Ora che uscite di casa siate gentili. I vostri vicini non sono untori, ma gente disperata

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 18 Mag. 2020 alle 11:18 Aggiornato il 18 Mag. 2020 alle 11:19
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Ora che uscite di casa siate gentili. La chiamano fase 2 ma è un provare a rimettersi in piedi di chi è rimasto anchilosato dai lutti e dalle paure. Non ci sono nemici lì fuori, non ci sono colpevoli da impiccare e non ci sono nemmeno untori che godono nello spargere virus. La chiamano fase 2 ma è il rispargersi per strada di persone che viaggiano per verificare quanto sia in bilico il proprio posto di lavoro, sono persone che hanno avuto decine di volte la paura di non farcela e per dieci volte si sono convinti di provare a riuscirci, sono persone che non sanno no se riusciranno ad adattare il proprio mestiere a un periodo che non si sa quanto sarà lungo, sono persone che portano addosso i segni dei propri lutti, sono i sopravvissuti che hanno visto cose che non avrebbero immaginato nemmeno nei loro incubi peggiori, sono persone che stordite da tutto questo sole improvviso dopo il buio programmato che li ha abituati alle caverne.

Sbaglieranno in molti, in questa fase 2. Sbaglieranno i prepotenti irresponsabili, quelli per cui abbassare la mascherina e non rispettare le distanze è un segno di sfida ai poteri forti e lo faranno tutti fieri della loro inconsulta idiozia, ma sbaglieranno anche i fragili, sbaglieranno per la troppa solitudine sofferta, sbaglieranno i bambini che non hanno un orizzonte almeno fino a settembre, sbaglieranno quelli che devono abituarsi a vivere come non hanno mai fatto, come non hanno mai pensato, come non hanno mai dovuto immaginare di ritrovarsi a dover fare, sbaglieremo in molti.

Ora che uscite di casa, siate gentili. Proviamo a imparare che impallinare il nostro vicino di casa in una regione che ancora non si è messa a fare tamponi, che ancora non è attrezzata per il tracciamento, a volte significa mettere a disposizione una giustificazione bella e pronta per chi deve assumersi in fretta le proprie responsabilità. Non è una guerra, nonostante la retorica che gira intorno e se è una battaglia da vincere non sono gli altri quelli che dobbiamo sconfiggere, non sono loro, è un virus da cui dobbiamo preservarci. Sarebbe il momento, come scrive Tito Faraci, di un “consiglio gentile, o un rimprovero fermo e motivato. Un aiuto.  Non una foto postata, per puntare il dito accusatore”. Non ci siamo mai stati in questo posto ansiogeno che è la fase 2, ed è un luogo intricato di strade e di specchi, perdere la strada non significa voler mettere una bomba. Chissà che non riapra anche la misura delle cose insieme ai negozi.

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