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Carabiniere ucciso a Roma: Salvini propone “lavori forzati per tutti”. Peccato che non esistano

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 27 Lug. 2019 alle 10:18 Aggiornato il 28 Lug. 2019 alle 08:54
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Immagine di copertina

Carabiniere ucciso a Roma: Salvini propone “lavori forzati per tutti”

Ci risiamo: commentando l’omicidio del carabiniere Mario Rega Cerciello, ucciso a Roma da due malviventi nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 luglio nel quartiere Prati di Roma, il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha perso occasione per fare una delle sue solite sparate demagogiche, populiste e totalmente prive di fondamento giuridico.

“Caccia all’uomo a Roma, per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un Carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno, e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa”, ha dichiarato con la solita nonchalance che tradisce l’assoluta e conclamata inadeguatezza istituzionale del capo del Viminale.

Incapace di affrontare qualsiasi argomento in maniera civile e approfondita, anche questa volta Matteo Salvini ha nuovamente lanciato sconclusionati e inconcludenti messaggi politici. No, non è quel “bastardo” utilizzato in un tweet ufficiale a scandalizzare, a questo linguaggio colorito e poco istituzionale siamo ormai abituati da tempo, malauguratamente.

È più il concetto qualunquista, la soluzione destituita di fondamento data in pasto all’opinione pubblica al solo scopo di proseguire la solita propaganda elettorale permanente ad essere assolutamente fuori luogo. “Lavori forzati in carcere finché campa”, la classica frasetta da “uomo della strada” che un vicepremier e ministro dell’Interno di un Paese civile e democratico non dovrebbe mai pronunciare.

Non dovrebbe mai pronunciarla perché dovrebbe saper bene che in Italia, il Paese che governa, da tempo immemore non esistono più i “lavori forzati in carcere” a vita. Dovrebbe anche sapere, da uomo che rappresenta le istituzioni, che non è il ministro dell’Interno a decidere quale pena infliggere a un reo, ma sono casomai i giudici dopo un processo.

Come al solito Matteo Salvini non si preoccupa minimamente della pericolosità sociale dei messaggi sbagliati che diffonde; d’altronde è proprio questo qualunquismo senza connessione con la realtà il vero asso nella manica della sua strategia elettorale. A Matteo Salvini non interessa spiegare ai cittadini la reale portata di determinati eventi di cronaca, più o meno cruenti.

Qualsiasi caso funzionale alla propria campagna elettorale permanente viene sacrificato sull’altare della propaganda e spremuto fino all’osso per trarre il massimo consenso. A Matteo Salvini non interessa governare il Paese secondo le leggi, per il ministro dell’Interno che tanto invoca il “principio di legalità” a ogni pie’ sospinto la legge può essere mediaticamente manipolata e piegata al proprio volere e alla propria sete di popolarità.

I lavori forzati non esistono nel nostro ordinamento – se non a determinate condizioni ( e non sono comunque lavori forzati come il ministro lascia intendere) e al solo fine di reinserire rei particolarmente pericolosi e recidivi nella società, dunque non certo a vita – ma a Matteo Salvini questo non importa, a lui interessa diffondere a più non posso messaggi funzionali alla propria propaganda elettorale.

Esattamente come per il caso Diciotti o per la nave Gregoretti della Guardia Costiera a cui sta impedendo l’attracco a Lampedusa, Matteo Salvini arriva a inventarsi leggi e a raccontare leggi inventate ai suoi seguaci solo per accrescere la propria popolarità elettorale, ma di governare e infilarsi i panni da uomo delle istituzioni non se ne parla nemmeno. Forte del suo granitico consenso elettorale, Matteo Salvini si sente onnipotente e al di sopra delle leggi, e non perde occasione per dimostrarlo e ricordarlo agli avversari politici.

Inadeguato e inconcludente, non essendo in grado di governare efficacemente il Paese preferisce lanciarsi nella narrazione di un distopico Paese che non esiste, costruendo continui allarmi sociali e paure e proponendo soluzioni inesistenti da dare in pasto all’opinione pubblica. Potrà anche essere una strategia comunicativa efficiente, ma ha ben poco a che fare con la ragion di Stato.

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