La nuova legge elettorale ai raggi X: Stabilicum vs Rosatellum
Il Governo Meloni ha deciso di spingere sull’acceleratore per raggiungere quanto prima il suo obiettivo: una nuova legge elettorale (denominata “Stabilicum”). Nelle scorse ore è stato presentato un nuovo testo con le ultime modifiche condivise tra gli alleati di centro-destra, lasciando volutamente fuori le preferenze, vero nodo mai sciolto e materia divisiva. L’approdo in Aula del dossier sulle nuove regole del gioco è stato fissato per il 26 giugno.
Ad annunciare il testo bis dello “Stabilicum”, 20 pagine a cui si allegano anche i facs simile sulla scheda elettorale, è stato il deputato di Fratelli d’Italia Angelo Rossi, uno dei quattro relatori del testo base sul sistema di voto. Le modifiche rispetto al “Rosatellum” (l’attuale legge elettorale), come si legge nel disegno di legge, riguardano il premio di maggioranza, che non scatterà al 40 per cento ma al 42 per cento; che non scatterà se ci dovessero essere maggioranze diverse tra Camera e Senato; nessun ballottaggio; si introduce una soglia massima di seggi raggiungibili (220 a Montecitorio e 130 a palazzo Madama) non permettendo così di raggiungere il 60 per cento di quelli disponibili, e quindi scongiurando che gli organi di garanzia vengono eletti senza accordo tra gli schieramenti. Altro cambiamento riguarda il voto degli italiani all’estero. «Ci sono nuove norme sul voto all’estero poco chiare», la denuncia di Tony Ricciardi, deputato del Pd e componente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. «Si delega al governo – ha spiegato l’esponente dem – per interventi sul Dpr del 2003. C’è in particolare un passaggio, mi riferisco al terzo punto, dove si parla di ‘modalità di voto’, che significa tutto e nulla. Non puoi delegare al governo come si vota all’estero, questa – ha detto Ricciardi – è materia elettorale, ergo parlamentare. C’è il rischio che il governo possa fare quel che vuole, di tutto…».
Una nuova legge elettorale che era stata paventata nei giorni scorsi dal ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani che aveva delineato la road map della maggioranza con l’obiettivo di arrivare all’ok a Montecitorio ben prima della pausa estiva. «C’è la volontà di accelerare al massimo l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del Governo, di accelerare e quindi noi speriamo entro la fine del mese di giugno di poter approvare almeno in prima lettura alla Camera la nuova legge elettorale», aveva spiegato.
Al momento (dal 2017) in Italia abbiamo il “Rosatellum”. Un sistema elettorale misto a separazione completa: nei due rami del Parlamento il 37 per cento circa dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, mentre il 61 per cento circa degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale.
Le candidature sono presentate nell’ambito di collegi plurinominali proporzionali; l’elettore non dispone del voto di preferenza né del voto disgiunto nel maggioritario uninominale a cui spettano i 3/8 di 392 cioè 147 seggi corrispondenti al 36,75 per cento di 400 che è il numero dei seggi della Camera dei deputati. Infine otto deputati e quattro senatori – come stabilito dalla Costituzione italiana – devono essere prescelti dai cittadini italiani residenti all’estero.
La nuova legge elettorale (“Stabilicum”) proposta dal Governo Meloni prevede, in estrema sintesi, che il premio di maggioranza non scatterà al 40 per cento ma al 42 per cento; non scatterà se ci dovessero essere maggioranze diverse tra Camera e Senato; nessun ballottaggio; e si introduce una soglia massima di seggi raggiungibili non permettendo così di raggiungere il 60 per cento di quelli disponibili.
Ma perché cambiare legge e abbandonare il “Rosatellum”? Per evitare il rischio pareggio. Alle ultime elezioni politiche (quelle del 2022) a fronteggiarsi c’erano la coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati); la coalizione di centrosinistra (Pd con Impegno Civico di Luigi Di Maio, Alleanza Verdi-Sinistra e +Europa); e il Terzo Polo di Renzi e Calenda e il Movimento 5 Stelle. Nel 2027 invece, con il ricomporsi del centrosinistra in una coalizione unitaria (ad eccezione di Azione di Carlo Calenda), si configurerebbe il rischio di un pareggio tra le due coalizioni. Eventualità da scongiurare perché porterebbe al rischio dell’ingovernabilità e del successivo “inciucio di palazzo” dopo le elezioni. Schema che la Meloni vorrebbe evitare assolutamente.
Per gli italiani, qualora venisse approvato, sarebbe il sesto sistema elettorale adottato dal secondo dopoguerra fino a oggi. Lo Stabilicum si aggiungerebbe infatti alle leggi del 1946, del 1993 (Mattarellum), del 2005 (Porcellum), del 2015 (Italicum) e a quella attualmente in vigore dal 2017, il Rosatellum.
Ma quali caratteristiche avevano queste normative? Dopo la fine del fascismo e la nascita della Repubblica italiana, nel 1946 venne introdotta la cosiddetta legge proporzionale classica, rimasta in vigore fino al 1993, quindi per quasi mezzo secolo. Per l’elezione della Camera dei deputati, il territorio nazionale era suddiviso in 32 circoscrizioni plurinominali, alle quali veniva attribuito un numero variabile di seggi in base alla popolazione. Gli elettori potevano esprimere fino a quattro preferenze. Anche il Senato prevedeva alcuni limitati elementi maggioritari, pur mantenendo un impianto prevalentemente proporzionale.
Va poi ricordato il tentativo del 1953, passato alla storia come “legge truffa”. Questa riforma prevedeva un premio di maggioranza alla Camera, assegnando il 65 per cento dei seggi alla lista o alla coalizione capace di ottenere oltre la metà dei voti validi. Tuttavia questa clausola non sortì effetti in occasione delle consultazioni del giugno 1953 e la disposizione fu abrogata l’anno successivo, determinando il ritorno al precedente meccanismo proporzionale.
Nel 1993 fu poi approvata la legge Mattarella, soprannominata “Mattarellum”, che introdusse per la prima volta in Italia un sistema misto. Tre quarti dei seggi di Camera e Senato venivano assegnati con metodo maggioritario in collegi uninominali a turno unico. La restante quota era invece distribuita con criteri proporzionali: per il Senato tramite il recupero dei candidati più votati ma non eletti, mentre per la Camera attraverso liste bloccate, meccanismo di scorporo e soglia di sbarramento fissata al 4 per cento.
Questo sistema rimase in vigore fino al 2005, anno dell’approvazione della legge Calderoli, nota come “Porcellum”. Si trattava di un sistema proporzionale corretto da un ampio premio di maggioranza, attribuito su base regionale al Senato, accompagnato da diverse clausole di accesso. Nella sua versione originaria non era previsto il voto di preferenza. Nel 2013 la Corte costituzionale dichiarò illegittime alcune parti della legge, contestando in particolare il premio di maggioranza eccessivo e le liste bloccate troppo lunghe.
Nel 2015 arrivò l’Italicum, un nuovo sistema elettorale che però non venne mai utilizzato. La legge prevedeva un impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 3 per cento e un eventuale premio di maggioranza. La lista vincente avrebbe ottenuto almeno 340 seggi alla Camera, pari al 54 per cento del totale, se avesse raggiunto almeno il 40 per cento dei voti a livello nazionale. La distribuzione dei seggi sarebbe avvenuta con il metodo Hare-Niemeyer, basato sui voti raccolti sul territorio nazionale. I candidati sarebbero stati presentati in venti circoscrizioni regionali suddivise in 100 collegi plurinominali, ciascuno con un numero di seggi compreso tra tre e nove. Facevano eccezione i collegi uninominali della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige, regione che avrebbe avuto anche una quota aggiuntiva di deputati eletti con metodo proporzionale.
Infine nel 2017 entrò in vigore l’attuale legge elettorale: il “Rosatellum”. Come detto, si tratta di un sistema elettorale misto a separazione completa: in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37 per cento circa dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, mentre il 61 per cento circa degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento. E ora? Il Governo riuscirà a cambiare ancora una volta la legge elettorale? Nelle prossime settimane le prime risposte.