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Essere un nero in America è ancora una sentenza di morte

Negli USA gli afroamericani hanno il triplo delle probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto ai bianchi. Il 99 per cento dei poliziotti che ha ucciso persone di colore è rimasto impunito. Benvenuti nell'America del 2020 che ha soffocato George Floyd

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 28 Mag. 2020 alle 12:39 Aggiornato il 28 Mag. 2020 alle 18:04
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Immagine di copertina
Manifestanti contro la polizia. Lo slogan: "I can't breathe" Credits: ANSA

“I can’t breathe”, non riesco a respirare. Con un filo di voce, è questa l’ultima frase pronunciata da George Floyd, afroamericano di 46 anni, prima di morire il 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota, dopo che un poliziotto gli ha tenuto il ginocchio premuto sul collo per alcuni minuti. Siamo negli Stati Uniti del 2020, non in quelli degli anni ’60, quando ancora si lottava per i diritti Civili e i bagni dei neri separati da quelli dei bianchi erano realtà. Sono passati 60 anni, ma le ingiustizie nei confronti degli afroamericani e l’odio razziale sono ancora all’ordine del giorno. Purtroppo, la verità è questa: essere un nero in America è ancora una sentenza di morte.

Non è stato un incidente medico

Eppure, nonostante sia impossibile togliersi dalla testa gli occhi dell’agente Derek Chauvin e le sue mani in tasca mentre uccide George, la polizia parla di “incidente medico”.  Non sembra proprio così nel video – diventato virale – registrato dalle persone inermi davanti alla scena brutale. Queste immagini sono un elemento importante, perché mostrano una spaventosa spettacolarizzazione della violenza.

La vicenda sarebbe cominciata quando il proprietario di un negozio ha chiamato la polizia per denunciare un uomo che aveva usato una banconota da venti dollari falsa. Gli agenti arrivati sul posto avrebbero trovato il sospettato nella sua macchina, e secondo loro era “sotto l’effetto” di droghe o alcol. I poliziotti sostengono che George Floyd si è rifiutato di uscire dalla macchina. A quel punto lo hanno ammanettato, accorgendosi che Floyd era in condizioni di salute precarie. Floyd, che era disarmato, è stato poi immobilizzato a terra, a pancia in giù e con il volto girato verso destra. Uno dei poliziotti gli ha premuto il ginocchio sul collo per un tempo lunghissimo. No, questo non è un incidente medico.

I precedenti

George è solo l’ultimo degli afroamericani uccisi dalla polizia. L’ultimo di tanti che non hanno visto giustizia. Negli Stati Uniti dal 2013 al 2019, il 99 per cento delle uccisioni compiute da agenti in servizio non hanno avuto ripercussioni penali.I can’t breathe” è ormai diventata la frase simbolo della lotta afroamericana. Nel 2014, Eric Garner la pronunciò ben 11 volte mentre Daniel Pantaleo, un agente della New York City Police Department, lo soffocava con il suo corpo, dopo averlo fermato per la vendita di sigarette di contrabbando. La morte di Garner, fa ripensare anche a quella del diciottenne Michael Brown, ucciso durante un controllo in auto a Ferguson, nel Missouri, o all’assoluzione del poliziotto che nel 2012 sparò al diciassettenne Trayvon Martin.

Queste le vicende hanno in comune due cose: la prima è che tutte le vittime erano disarmate. La seconda è  il fatto che gli agenti coinvolti non sono mai stati ritenuti colpevoli. Nel caso di Garner l’agente che ne ha causato la morte non è stato nemmeno incriminato, mentre il poliziotto che ha sparato a Castile è stato assolto dall’accusa di omicidio colposo.

The hate u give: la violenza torna indietro come un boomerang

La violenza genera sempre violenza, proprio come viene descritto nel libro di Angie Thomas “The Hate U give”, diventato un best-seller negli States. Le rivolte esplose a Minneapolis contro la polizia subito dopo la morte di George sono state represse duramente con manganellate e lacrimogeni e un ragazzo è morto calpestato dalla folla. In più, sono in molti a rimarcare la differenza nella risposta rispetto alle proteste contro il distanziamento sociale, guidate soprattutto da bianchi repubblicani: solo un paio di settimane fa, alcuni manifestanti erano entrati indisturbati nel campidoglio del Michigan con fucili d’assalto e armi pesanti, con l’appoggio di Trump che le ha chiamate “bravissime persone”.

La pandemia non ha fatto altro che inasprire le profonde disuguaglianze tra bianchi e neri: molti attivisti hanno denunciato la maggiore ostilità della polizia verso gli afroamericani che violano il lockdown (35 arrestati su 40 sono neri) e gli americani stessi si sentono in dovere di intervenire laddove la legge non arriva: nel febbraio scorso in Georgia, padre e figlio bianchi hanno ucciso Ahmaud Arbery, un ragazzo di 25 anni, che poi è morto per le ferite da arma da fuoco mentre cercava di scappare. La procura locale è stata molto criticata per non aver fatto arrestare subito i due uomini.

“I can’t breathe”: agli afroamericani manca il respiro

Come spiegato dal conduttore Hasan Minhaj nel suo programma televisivo Patriot Act, la questione della brutalità della polizia non è individuale, ma sistemica: “Il problema non si riduce a qualche poliziotto cattivo. C’è un quadro giuridico e politico separato che ripara gli agenti dalle conseguenze, dà loro poteri speciali quando si difendono e spesso li addestra a temere le comunità che dovrebbero proteggere”. Uno dei problemi è infatti l’addestramento della polizia americana. Ai poliziotti viene insegnato ad agire ancora prima che la minaccia si manifesti, invece che a reagire: è il principio della “Stand-your-ground law”, la legge di autodifesa che solleva una persona dalla responsabilità penale nel caso agisca per ragioni di difesa personale. La legge è oggetto di dibattito perché, sebbene sia una sorta di legittima difesa, di fatto non prevede una dinamica aggressione-reazione, ma basta una minaccia percepita a giustificarne l’applicazione. Lo stesso accade per la polizia: basta che qualcuno costituisca potenzialmente una minaccia per legittimare una risposta, anche violenta, delle forze dell’ordine.

Questo approccio viene chiamato “Fear-based training”, perché abitua gli agenti a temere costantemente per la propria vita. Proprio lo scorso anno, la polizia di Minneapolis responsabile oggi della morte di George Floyd aveva sospeso gli addestramenti di questo tipo poiché “violano le regole al cuore della sicurezza di comunità”, dal momento che considerano la sicurezza del poliziotto prioritaria rispetto a quella della comunità. Nel 2016, proprio un poliziotto di Minneapolis che aveva seguito uno di questi controversi training tenuti dal tenente Dave Grossman aveva ucciso un afroamericano a un posto di blocco, pochi secondi dopo che l’uomo gli aveva pacatamente detto di avere addosso una pistola. E la “Stand-your-ground law” solleva gli agenti dalle accuse di omicidio in casi come quello di Floyd.

Se questo aiuta a comprendere perché la polizia americana è così incline a usare la violenza, però non spiega perché le prime vittime di questa violenza, agita in prevalenza dai bianchi – che rappresentano il 77 per cento delle forze di polizia – siano afroamericane. Secondo i dati di Mapping Police Violence, lo scorso anno 1099 persone sono morte per mano delle forze dell’ordine di cui il 24 per cento neri, nonostante siano solo il 13 per cento della popolazione americana. Gli afroamericani hanno infatti il triplo delle probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto ai bianchi, sebbene siano, in media, il gruppo etnico meno armato (come abbiamo raccontato anche in questo reportage video esclusivo dal quartiere afroamericano di Chicago).

Si tratta di mera profilazione razziale, che l’American Civil Liberties Union definisce “la pratica discriminatoria delle forze dell’ordine per prendere di mira individui sospetti di aver commesso un crimine sulla base della loro razza, etnia, religione o origine nazionale”. Se sei nero, insomma, sarai sempre considerato una persona sospetta anche se, come Ahmaud Arbery, stai solo facendo jogging. Nonostante spesso si cerchi di giustificare la profilazione razziale con la scusa che i neri commettano più crimini rispetto ai bianchi, è chiaro che si tratta di un problema di razzismo istituzionale.

La vicenda di Floyd potrebbe riportare sotto i riflettori il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013 dopo l’omicidio di Trayvon Martin. Il movimento è stato al centro del dibattito politico durante la presidenza Obama e ha aiutato soprattutto a livello locale, dove ha cercato di trasformare le proteste in campagne politiche per migliorare la condizione di vita dei neri. Ma negli ultimi anni, sotto la presidenza di Donald Trump, i suoi attivisti hanno trovato sempre meno spazio, anche se il razzismo contro i neri non è stato superato e gli omicidi della polizia sono ancora frequenti.

Un problema anche di sensibilizzazione. Durante gli anni di Obama, per esempio,  la co-fondatrice del movimento Melina Abdullah interveniva quotidianamente sulle emittenti televisive nazionali per parlare dei diritti degli afroamericani e di Black Lives Matter. I produttori, però, hanno smesso di contattarla subito dopo l’elezione di Donald Trump.

Il primo presidente nero è certamente stato un’immagine rivoluzionaria per la comunità afroamericana, ma non è riuscito a garantire una vera giustizia sociale. Il ruolo di Black Lives Matter oggi torna centrale per combattere l’odio razziale che ancora serpeggia negli Stati Uniti. Lì dove tutti vorrebbero respirare il sogno americano, ma ci sono persone che non hanno ossigeno nemmeno per vivere.

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