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Siria, Maria Edgarda Marcucci a TPI: “I curdi sono più forti dell’esercito turco, perché sanno per cosa combattono”

Intervista alla 27enne italiana che nel 2017 è andata in Siria a combattere al fianco delle combattenti curde delle YPJ

Di Anna Ditta
Pubblicato il 11 Ott. 2019 alle 12:43 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:15
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Immagine di copertina
Maria Edgarda Marcucci, Eddi. Credit: Matteo Nardone

Siria, Maria Edgarda Marcucci a TPI: “I curdi sono più forti dell’esercito turco, perché sanno per cosa combattono”

A pochi giorni dall’inizio dell’attacco della Turchia contro i curdi nel nord della Siria, TPI ha intervistato Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, 27enne nata a Roma ma residente a Torino, prima italiana ad arruolarsi con le  Ypj (Unità di protezione delle donne), la brigata femminile dell’esercito popolare curdo.

Eddi Marcucci è partita per la Siria nel 2017 e ha combattuto al fianco delle forze curde contro l’Isis. Dopo il suo rientro in Italia, rischia la misura della sorveglianza speciale perché ritenuta “socialmente pericolosa” insieme ad altri due giovani italiani (per altre due persone la richiesta della procura è già stata respinta).

Quali sono le notizie che ti arrivano dalla zona?

Nonostante tutto il morale rimane alto. Non c’è alcuna intenzione di arrendersi e di consegnare la terra per cui sono stati fatti tanti sforzi al nemico. Ancora una volta però parliamo di uno scontro completamente impari: il secondo esercito della Nato si confronta con una forza militare che ha incontrato onorevoli rivali sul campo di battaglia, ma che di certo non ha forniture di armi sofisticate come quelle della Turchia, che ha a disposizione anche miliziani dell’Isis. Il plauso di questa operazione arriva soprattutto dalle file jihadiste. Durante l’inizio dell’invasione,  mentre la Turchia attaccava, i miliziani di Daesh attaccavano all’interno della città di Raqqa. È evidente che gli sforzi sono congiunti.

Erdogan sostiene di voler creare una “zona cuscinetto” dove ricollocare il maggior numero possibile dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia.

La ricollocazione di 3 milioni e mezzo di profughi siriani è un pretesto. Non tutti vengono dalla zona di confine, e in pochi sono più di 60mila gli sfollati creati da questa operazione militare. Pensare di far rientrare un problema come quello dell’esodo forzato di milioni di persone creando altri sfollati è un paradosso e un pretesto odioso: tre milioni e mezzo di persone hanno perso la propria casa durante la guerra in Siria, molte di queste anche a causa della Turchia, che ha sempre sostenuto lo Stato islamico, ci sono prove e controprove su questo.

Il presidente turco prova a ribaltare la posizione, definendo terroristi i curdi.

“Terrorista” è una parola senza particolare significato, con cui ognuno appella il proprio nemico. Bisogna giudicare cosa effettivamente le parti fanno. La parte sotto attacco in questo momento è quella che ha liberato l’umanità dalla sciagura dell’Isis, è l’unico sistema politico in Medio Oriente che lavora per la pace, una pace inclusiva e plurale, per una società che dia spazio a tutti i popoli e le culture che abitano quel territorio. È un sistema avanzato su tematiche importanti da ogni parte del mondo, come l’emancipazione delle donne e l’ecologia. Quella di Erdogan invece – come fu per Afrin – è un’operazione di stampo squisitamente ideologico.

I curdi hanno detto di voler mantenere aperto il dialogo con Assad, che ogni opzione è aperta, purché il presidente siriano rispetti la loro autonomia.

Assad non ha mai avuto a cuore la pace e l’incolumità del proprio popolo. A più riprese ha dichiarato di essere disposto a tutto per riprendere il controllo dei territori liberati dalle Forze siriane democratiche. Dopo 10 anni di guerra è disposto a condannare il popolo siriano a ulteriori anni di conflitto armato pur di mantenere una posizione di potere privilegiata. In questo momento fare un accordo con il regime da una posizione di vulnerabilità, perché sotto attacco, vorrebbe dire riconsegnare la Siria nelle mani di Assad. Inoltre lui stesso non sta facendo granché per fermare questa invasione: sta usando il proprio possibile coinvolgimento come merce di scambio, ma chi paga è la popolazione civile, che laddove non è apertamente attaccata viene abbandonata.

In questi giorni si stanno organizzando molti presidi a sostegno dei curdi in diverse città italiane (qui un elenco completo). Quale ruolo può avere il nostro paese?

Abbiamo tanti strumenti per frenare questo orrore, sia come società civile sia come istituzioni. Ma servono fatti, gesti forti come l’interruzione di ogni finanziamento alla Turchia. Le armi con cui Erdogan sta attaccando donne, uomini e bambini innocenti sono state comprate con i soldi dell’Unione europea, che ha già dato 6 miliardi ad Ankara. Inoltre c’è ancora una trattativa in corso per l’ingresso della Turchia nell’Ue.

Bisogna sospendere qualsiasi relazione diplomatica ed economica. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia: dichiarando che interromperà qualsiasi forma di fornitura nei suoi confronti, come hanno fatto altri paesi, riuscirebbe a operare un rallentamento significativo in questo attacco. Noi cittadini dobbiamo fare pressione sui nostri governi per isolare economicamente la Turchia.

Di Maio ha convocato l’ambasciatore turco alla Farnesina, può essere un primo passo in tal senso o restano solo parole?

A me sembrano solo parole. Non c’è un dialogo che in questo momento possa essere efficace, servono atti forti. David Sassoli ha pubblicato un tweet, condannando questo attacco. Ma lui è il  presidente del parlamento europeo, ha del potere in mano. A noi non interessano tweet e convocazioni se non ne conseguono delle azioni che determinino un cambiamento. Sta accadendo qualcosa di vergognoso e rivoltante, la Turchia non può continuare ad agire indisturbata. Non ha senso criticare Trump in nessun modo se a nostra volta non agiamo.

Quanto tempo pensi che possano resistere le forze di terra curde a questo attacco?

Le Forze siriane democratiche sono nettamente più forti dell’esercito turco – il secondo esercito più grande della Nato – perché sanno per cosa combattono. Arrendersi vorrebbe dire rassegnarsi a un destino peggiore della morte: la dominazione dell’Isis o l’occupazione da parte della Turchia, che ripopolerebbe il territorio come ha fatto con Afrin, portando lì famiglie di membri bande jihadiste similari all’Isis. Questa non è un’opzione percorribile, soprattutto per le donne presenti nel territorio e le YPJ, che diventerebbero oggetti e merci di scambio. Resisteranno fino all’ultimo, ma certo non possiamo lasciare questa resistenza solo sulle loro spalle.

I curdi hanno catturato oltre 12mila jihadisti, l’attacco della Turchia può riportarli in libertà?

I prigionieri jihadisti sono stati disposti per la maggior parte in campi e strutture provvisorie. Nel momento in cui una zona viene bombardata è molto difficile mantenere il controllo di queste persone e assicurarsi che non scappino e raggiungano proprio la Turchia. Non fermare questo attacco vuol dire rimettere in libertà decine di migliaia di membri dello Stato islamico, oltre a uccidere migliaia di civili senza una ragione.

C’è il rischio che questo riattivi cellule dormienti dell’Isis?

Non è un rischio, ma una certezza. Come dicevo, sin dall’inizio Daesh ha visto questo attacco come la propria occasione. La Turchia lo sa benissimo, non ha mai ritenuto la presenza dello Stato islamico un pericolo, anzi lo ha armato e protetto. Quindi è certo che le cellule si risveglieranno, anzi, è già cominciato a succedere.

Quindi il pericolo non è solo per i curdi, ma per tutto l’Occidente.

Penso che nessuno si sia dimenticato il Bataclan, Berlino e le ramblas, e tutto ciò che è successo. Questo vuol dire rinvigorire uno Stato islamico che era morente e ora trova nuova linfa vitale nell’operato della Turchia. Chiediamoci se questo è un alleato politico ed economico accettabile.

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