“E poi ci sono gli artisti, che ci fanno tanto divertire”. Conte, le parole sono importanti

Non pesare le parole - per persone che lavorano con le parole - è indice di pessimi autori. Le conferenze stampa di Conte sono anch’esse uno spettacolo, una messinscena studiata nei minimi particolari. Per questo la frase risulta ancora più infelice

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 14 Mag. 2020 alle 10:46 Aggiornato il 14 Mag. 2020 alle 10:50
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Immagine di copertina
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Credit: ANSA/ANGELO CARCONI

Poiché “il nostro piangere fa male al re”, allora viva gli artisti che “ci fanno tanto divertire” per infilarli in una conferenza stampa che illustra un Paese alle prese con la pandemia. A ognuno il proprio ruolo: il governo accigliato che impartisce paternalismo, i lavoratori che non si lamentino troppo né della salute né del lavoro, i genitori che hanno voluto la bicicletta e ora devono pedalare e gli artisti trattati al solito come ludico materiale di scarto per peparare un po’ la disperazione e per aggiungere gusto a questo virus così insipido e disturbante.

Dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che le manovre in soccorso del mondo dello spettacolo e della cultura contenute nel Decreto Rilancio sono importanti perché sono importanti gli artisti di quel mondo. E lo fa, come spesso accade in questo Paese, usando le parole sbagliate al momento sbagliato e strizzando un intero settore in una frase da pelle d’oca per superficialità, piacioneria e sprezzo del pericolo.

Non pesare le parole che si usano, per persone che lavorano con le parole, è indice di pessimi autori, una bruttina sceneggiatura e dialoghi buttati via: le conferenze stampa di Conte sono anch’esse uno spettacolo, una messinscena di rassicurante impegno studiata nei minimi particolari e per questo la frase risulta ancora più infelice.

Innanzitutto sarebbe bene chiarire per l’ennesima volta che si parla di un mondo che tiene insieme non solo i protagonisti ma anche tutte le comparse, i tecnici, gli impiegati, gli autori e una caterva di figure professionali. Chi si occupa del palco non fa divertire: lavora. Anzi, lavorava e non lavora più (come molti altri) con in più lo scenario di non lavorare ancora per un bel po’.

Credere che il mondo dell’arte sia solo roba d’artisti è roba buona per la politica che ci disse “con la cultura non si mangia” e non ha niente a che vedere con la realtà del mondo. Ringraziare gli artisti “perché ci fanno divertire” è un po’ come ringraziare i medici per le riviste che hanno nella sala d’aspetto o gli ingegneri per i loro bei modellini. Scentra totalmente il punto. E banalizza.

Tra l’altro io rientro in quella categoria, ho presentato regolare domanda il primo aprile per il bonus e sono ancora “in attesa di esito” come molti miei colleghi. Un mese e mezzo di attesa senza conclusione, teatri chiusi, futuro grigio e i miei collaboratori che arrancano provando a inventarsi qualcosa. Sicuro che ci sia da divertirsi? Le parole sono importanti, presidente Conte.

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