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Guerra in Siria, Diario dal Rojava: “I turchi usano bombe al fosforo, noi curdi traditi da americani ed europei”

Immagine di copertina
Credit: EPA/ERDEM SAHIN

Il racconto del conflitto dall'inviata sul campo di TPI, Benedetta Argentieri

Guerra Turchia-curdi: diario dalla Siria – 19 ottobre

Di Benedetta Argentieri, inviata per TPI nel Rojava

“Anche se la guerra finisse domani, ci vorrà almeno un anno per riprenderci da questo tradimento”. Mentre lo dice Renas, 33 anni, ha le lacrime agli occhi. Rabbia e tristezza. Un misto di emozioni proprio quando arrivano i feriti da Serekanye, la città sotto assedio dalle milizie turche dal 9 ottobre, quando è cominciata l’operazione “Sorgente di Pace” portata avanti da Ankara. Il bilancio di 11 giorni di guerra è di 235 morti, tra cui 22 bambini, e 677 feriti.

Davanti agli ospedali di Qamishli, una della città principali del nord est della Siria, non si parla d’altro. “Gli americani ci hanno traditi, così come gli inglesi e i francesi. Quando combattevamo ISIS erano tutti amici, poi ci hanno voltato le spalle”. Amare considerazioni mentre c’è un via vai costante di persone arrivate a donare il sangue. La Asayish, la forza di sicurezza interna, manda via tutti. “Per oggi ne abbiamo abbastanza, tornate domani”, ripetono alle decine di persone che arrivano.

I feriti sono arrivati intorno alle 20 dopo un lunghissimo viaggio. I civili sono stati portati nel Kurdistan iracheno, mentre i militari sono rimasti nel Rojava e smistati negli ospedali della zona. Per riuscire a portarli via da Serekanye, un convoglio di ambulanze ha dovuto forzare il blocco delle milizie turche (TFSA) e aspettare una pausa dai bombardamenti che nonostante il presunto cessate il fuoco siglato dagli Stati Uniti e la Turchia, su richiesta delle Forze Democratiche Siriane (FDS), ha continuato per tutto il giorno. La Turchia non ha mai smesso l’avanzata, che, pur con costi altissimi, è stata frenata dai curdi.

Già venerdì decine di automobili avevano provato ad avvicinarsi alla città ma l’artiglieria turca li ha presi di mira. Quindi sabato ci hanno riprovato. “È stato durissima, ma ce l’abbiamo fatta”, spiega Dave, uno dei volontari dei Free Burma Ranger, un’associazione di medici volontari americani. Per tutto il giorno hanno aspettato il momento propizio, e poi non appena hanno visto uno spiraglio, sono entrati. La preoccupazione più grande erano i 37 feriti gravi nell’ospedale di Serekanye, anche questo colpito dai colpi di mortaio. Nel primo pomeriggio le operazioni di evacuazione sono terminate, poi la corsa disperata negli ospedali.

“La maggior parte dei contusi ha perso braccia o gambe. Sono stati colpiti dalle bombe, dall’artiglieria, dal fosforo. Non sono ferite da combattimenti normali o da armi da fuoco convenzionali”, spiega un medico davanti all’ospedale Ferman a Qamishli. La situazione per molti è molto critica. Sono rimasti sotto i ferri per ore. “Stiamo facendo tutto il possibile”, continua il chirurgo che sembra stravolto. Anche lui chiede a tutte le persone arrivate per donare il sangue di ritornare il giorno seguente. “Ne abbiamo abbastanza per il momento”.

Così in molti si fermano a parlare. Sfogano la propria rabbia per una situazione che non si sarebbero mai aspettati. “Ci avevano detto: ‘Smantellate le vostre fortificazioni, non succederà nulla’. Noi ci siamo fidati. Ma gli americani non hanno mantenuto la parola”, continua Renas fumando una sigaretta dopo l’altra. Ha il fucile dietro la schiena,e il simbolo dell’Asayish sul petto. Un stemma giallo con un’aquila nel mezzo. Di una cosa è certo: “Combatteremo fino all’ultima persona. Tutti prenderanno un fucile per difendere questa terra”.

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