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Il Giornale che credeva a Ruby nipote di Mubarak vorrebbe scegliere le firme di TPI

La corsivista del quotidiano di via Negri, che scrive dei palazzi romani dalla sua scrivania di Milano, non tollera che TPI ospiti Di Battista come firma e ospite volontario di uno dei nostri corsi di giornalismo. Così inventa balle e racconta inesattezze. Ma la differenza è che noi siamo liberi di invitare e far scrivere chi ci pare. Lei e il suo Giornale no

Di Luca Telese
Pubblicato il 30 Set. 2020 alle 08:15 Aggiornato il 1 Ott. 2020 alle 11:11
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi/ TPI

Pensando forse di attaccare TPI, Il Giornale è riuscito a fare grande pubblicità, anche se del tutto involontaria, a un corso giornalistico organizzato dal nostro giornale. Pazienza, ce ne faremo una ragione. A Laura Cesaretti, storica corsivista di Palazzo del quotidiano di via Negri, infatti, non va per niente giù che in uno dei tanti corsi di giornalismo organizzati da questa testata indipendente, sia prevista una lezione di Alessandro Di Battista, che collabora e scrive su TPI. Apriti cielo!  “Oltre che reporter d’oltremare – scrive Il Giornale – l’ex deputato grillino si fa anche docente di giornalismo, e sale in cattedra, per spiegare a giovani di belle speranze le ‘linee guida per la realizzazione di un reportage dall’estero’”.

Scandalo: “Una volta c’era Hemingway, adesso c’è Dibba”. Altro scandalo: “Il tutto alla modica cifra di 185 euro”.  Ovviamente quella de Il Giornale è un’attenzione a dir poco curiosa, visto che da oltre cinque anni, nei corsi di TPI, si alternano firme di ogni segno e colore per raccontare la loro esperienza, e dare una inquadratura a questo modo di intendere il mestiere. Alla corsivista de Il Giornale deve essere forse sfuggito che su “questa cattedra” tra gli altri si sono alternati, negli ultimi corsi, Peter Gomez, Paolo Madron, Marco Damilano, Emiliano Fittipaldi, Giada Zampano, Salvatore Gulisano, Nello Trocchia, Valentina Petrini, Francesca Mannocchi, Lirio Abbate, Enrico Mentana, Francesco Verderami, Curzio Maltese. Oltre a Selvaggia Lucarelli (e chi scrive). O forse tutti questi docenti hanno superato il visto censura dell’Accademia della Crusca Cesarettiana. Dibba no, non sia mai.

Troppo pop, o troppo grillino, o troppo poco establishment per poter insegnare qualcosa a nessuno (per di più senza che, per questa partecipazione al workshop, prenda un euro). Basterebbero questi motivi, invece, per spiegare come mai a TPI questa lezione interessa offrirla, insieme alle altre, a tutti i suoi corsisti. In regime di libero mercato, se la Cesaretti vuole fare anche lei un corso di giornalismo con quelli che titolavano in prima “Forza Renzi”, o che magari sdottoravano su Ruby “la nipote di Mubarak” è liberissima di farlo. Quelli andranno bene di certo, alla sofisticata certificatrice del controllo di qualità del Giornale.

Anche perché Di Battista, così poco gradito all’accademia, non da politico ma da giornalista, ha un altro difetto che in Italia non si perdona facilmente: quando ha potuto scegliere, anziché andare al governo è andato sul campo, dove altri ormai non vanno più da anni. Con figlio e moglie al seguito, poi, che orrore. E quindi bisogna dirgli che è vacanziero, che è in riposo sabbatico e altre amenità del genere.

Molti giornali italiani, invece, anche quando sono in servizio attivo, e senza che la Cesaretti impugni la sua caustica bacchetta, hanno questa fantastica abitudine di far scrivere di Sud America direttamente dai corrispondenti negli Stati Uniti. Di Battista – invece – ha girato un continente da inviato vecchia maniera, con i suoi occhi, i suoi piedi e con le sue orecchie. Ma alla Corsivista del Giornale sembra grave addirittura che tenga il suo corso “senza spostarsi dal divano perché la lezione sarà online”. Da dove avrebbe dovuta farla non è dato di sapere: dalla Papuasia?

Presa dall’indignazione per tanto orrore la Cesaretti, che ovviamente scrive su Roma, ma da Milano, dà prova di maestria anche nel tentativo di fare le pulci a questo giornale. In questo piccolo saggio di acume giornalistico, la corsivista del Giornale sfavilla: Giulio (Gambino) fondatore e direttore di TPI in realtà non è figlio di uno dei fondatori de L’Espresso ma semmai nipote; Stefano Mentana, vicedirettore, forse l’unico “figlio di” che non si è fatto precettare, dal padre Enrico, nel mondo del giornalismo; Davide Lerner (figlio di Gad) scriveva fino a ieri per La Repubblica, e non su TPI; Sofia Bettiza (figlia di  Enzo) idem, e lavora da anni per la Bbc. Un errore, una approssimazione e due informazioni vecchie di dieci anni, quindi sbagliate.

L’unica responsabilità di “quelli di TPI” è aver dato vita da zero a un giornale indipendente (i cui proprietari sono loro stessi) che oggi si regge da solo e ha da poco vinto il Premio Ischia di giornalismo per una inchiesta sul Covid in Lombardia. Tuttavia capiamo benissimo i bisogni di questa collega, e siamo così magnanimi che la vorremmo assolutamente nel nostro corso. Non come professoressa, però, ma come studente: “alla modica cifra di 185 euro”, ovviamente. Così imparerà anche come si scrive un corsivo.

Leggi anche: 1. Intervista del direttore di TPI Giulio Gambino a Matteo Renzi: “Sono tornato. E ora supererò anche i grillini” ; // 2. Esclusivo TPI. Faccia a faccia con Davide Casaleggio ; // 3. Il governo Pd-5s oggi è l’unico possibile (di Giulio Gambino)

L’inchiesta di TPI sulla mancata chiusura della Val Seriana per punti:

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