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Se smettiamo di indignarci per questa foto, le bestie siamo noi

Immagine di copertina
La foto di Christian Gabriel Natale Hjort bendato e ammanettato in caserma

Questa immagine siamo noi, nell’attimo in cui abbiamo perso l’innocenza. E fa male come ognuna di quelle 8 coltellate inferte a Mario

La foto dell’americano bendato: se non ci indignamo, le bestie siamo noi

Curvo, bendato, i polsi ammanettati dietro la schiena, il corpo umiliato, saccheggiato, offeso, un corpo inerme oltraggiato oltre ogni logica necessità e umanità, e infine esposto come un trofeo al ludibrio di un popolo che ha smarrito del tutto il confine tra la giustizia e la punizione, tra legge e vendetta. Questa foto non arriva dalla lontana (?) Russia, dalla Turchia o dal Venezuela, ma dalla caserma del Reparto investigativo dei carabinieri di via Selci, a Roma, nel cuore della capitale della civilissima Italia.

Questa foto racconta un paese in cui il ministro dell’Interno evoca neanche troppo velatamente la pena di morte e invoca lavori forzati in carcere a vita; un paese in cui Giorgia Meloni tuona contro il reato di tortura perché – spiega – limita l’azione degli agenti; in cui le forze dell’ordine si sentono legittimate – peggio, tenute – a martoriare un reo confesso e a mostrarlo al mondo come una sorta di lavacro di massa che possa purificare di colpo l’onta subìta dalla sovrana Italia.

Questa foto siamo noi, nell’attimo in cui abbiamo perso l’innocenza. E fa male come ognuna di quelle 8 coltellate inferte a Mario. Nei minuti immediatamente successivi alla pubblicazione dello scatto, i social si sono divisi in tre: chi comprensibilmente si indignava, chi esultava e chi, come sempre capita in questi casi, ha cominciato a farsi delle domande, più o meno logiche, più o meno legittime: chi ha messo in giro questa foto? Perché? Chi aveva interesse a farlo? Con risposte che, vieppiù, sfioravano il complottismo: se lo hanno fatto – è la teoria più accreditata – non è stato per caso, ma per fare un regalo alla difesa, invalidare la confessione (“estorta con metodi illegali”) e rendere più facile l’estradizione negli Stati Uniti.

In realtà, quello che ci leggo io è, per certi versi, ancor più spaventoso. Il fatto stesso che sia uscita di lì, sia stata divulgata al di fuori di quella caserma, è forse addirittura più sconvolgente e preoccupante della foto in sé. È un messaggio chiaro, a loro e a noi tutti: ecco quello che può succedervi se capitate nelle nostre mani. Questa foto parla: è un avvertimento. E nessuno di noi può permettersi di sottovalutarlo.

Quando guardo questo scatto, in fondo, l’unica cosa che mi viene in mente è che lui, Mario, quello che ogni martedì sera andava in stazione a portare una coperta ai poveri, quello che non trattava gli arrestati come delinquenti ma come persone, quello per cui l’Arma era il simbolo più alto della legge e dei diritti, lui una cosa del genere non l’avrebbe mai tollerata. E quelli come Mario, quelli come noi, sono, siamo, la maggioranza, solo che abbiamo smesso di fare rumore. Il giorno in cui smetteremo di indignarci per una foto del genere, quello è il giorno in cui avremo perso. Avranno vinto quelli che ammazzano per 100 euro e una striscia di coca. E, prima che ce ne saremo accorti, saremo diventati come loro.

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