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Floyd, a Seattle i manifestanti hanno creato una zona dove la polizia non può entrare. Ma adesso è un inferno

Immagine di copertina
Credits: © PPI via ZUMA Wire

Chaz, la zona demilitarizzata di Seattle, è diventata un inferno

L’avevano chiamata “CHAZ”, acronimo di Capitol Hill Autonomous Zone, ma è anche conosciuta come “Chop”: una zona demilitarizzata di Seattle dove migliaia di attivisti che stanno protestando per l’uccisione di George Floyd solo alcune settimane fa si sono insediati creando una vera e propria città nella città, inserendo blocchi di cemento per impedire alla polizia di entrare in interi quartieri. La nascita e lo sviluppo di Chaz sono stati seguiti e raccontati dai giornali di tutto il mondo, creando una forte discussione politica negli Stati Uniti, tra chi riteneva l’esperienza un laboratorio di buona politica, e chi un luogo pericoloso dove avrebbe regnato l’anarchia.

Nei primi giorni dalla sua nascita, Chaz era stata dipinta come un luogo sereno, una città fondata sui valori dell’antirazzismo e della tolleranza, dove le persone potevano acquistare prodotti in un mercato all’aperto, andare al cinema e discutere di politica e attivismo. A pochi giorni dalla sua nascita, però, dentro a Chaz hanno iniziato a verificarsi i primi disordini: furti, carenze di cibo e prodotti.

Domenica la situazione è degenerata, con una prima sparatoria che ha coinvolto diverse persone, ferendo gravemente un giovane di 33 anni e uccidendo un liceale, e di cui ancora oggi si prova ad individuare i responsabili: nessuno, nemmeno i feriti, hanno scelto di parlare. Dalla sua nascita, avvenuta meno di due settimane fa, la zona demilitarizzata di Seattle ha vissuto tre diverse sparatorie, sono stati denunciati stupri, decine di furti, numerose risse. Sono inoltre stati denunciati fenomeni di estorsione: i negozi che insistono sull’area avrebbero ricevuto pressioni per ricevere soldi in cambio della possibilità di aprire, con il risultato che oggi la maggior parte di questi sono chiusi.

Nata sotto i migliori auspici e le più ottimiste interviste (non ultima quella del The Guardian, dove gli attivisti dichiaravano: “Dimostreremo che un altro mondo è possibile”), la piccola utopia di Chaz si è trasformata, letteralmente, in un inferno. Gli “attivisti” di Chaz hanno scoperto sulla propria pelle cosa significhi detenere il monopolio della forza, la comune definizione di Stato: essere responsabili di quanto accade in un territorio. Per opporsi a Donald Trump, gli attivisti di Chaz hanno fatto quello che fa il presidente americano: erigere muri, armare una polizia e un esercito (anche se autogestito), oltre che riscuotere “tasse” e bloccare i giornalisti.

Intanto Chaz continua a essere interdetta alla polizia, in uno scenario surreale e di equilibrio precario tra il potere dello Stato e quello degli attivisti. I gruppi Telegram dove venivano comunicati appelli per cibo, o personale paramedico, sono ora in silenzio stampa. Nessuno ha voglia di parlare. Nei gruppi Facebook l’accesso è ormai vincolato a precisi protocolli di controllo di ogni singolo utente. Dentro Chaz non esistono sistemi democratici e dall’anarchia si sta passando a un’oligarchia fatta di regole, controllo e uso della forza.

Il piccolo esperimento verrà ricordato come un maldestro tentativo di stabilire la sovranità su uno Stato sovrano con la conseguenza, inaspettata, di rendere persino più giustificato l’uso della forza da parte della polizia federale. Con buona pace delle istanze pacifiste.

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