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Home » Politica

Picierno a TPI: “Fermiamo i leader incendiari. O il mondo andrà in cenere”

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Pina Picierno, 45 anni, vicepresidente del Parlamento europeo dal 2022: è tra le figure di punta dell’area riformista interna al Partito Democratico. Credit: AGF

“Assecondare le mire imperiali di Putin ha offerto licenza di uccidere il diritto internazionale in ogni angolo del pianeta. L’unica prospettiva negoziale con Mosca è la resistenza ucraina. Trump e Netanyahu hanno lo stesso stampo illiberale. Ma in Russia c’è un regime, in Israele no. A Hormuz va sostenuta l’iniziativa dei volenterosi. Il caso Biennale? Il Cremlino deve sapere che l’Italia non è il ventre molle dell’Europa”

Onorevole Picierno, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, auspica la sospensione del bando al Gnl (gas naturale liquefatto) proveniente dalla Russia. La Commissione ha subito respinto l’ipotesi. Ma, vista la crisi energetica in cui ci stiamo addentrando, possiamo davvero permetterci di fare a meno del gas russo nell’Ue?
«Finché il Cremlino perseguirà nel suo disegno criminale di aggressione, non vedo ragioni per allentare o sospendere le sanzioni. Il bando al Gnl russo non è dovuto solo ad un sentimento di solidarietà verso l’Ucraina e il suo legittimo governo, ma è parte del nucleo della politica estera europea. Stiamo vedendo con i nostri occhi, in questi ultimi mesi, ciò che prevedevamo: assecondare le mire imperiali di Putin ha offerto licenza di uccidere il diritto internazionale in ogni angolo del pianeta».

Specularmente, si potrebbe però dire anche che l’intransigenza europea nel negoziare con l’aggressore Putin abbia contribuito al clima bellicoso che si respira oggi anche in Occidente…
«Al clima bellicoso contribuisce chi fa guerra di aggressione, non chi resiste o sostiene la resistenza. Ucraina ed Europa sono le più interessate ad un negoziato e alla fine delle ostilità. Ci sono fantasiose ricostruzioni dietrologiche su un rifiuto ai negoziati. Svelo ciò che è già noto alle cronache passate e più recenti: è il Cremlino che non li vuole, perché sarebbe costretto ad ammettere al popolo russo di essersi imbarcato in un’avventura bellica lunga e drammatica dal punto di vista delle perdite umane, con risultati nulli o quasi dal punto di vista territoriale e con un’economia in ginocchio. Anche un regime non può far a meno di fare i conti con l’opinione pubblica del proprio popolo».

Non compriamo gas dalla Russia. Però compriamo gas e petrolio da Paesi come il Qatar, sospettato di aver finanziato l’Isis, o come Arabia Saudita, Kazhakistan e Azerbaijan, che non sono certo democrazie. Non c’è una contraddizione in questo?
«Il rispetto dei diritti umani dovrà essere sempre di più la cifra delle nostre relazioni, anche commerciali. Ma le tensioni con il Cremlino sono dovute anche a questioni squisitamente geopolitiche e di sicurezza: se concediamo alle potenze di incendiare una regione a proprio piacimento, sarà il mondo ad andare in cenere. Con l’aggravante fondamentale che quell’aggressione è avvenuta in Europa».

L’Europa è in guerra con la Russia?
«Non lo è, ma nel conflitto il sostegno all’Ucraina è totale e l’isolamento di Putin è totale. Il problema non è la Russia, ovviamente, ma il regime di cui è anch’essa vittima».

Non teme che una linea troppo rigida sull’invio di armi all’Ucraina renda più lontana qualsiasi prospettiva negoziale con Mosca?
«Il contrario. L’unica prospettiva negoziale con Mosca è la resistenza ucraina. Senza quella, non saremmo di fronte a ipotesi di negoziato, ma ad una resa incondizionata».

Come si può parlare di difesa comune europea se all’interno dell’Unione registriamo 27 diverse linee di politiche estera?
«Innanzitutto, non sono 27 linee diverse, c’è molta più comunanza di alcune semplificazioni. Basta guardare alle iniziative dei volenterosi. Ma il tema c’è ed è ineludibile. Nelle scorse settimane abbiamo tirato un sospiro di sollievo con la sconfitta elettorale di Orbán, che ha utilizzato a lungo il diritto di veto per ricattare, e che in ogni caso siamo riusciti a respingere. Non possiamo però dipendere dai cicli elettorali: è tempo di una riforma complessiva del funzionamento dell’Ue, a partire dal principio di unanimità. Questa discussione sarà sempre più il cuore di ogni iniziativa politica, di ogni forza politica europeista».

Per superare strutturalmente il principio di unanimità bisognerebbe metter mano ai Trattati. Ma servirebbe l’unanimità. Fattibile?
«I referendum in Francia e Olanda del 2005 hanno segnato un ventennio di resistenza a riforme istituzionali, non poteva essere altrimenti. Probabilmente il passo fu troppo lungo e troppo in anticipo sui tempi. Oggi però avvertiamo un’urgenza diversa, perfettamente in sintonia con un diffuso sentimento popolare, registrata inoltre dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, fortemente voluta dal Presidente David Sassoli. Il Parlamento e le tradizionali forze politiche europeiste sono pronti, serve una più forte iniziativa e un impulso più deciso da parte della Commissione e dei Paesi fondatori, tra cui ovviamente l’Italia».

Come risponde ai timori di alcuni settori economici in Europa, in primis gli agricoltori, rispetto all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue?
«Non hanno nulla da temere, come più in generale non hanno nulla da temere dall’apertura dei mercati. Per primi gli agricoltori sanno bene che non è decisivo fondare la competizione solo sulla protezione e sanno bene che il mercato interno è bilanciato. Il problema non è la competizione tra europei ma la competitività europea nello scenario globale. Vale per il settore primario come per il settore industriale e artigianale».

Però gli innumerevoli casi di delocalizzazioni intraeuropee registrati negli ultimi decenni lasciano pensare che il tema vada affrontato anche internamente all’Ue. No?
«Persistono alcune caratteristiche di dumping nel mercato comune, a partire da quello fiscale. L’idea del 28esimo regime nasce proprio dalla prospettiva di limitarle il più possibile. Ma non nascondiamoci il problema più serio: l’Italia è poco attrattiva per investimenti interni, europei ed esteri, e non solo per il carico fiscale. Scarsa formazione e ricerca, una burocrazia pesante, giustizia amministrativa e civile lentissime, una dotazione infrastrutturale ancora carente sono fattori che limitano gli investimenti privati almeno quanto la componente fiscale. Questo non dipende dall’Europa, ma dai limiti di un confronto politico nazionale polarizzato e inconcludente».

Questione Biennale di Venezia. Lei è fra le più strenue oppositrici della presenza russa in Laguna così come di diverse altre esibizioni di artisti russi in Italia. Cosa abbiamo da temere?
«Nulla. Ma dal Cremlino devono sapere che l’Italia non è il ventre molle dell’Europa dove poter comodamente esercitare la propria propaganda di regime. Venezia non è una piazza per le loro parate».

L’Ue si fregia di portare avanti valori di tolleranza e libertà d’espressione. Ma censurare non è esso stesso un metodo un po’ putiniano?
«La censura c’entra nulla, ma proprio nulla. Da sempre il peggior nemico della libertà di espressione è la propaganda di regime. Stesso discorso vale per la libertà di informazione. Il Cremlino invade il proprio Paese e l’opinione pubblica europea con atti di propaganda ostile ed enormi risorse impiegate allo scopo. Non è una mia opinione. Meraviglia, sinceramente, che sul punto si possa fare ancora confusione».

L’Ue ha adottato finora 20 pacchetti di sanzioni contro la Russia ma nessuno contro Israele. Eppure entrambi sono Paesi aggressori e responsabili di gravi crimini secondo il diritto internazionale. Perché questa disparità di trattamento?
«Io sono favorevole a misure anche nei confronti di Israele e in Parlamento ho sempre votato in questa direzione. Ma non bisogna mai dimenticare che le sanzioni sono soprattutto uno strumento di pressione e di isolamento. Un conto è isolare un governo, un altro è isolare un regime. La Russia è oggi un sistema autoritario, in cui l’opposizione è repressa, i media indipendenti vengono chiusi e gli oppositori politici e i giornalisti pagano spesso con il carcere o con la vita. In Israele no, e anzi il lavoro da compiere è quello di sostenere le opposizioni. Mettere tutto nello stesso calderone rischia di oscurare differenze sostanziali tra i due contesti e, alla fine, indebolire anche la credibilità delle misure che si vogliono adottare».

Israele oggi può essere definito uno Stato canaglia?
«È criminale il suo governo. Negli ultimi giorni c’è stata una rilevante novità politica: l’opposizione a Netanyahu va consolidandosi in una prospettiva di alternativa di governo. È uno sforzo che va sostenuto al netto delle differenze politiche».

Perché, secondo lei, Trump si è unito a Israele nella guerra contro l’Iran?
«Il legame tra i due Paesi è storicamente molto forte, ma oggi è interpretato da due leadership incendiarie, prodotte dallo stesso stampo illiberale».

L’alleanza tra Europa e Usa è ancora solida?
«L’alleanza atlantica è più forte degli stessi leader che sono chiamati ad interpretarla. Ha ragioni profonde, legami solidi, interdipendenza impossibile da sciogliere. Non deve sfuggire che nel contesto di questa alleanza, l’Europa deve essere sempre più autonoma. Non lo impone una scelta ideologica ma strategica. Il pendolo della storia oscilla sempre più verso l’Oceano Pacifico, questo è vero con o senza Trump. Quello che c’è ai nostri confini orientali e nel Mediterraneo dipenderà da quanto saremo in grado autonomamente di intervenire e stabilizzare».

Come valuta la crisi relazionale fra Trump e Meloni?
«Credo sia qualcosa in più di una crisi personale. Si inserisce perfettamente nella crisi di relazioni tra gli Usa e la Ue, inaugurata dall’Amministrazione americana in maniera caotica e spesso addirittura volgare. Ma guai a pensare che si tratti delle trovate comunicative di un anziano presidente dagli umori instabili. È una dottrina, alimentata dalla stessa ideologia “Maga”. Meloni si è illusa di potersi ritagliare un ruolo di pontiera tra le due sponde. La verità è che non c’è ponte che regga: la destra nazionalista e sovranista sta fallendo in tutto l’Occidente».

Il fatto che i rapporti fra Trump e Meloni si siano raffreddati è una buona o una cattiva notizia per l’Italia?
«Né l’una né l’altra, la politica estera non è fatta di sorrisi e parole al miele ma di strette di mani e firme in calce a documenti. È chiarissimo che i rapporti atlantici vanno ridefiniti, ma non da soli. Pensare di trattare con gli Stati Uniti da soli è ingenuo e velleitario. È sfuggito al Governo italiano che il massimo impegno è rafforzare l’Europa, non isolare l’Italia».

In Europa rischiamo la recessione?
«Abbiamo di fronte tempi di crisi lunghe e difficilmente prevedibili. Non ci può essere sicurezza economica se c’è instabilità geopolitica. Quindi il primo impegno è alla stabilità, specie nell’area del Mediterraneo e del Golfo. Non sarà semplice, ma bisognerà sostenere con forza ed ogni mezzo l’iniziativa dei volenterosi nello Stretto di Hormuz».

Di fronte alla crisi che si profila all’orizzonte, i cui effetti già iniziano a intravedersi, non sarebbe opportuno sospendere il Patto di Stabilità?
«Mi piace ragionare sulle cose a tempo debito e senza ideologie. Il Patto di stabilità non è né un testo sacro né lo sterco del diavolo. È uno strumento utile a garantire equilibrio nei conti pubblici e, come tale, va utilizzato con intelligenza. La sua sospensione è prevista in condizioni straordinarie: ci stiamo avvicinando a uno scenario complesso, ma non siamo ancora a quel punto. Detto questo, accanto alla necessaria disciplina, oggi manca un pezzo fondamentale del ragionamento europeo: la crescita. In un contesto internazionale così difficile, quali politiche mettiamo in campo per rafforzare competitività, investimenti e produttività del continente? Che fine hanno fatto le indicazioni del rapporto Draghi? Senza una strategia chiara sulla crescita, anche le regole di bilancio rischiano di diventare insufficienti rispetto alle sfide che abbiamo davanti».

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