Riaprire la Lombardia è una follia. Qualcuno fermi Fontana (di G. Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 17 Apr. 2020 alle 11:08 Aggiornato il 17 Apr. 2020 alle 15:57
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Spiegateci come siamo passati, in meno di 72 ore, dalla Lombardia lazzaretto d’Europa, da quel tragico rombo cuore del focolaio Lombardo (Bergamo-Brescia-Codogno-Milano), da Alzano e Nembro – tutti fatti acclarati, su cui oggi i magistrati stanno indagando – a riapriamo le attività produttive il 4 maggio. In Lombardia. Dalla sera alla mattina. Ma cosa si è bevuto il Governatore della Lombardia Attilio Fontana la notte prima di formulare questa incauta proposta? Oltre 60mila casi e quasi 12mila vittime, cosa che se asportassimo la Lombardia e parte dell’Emilia-Romagna (cioè Piacenza, al confine con i lombardi) dalla radiografia di questa strage, i numeri già di per sé impietosi sarebbero di ben più modesta misura, non certo da cimitero nero d’Europa. E Fontana che fa? Propone di riaprire. Così, d’emblée, dall’oggi al domani. Senza che quasi nessuno gli dica niente, tranne timidi e sparuti segnali di avvertimento da qualche ministro, nel caos di questi giorni in cui tutto è permesso, anche sparare una cosa simile. E invece è un fatto gravissimo. Forse ai lombardi non è chiaro, ma finché non si abbassano i numeri dei contagi in modo significativo la riapertura auspicata da Fontana la dovrebbero vedere solo con il binocolo, e ci auguriamo che il governo tiri fuori gli attributi rispondendo fermamente No alla proposta della Regione (diversamente da quanto avvenuto in Val Seriana).

La scemenza che gira sui giornali e sui social è che questa avversione di alcuni verso la riapertura della Lombardia sia dettata da un rancore verso Milano e i lombardi, tale da portare alcuni a dire “non ci volete fare riaprire perché invidiate il nostro sistema, la nostra sanità, la nostra vita”. Anche no. Grazie. Ma quale sanità? Quella che ha imposto al pronto soccorso di Alzano di rimanere aperto causando una strage di contagi? Quella che ha permesso che non venissero creati da subito e ad hoc reparti Covid isolando il resto dei pazienti? Quella che ha risposto al dott. Giupponi, direttore di Areu Bergamo, “non ce ne frega un cazzo delle tue stronzate”? Quella che si è voltata dall’altra parte quando si sarebbe dovuto anteporre la salute e la sicurezza degli infermieri e dei medici, di cui ad oggi ne sono deceduti già 123? E poi francamente abbiamo già dato, grazie, pagandone ampiamente le conseguenze: ‘Milano non si ferma, Bergamo is running’ (e pensa se non si fermavano davvero).

Ma poi se Fontana rivendica con orgoglio che la Lombardia non poteva fare in autonomia zone rosse in Lombardia, diversamente da quanto gli ha detto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, perché dovrebbe poter avere voce in capitolo per riaprire il 4 maggio? Per la prima volta, oggi, anche un virologo tra i tanti che abbiamo ascoltato negli ultimi due mesi ha ammesso pubblicamente che la gestione del Coronavirus in Lombardia è stata un fallimento. È il caso di Massimo Galli, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, che sostiene: “C’e’ stato un clamoroso fallimento, e di questo ne dovremo prendere atto per il futuro, della medicina territoriale, ammettiamolo e riconosciamo questo aspetto”. Lo stesso Galli ha dichiarato a TPI che la Lombardia non è assolutamente pronta per entrare da subito nella fase 2.

La Lombardia vuole riaprire dal 4 maggio (cioè dopodomani, follia!) sulla base delle 4D (distanza, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi) e spalmando il lavoro su 7 giorni. Ma in Lombardia le aziende sono una cosa seria, e indirettamente lo ha detto in prima persona – sempre al nostro giornale – il capo degli industriali lombardi Bonometti: “Da noi non si poteva fermare la produzione”. Se si produce, si produce seriamente. A pieno regime. Scambio di merci e persone. Così come del resto è stato fino ad appena 3 settimane fa, e cioè fino al 23 marzo, data in cui in Italia sono state fermate le attività produttive non essenziali.  Cosa, questa, che a nessuno sembra importare ma che in realtà mostra la miopia di governanti e industriali, arroccati sull’idea che ripartire subito sia di primaria importanza e senza capire invece che farlo potrebbe essere fatale. E infatti, c’è chi ha continuato a produrre beni non essenziali, nascondendosi dietro la necessità di produrre bombole d’ossigeno. È il caso della Dalmine, i cui operai oggi temono di contagiare le famiglie, come hanno testimoniato al nostro giornale.

La realtà è che oggi riaprire la Lombardia dal 4 maggio è semplicemente sbagliato. L’unica motivazione logica dietro le dichiarazioni di Fontana l’ha fornita ieri in un commento su TPI Luca Telese, spiegando che la comunicazione schizofrenica del Governatore è dettata unicamente dalle pressioni che riceve, suo malgrado, da parte di Matteo Salvini, a cui il presidente della Regione obbedisce replicando di sana pianta persino il refrain dell’”oggi chiudo-domani apro”, intimorito anch’egli come il leader leghista dalla perdita di consensi verso la Lega indicata dai sondaggi, e dalla necessità di un colpo di coda verso un elettorato che piange miseria e che rischia di scoppiargli tra le mani. Fontana che, tra l’altro, non ha mai voluto rispondere alle nostre domande, pur avendo inizialmente confermato l’intervista e poi, in seguito alle dichiarazioni del Premier Conte al nostro giornale sulle competenze della Lombardia, essendosi sempre negato. Il tutto sulla pelle di chi rischia di perdere la vita per questa eventuale e scellerata decisione solamente politica. È evidente che sia necessario pensare alla Fase 2 e che l’Italia debba ripartire, ma non la Lombardia. No. Fermatela, fermiamola, prima che si debba tornare indietro e iniziare tutto da capo.

L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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