene a tutti, ai funzionari, a tutti quanti. È vero che lì c’era gente obbligata, per quanto riguarda l’esercito, ma non c’è stato un minimo di persone che sembrava farlo solo perché doveva. Ti chiedevano: «Ma te non sai cosa è successo il 7 ottobre? Perché sei qua?». Gente a cui avranno fatto il lavaggio del cervello, così come quelli all’aeroporto che ci urlavano contro, come se noi fossimo dei violenti. Noi sapevamo che ci avrebbero fermati, prima di andare c’era stato tutto il risk assessment. Però il fatto è che ti vengono a prendere sotto casa, che umiliano l’Italia come umiliano i Paesi di quei cittadini”.

Perché è partita, sapendo i rischi? E lo rifarebbe?
“Io penso che ci siano tante cose che uno dice di non voler rifare. Poi, però, alcune cose uno se le scorda. Io ero in barca con un signore irlandese che era alla sua terza intercettazione. Questa volta non so per quale motivo non si siano indignati vedendo i neonati morire di freddo nelle tende. Mi dispiace si siano indignati solo per ciò che hanno visto nel video, però penso che possa essere una crepa per aprire un varco. Dunque sì: la Flottilla è stata utilissima, nonostante tutto. Alla fine abbiamo visto che quello che è successo è stato utile. Secondo me va sicuramente rifatto. A livello simbolico, e non solo simbolico, serve a rompere l’assedio. Se fossimo arrivati, avevamo alcune centinaia di chili di aiuti umanitari, ma non è quello il punto. Il punto è sapere che loro c’erano, che ci aspettavano. Ha funzionato minimamente, però ha funzionato”.

In Italia c’è anche un forte clima d’odio verso chi partecipa a queste iniziative. C’è chi dice: «Ve la siete cercata, lo sapevate». Che cosa risponde?
“Quando la gente dice «Ah, ma lo sapevate», certo, sapevamo che ci avrebbero fermati. Però anche i partigiani sapevano quello che rischiavano. Lo fai perché secondo te è importante. In questo caso era importante far vedere che non c’è nessun cessate il fuoco; far vedere che i palestinesi non possono nemmeno uscire a pescare, non possono nemmeno far arrivare i materiali per rifare le loro case, perché del cemento dicono che non serve per le case ma per i tunnel. Era importante far vedere che, sotto nessuna legge internazionale, Israele può fare quello che sta facendo. Qualcuno deve fare qualcosa. E questo non significa che chi è andato pensasse di fare chissà che cosa. E poi noi non abbiamo chiesto aiuto: si chiede una presa di posizione. Vorrei che venisse specificato che è la GSF, con le donazioni ricevute da singoli cittadini, ad averci pagato anche il biglietto per rientrare. La cosa assurda è che i tuoi concittadini ti dicono: «Sei andato a rompere le scatole». Come per dire: lasciali perdere al loro destino”.

Che cosa vorrebbe che non si dimenticasse di Gaza in questo racconto?
“Vorrei che non si dimenticasse che la cosa che li ha scioccati è niente in confronto a quello che è successo a noi. E quello che è passato a noi è niente in confronto a quello che passano i palestinesi. A me hanno allentato le fascette. A tanti palestinesi, dopo un tot di ore, devono amputare le mani. A tanti palestinesi succede questo. Noi sapevamo — speravamo — di restare dentro poco, due, tre, quattro giorni. Loro hanno detenzioni senza accusa di sei mesi in sei mesi. Noi abbiamo solo cercato di far vedere quello che può succedere lì dentro nel corso di mesi e di anni, e che sta succedendo da decenni. Noi siamo contenti di essere tornati qui, ma Thiago Avila, mentre era dentro, ha perso la mamma e non è riuscito ad andare: ai palestinesi succede sempre”.

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