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L’unico governo oggi possibile (di Giulio Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 22 Set. 2020 alle 10:20 Aggiornato il 22 Set. 2020 alle 10:28
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Diciamocelo chiaramente, senza tanti giri di parole. Il risultato delle elezioni regionali di settembre 2020 sancisce la vittoria di un progetto politico. Che già di per sé è una notizia (per di più positiva) visto che di progetti la politica ne ha partoriti ben pochi in questi anni. Con l’inaspettato 3-3 alle regionali (Campania, Toscana e Puglia vs Veneto, Liguria, Marche) il centrosinistra stravince e asfalta il centrodestra, e questo non solo perché un risultato simile era quasi completamente inaspettato, visti i pronostici, ma anche perché blinda il governo, si rafforza la maggioranza e passa la vera linea Bettini, che non è quella di proporre un candidato dem debole per il sindaco di Roma affinché Virginia Raggi rivinca facilmente, ma piuttosto quella che due anni fa, nel lontano 2018 (un’era geologica per i tempi della politica di oggi), il dirigente dem varò sotto l’egida di Nicola Zingaretti. L’alleanza politica Pd-5s. L’unica via possibile per un governo alternativo a quello giallo-verde o a un esecutivo a guida leghista come quello che abbiamo visto in questi mesi in Lombardia, o ancora peggio a un Governissimo con Berlusconi.

Zinga non fa nulla, ma le cose accadono

Alle regionali del 20-21 settembre ha perso chi voleva far cadere questo governo ma ha anche perso chi voleva delegittimare Nicola Zingaretti, che da questo Election Day ne esce vincente e persino rafforzato sul piano interno (ricorderete il recente caso Bonaccini, che proprio a me sul palco della festa nazionale dell’Unità di Modena disse che, se avesse voluto, Renzi poteva rientrare nel Pd). La segreteria dem si rafforza anche sul piano esterno perché oggi MaZinga ha dimostrato che la sinistra sa ancora vincere. E al leader democratico va dato atto che c’è ancora qualcosa, c’è sostanza, in questa cosa chiamata Pd. A dimostrazione, forse, che quello spartiacque con cui si ruppero le acque per fare l’alleanza con i 5 Stelle si è profilato assai più proficuo e positivo per i dem che per i grillini. Tanto nei consensi raccolti quanto nell’idea di progetto politico a cui per due anni si è deciso di dare seguito con coerenza senza cambi di rotta repentini. Di più: l’asse Pd-5s ha pure reso meno elitari i primi e istituzionalizzato i secondi.

La verità è che Zingaretti è stato bastonato e basta, dal giorno 1 in cui ereditò quel 18 per cento. Ed è pur vero che non sarà il più abile comunicatore, sarà pur vero che è moscio e poco pop, sarà persino un po’ di fortuna la sua, ma nei fatti ha calmierato un Pd completamente impazzito, un partito tutto e il contrario di tutto, per dare vita a un Governo in cui i dem sono tornati a toccare palla. Da quella esperienza è nato un esecutivo che ha negoziato a favore dell’Italia 209 miliardi di euro dai fondi Ue del Recovery Fund, che ha gestito la più grande crisi dal secondo Dopoguerra ad oggi, e che ha ridiscusso sui tavoli che contano a Bruxelles la ridistribuzione dei migranti, obbligando gli altri stati membri a farsi carico di un fenomeno che riguarda tutto il continente, appaltando l’intera gestione dell’Ue a Sassoli e Gentiloni. Con buona pace di chi sostiene che il Pd debba per forza essere una forza politica solo e unicamente subalterna, minoritaria, senz’anima e senza più un’identità.

I Grillini da soli non vanno da nessuna parte

Il M5s esce fortemente ridimensionato nei consensi da questa tornata (basti guardare alla Puglia ma anche altrove) e a questo punto dovrà rivedere alcune sue posizione come l’insensato no al Mes e acconsentire alla modifica dei decreti sicurezza. Troppo tardi per intestarsi da solo la vittoria del referendum sul taglio dei parlamentari, che nei fatti nessun partito poteva pubblicamente osteggiare (e che quindi non può dirsi solo una battaglia vinta dai 5s), e comunque non distoglie a sufficienza l’attenzione dalla evidente crisi del proprio elettorato nei territori. Un fatto è chiaro: quando i 5s vanno da soli non ne combinano mezza. Non solo. Oggi non si capisce più chi siano i vertici grillini: se il reggente Vito Crimi, che però non è pervenuto, o se Davide Casaleggio, che invece dovrebbe spiegare alla Base perché – nonostante fosse stato votato il contrario sulla piattaforma Rousseau – non ha acconsentito alla alleanza politica con il Pd alle regionali: se grillini e dem fossero stati alleati nelle Marche, e non lo avessero nascosto timidamente così come in Liguria, forse avrebbero potuto preservare anche quella regione, per non parlare della Puglia dove Michele Emiliano ha ottenuto una vittoria a cui il centrosinistra deve tutto, e che con l’alleanza 5s sarebbe stato meno sofferta. Negli equilibri di governo non ne esce rafforzato nemmeno Luigi Di Maio, il quale sperava, certo, nella vittoria del Sì ma non in una così schiacciante affermazione del centrosinistra e dell’alleanza dell’esecutivo alle regionali, in modo da poter presentare il conto e sperare in una sua promozione; potrà invece farlo quasi sicuramente all’interno del Movimento con gli Stati Generali dei 5s.

Il Conte Blindato

Il capo del Governo Giuseppe Conte ne esce ancora più rafforzato e blinda il Governo. Allontana ogni tentativo di sabotaggio all’esecutivo, così come l’idea di un rimpasto, per necessità e opportunità. È lui, oggi, l’uomo che fa da garante al progetto politico Pd-5s a cui i dem hanno aderito e a cui hanno contribuito a dare vita. Addirittura sono in molti oggi, tra le file del Pd e non solo (penso a Nicola Oddati, collegato con TPI nella lunga maratona in diretta sul nostro sito, ma anche a Stefano Bonaccini) a ritenere che il premier possa aspirare a essere un leader del centrosinistra. Di mezzo c’è la gestione del Recovery Fund e di quei 209 miliardi, il Mes, la tenuta del Paese con la pandemia che continua a mietere vittime e l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Pd e 5s si mettano l’anima in pace.

Meloni e Zaia in the sky with many diamonds

Da questa tornata elettorale esce vincente senz’altro anche Luca Zaia, con quote bulgare, da solo come singolo candidato raccoglie quasi 1 milione di voti, sufficienti a garantirgli la soglia di sbarramento del 3% (cifre per cui un intero partito talvolta stenta a raccogliere consensi), un caso insieme umano e politico che va studiato attentamente perché di leader così non se ne vedevano da un pezzo. Chiederà il conto a Matteo Salvini, e la base del Carroccio, Giorgetti in primis, si farà due conti. L’era dell’ondata leghista che colorò l’Italia di verde dopo le elezioni europee di maggio 2019 è finita. L’altra che chiederà conto al leader della Lega è Giorgia Meloni: senza la vittoria del suo candidato di FdI nelle Marche il centrodestra uscirebbe da questa tornata ancora più indebolito. Ed è anche l’unica a poter dire di aver sottratto una Regione storicamente di centrosinistra con un risultato clamoroso che, fosse stato registrato singolarmente, staremmo ancora oggi a parlare dell’avanzata del centrodestra nel centro Italia un po’ come avvenne con l’Umbria quasi un anno fa.

Renzi: “I sondaggi non contano, contano i voti”. Appunto

Ma questa è anche la sconfitta dei due Matteo, Renzi e Salvini. Il primo, Renzi, non sa più cosa fare e così candida a caso suoi uomini qui e lì per l’Italia. Nel suo primo appuntamento elettorale con liste di Italia Viva doveva essere dirompente e misurare il suo elettorato, andando oltre il fatidico 3% che i sondaggi gli attribuiscono da mesi. Sta di fatto che è quasi riuscito nell’impresa di far perdere la Puglia al centrosinistra, sottraendo voti utili a Michele Emiliano con la candidatura del “suo” Ivan Scalfarotto (in effetti non bastavano già due candidati diversi di Pd e 5s, ce ne voleva anche un terzo, col risultato che in quella regione correvano 3 candidati diversi, tutti e 3 espressione dell’alleanza di governo) e a conti fatti il consenso di Italia Viva è persino inferiore al 3%. Non appena chiara la vittoria di Giani in Toscana, Renzi si è affrettato a riconoscerla mettendoci lo zampino: qualcuno dovrebbe però ricordargli che Giani è del Pd, e che lui dal Pd ne è uscito. Continua a sbagliarle tutte su ogni fronte. Un vero peccato.

Salvini è rabbuiato e ha male alla spalla

Matteo Salvini – lo abbiamo detto – è rabbuiato e non funziona più come prima. Il suo messaggio non arriva. Doveva vincere la Puglia e soprattutto la Toscana con la “sua” Susanna Ceccardi, ma non se ne è fatto nulla. Fu profetico quando disse che a queste regionali sarebbe finita 7 a 0. Per la terza volta fallisce così la sua “spallata vincente”. In ordine: i pieni poteri nell’agosto del 2019, l’Emilia-Romagna a gennaio 2020 e la Toscana a settembre 2020.

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