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Diario dal Rojava, i primi funerali delle vittime curde: sfilano le bare tra le lacrime. “Americani traditori”

Il racconto del conflitto dall'inviata sul campo di TPI, Benedetta Argentieri

Di Benedetta Argentieri
Pubblicato il 22 Ott. 2019 alle 07:48 Aggiornato il 27 Ott. 2019 alle 15:03
Immagine di copertina
Credit: Benedetta Argentieri

Guerra Turchia-curdi: diario dalla Siria – 22 ottobre

Di Benedetta Argentieri, inviata per TPI nel Rojava

Le urla delle donne affrante sovrastano la musica. Nessuno riesce a trattenere le lacrime. “Ma perché ancora morti? Non abbiamo già pagato abbastanza?”, grida una donna vestita di nero e una sciarpa colorata al collo.

Sulla spianata otto bare avvolte da un drappo rosso. Sul lato la fotografia. Sei curdi e due arabi. Dietro di loro, sei linee di donne e uomini in divisa pronti a dare il loro ultimi saluto ai loro compagni. “Questo è il risultato del tradimento americano. Niente riuscirà a lavare questa macchia, non lo dimenticheremo mai”, dice l’uomo all’altoparlante.

“Sehid Namirin” ripete tre volte. I martiri non muoiono. Segue un lungo applauso. Poi la musica e quindi una lunga processione per interrare le bare. Un migliaio di persone è arrivato al cimitero militare di Hasakah per i funerali di alcuni dei combattenti uccisi a Serekanye, la città capitolata domenica dopo una resistenza durata 12 giorni.

“Non è giusto”, scuote la testa un bambino con gli occhi rossi. La cerimonia è durata almeno un’ora e la rabbia si legge sul volto di tutti. La cerimonia si svolge nel giorno in cui gli americani hanno quasi completato il ritiro.

In mattinata decine di persone hanno contestato la lunga carovana di mezzi blindati statunitensi che lasciava il nord est della Siria. Poi l’annuncio a sorpresa: “Rimarranno 200 soldati vicino ai pozzi di petrolio”, principalmente nella zona di Deirzzor, centinaia di chilometri dal confine preso d’assalto dalle milizie turche e dagli aerei di Ankara.

Hanno paura i curdi, molta. La cosiddetta tregua sta per finire. Martedì sera alle 7,30 sembra essere un appuntamento con il destino. La gente è divisa. Le opzioni sul tavolo non sembrano molte. O sarà guerra totale lungo tutto il confine, o si fermeranno nell’area tra Serekanye e Tal Abyad.

Un portavoce del governo di Ankara ha già fatto sapere che arriveranno due milioni di rifugiati siriani. “Loro non sono di questa zona. Arrivano da Ghouta, Homs, Aleppo”, spiega Khabat Abbas, una giornalista locale.

“E poi perché noi dobbiamo andare via dalle nostre case per fare posto a loro? Non ha un senso”. Per tutta la giornata si sono rincorse notizie di scontri. La Turchia ha continuata ad attaccare nei villaggi intorno a Serekanye, Tal Abyad, Kobane, cercando di guadagnare sempre più terreno.

“Questa è una farsa, non una tregua”, ripetono i combattenti delle FDS. Intanto l’amministrazione autonoma del Rojava chiede una missione di pace sul confine. La situazione deve essere risolta al più presto, il tempo stringe.

E il memorandum con il regime sembra non abbia avuto l’effetto sperato. Infatti le forze di Bashar al-Assad si sono spinte non oltre Kobane, lasciando liberi quasi 700 chilometri di confine all’incursione turca.

In serata si sparge la notizia che i russi sono arrivati a Qamishli per trattare. “La verità è che non ci possiamo fidare di nessuno”.

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