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Home » Discutiamo!

Come la pensate: le risposte all’appello di Urbinati, Bonaga e Ignazi sul futuro della sinistra

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Pubblichiamo di seguito le risposte arrivate all’appello sul futuro della sinistra “La forza della Ragione e il coraggio della politica” [Leggi qui], lanciato da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Pietro Ignazi. Per lasciare la tua firma, aderire all’iniziativa e condividere il tuo pensiero scrivi a discutiamo@tpi.it

Discutiamo: il futuro della sinistra | Leggi tutti gli interventi

Bruna Cibrario
Penso che la “fusione a freddo” che generò il PD abbia poi in buona misura trovato, nei circoli e tra i militanti di base, il suo calore e la sua ragion d’essere. Il problema sta invece in quella parte dei gruppi dirigenti dei partiti costituenti che si sono principalmente preoccupati di tutelare e consolidare le proprie “quote” azionarie. Per lo più, si tratta di capicorrente o politici “in carriera” che operavano in questo modo già prima, nei rispettivi partiti. L’unica speranza di ripresa per il PD sta nella partecipazione dal basso e nell’apertura alla società. I grandi numeri e la forza delle idee indeboliscono le logiche correntizie e danno voce e gambe a chi auspica un partito che operi per una società più equa e giusta. Un partito che rappresenti bisogni e aspettative della maggioranza dei cittadini, in primis dei più deboli, e non delle lobby dei potenti. Mi sembra che Letta sia partito proprio da qui.

L’altro cambio di passo necessario consiste nell’avere il coraggio di sostenere principi di sinistra anche se questo comporta sfidare la mitica “opinione pubblica” e rischiare di essere “impopolari”. Continuando ad inseguire il consenso si perde identità e visione del futuro. Come osserva Cuperlo (e riprende Letta), negli ultimi anni, il PD è quasi sempre stato al governo pur perdendo voti e soprattutto rinunciando a lasciare il proprio segno nella gestione del Paese. Vale la pena di rischiare di uscire dalle stanze del potere per una legislatura pur di ricostruire in modo genuino e solido la propria identità, le proprie proposte politiche e la propria base elettorale. E magari scopriremo che, già solo dimostrando questo coraggio, il PD otterrà un consenso e una capacità di coalizione tale da vincere le elezioni…

Bruno Semeraro
Il PD ha bisogno di un nuovo linguaggio che riscaldi i cuori degli elettori. Dobbiamo abbondonare la parola “riformisti” (l’ha pronunciata anche Letta “riformisti nel metodo”) Il PD deve essere un partito rivoluzionario che non vuol dire necessariamente violento. Nella filosofia politica è l’ideale della realizzazione storica di un radicale cambiamento della struttura sociale, economica e politica di un paese. Guglielmo Ferrero la interpretava come ” un nuovo ordinamento dello spirito, una porta sull’avvenire”. I riformisti, avendo la vista troppo corta, da sempre sono stati assorbiti a poco a poco nel sistema che, non avendo la volontà di cambiare, non hanno avuto neppure la forza di correggere. Il PD deve affermare con estrema chiarezza che ci vuole una maggiore presenta dello Stato e meno mercato. Più Stato non significa più spesa. La cifra di ogni riforma, che è anche il fondamento di ogni attività costituzionalmente orientata, deve essere la parola “dignità”. L’art.3 della Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità, e l’art.41 dispone che tutte le attività economiche non devono recare danno alla dignità umana. Immaginiamo una riforma sul lavoro, sulla scuola, sulla sanità, che ponga al centro il rispetto della dignità del lavoratore, dello studente e del malato? Questa è la vera rivoluzione. Solo così lo Sato verrà percepito come Stato-amico.

Max Carbone
Partire da dove? Dall’intuizione dell’Ulivo, bella opzione, ma rivelatasi velleitaria, figlia dello sguardo in tralice tra Moro e Berlinguer. Ma l’Ulivo, sull’onda dem americana, poteva essere la chance per un Paese, ma il Paese doveva essere maturo per questa opzione. Meno provinciale, meno litigioso, meno schiavo della doppia religione catto-sinistrorsa; poi il PD e la fusione fredda, mai del tutto digerita, come ben sappiamo. Il PD è un partito che rappresenta il ceto medio-alto, quella che una volta chiamavamo borghesia. Essenziale come area politica per un Paese moderno, ma il PD deve mettere in pratica vera i suoi valori di riferimento, che spesso stridono con la sua nuova classe (?) di riferimento. Cercare consensi al centro per governare porta sempre a lottare sia sul fronte destro sia quello sinistro; forse quell’area ha bisogno di leader veri, empatici, fin onesti intellettualmente e capaci di dire la verità (non si escluda nessuno). Renzi? ne tracciò una via possibile, ma l’uomo resta sfuggente, non scalda e non convince, senza negargli doti di politico capace. E poi, da che posizione si può governare un popolo come quello italiano, litigioso, volitivo, poco incline a ragionare sul lungo periodo? Il posizionamento europeo è indispensabile, io ragionerei di alleanze programmatiche con altri partiti simili in Europa, renderle visibili, magari unendo i simboli stabilmente e federarsi davvero.

Massimo Anselmo, Francesco Ceci, Giovanni Dispoto e Roberto Giannì
Vista da Sud, dove la vita democratica sta all’anno zero, la crisi del Pd aperta dalle dimissioni di Nicola Zingaretti costituisce un ulteriore segnale del progressivo deterioramento del dibattito nei partiti, mentre nel paese si avverte la necessità di un radicale rilancio della vita democratica, condizione essenziale per superare lo stato di crisi del paese messo a nudo dalla pandemia. Indipendentemente dalle scelte elettorali, a favore o meno del Pd, non siamo indifferenti all’imbarbarimento dei partiti per il peso che essi hanno nella nostra democrazia, che non può essere tenuta in ostaggio da lotte di potere, estranee a speranze e domande che i cittadini hanno affidato ai propri rappresentanti, e questo è tanto più vero per un partito che si dichiara democratico. Perciò, vogliamo interpretare il gesto di Zingaretti come un atto di denuncia e sfida democratica e, in questo senso, lo condividiamo. Infatti, chi detiene il privilegio e l’onere della rappresentanza dovrebbe essere consapevole che il paese non uscirà dall’attuale gravissima crisi con manovre di palazzo né grazie ai prodigi del salvatore di turno, ma solo a partire da una democrazia dove differenti interessi e volontà si confrontano apertamente, anche lottando se necessario e, soprattutto, dando spazio e voce alle necessità e speranze di tutti coloro, i più deboli, che stanno pagando il prezzo più alto di questa crisi.

Andrea Galli
Sui valori della sinistra costruire da zero un partito su base regionale con target primario la “prateria “ degli astenuti e secondario quello del popolo del PD. Il nucleo fondante potrebbe venire dalle università e dalle professioni/istituzioni . No politici. L’obiettivo? Un partito “confederato” dei delegati delle Regioni con un 30% di consensi. Tempo massimo del tentativo: 30/40 giorni. I cosiddetti Social aiuteranno ma serve un organo di stampa prescelto. Spese minime e molto volontariato. E poi anche leader con ambizioni e vocazioni nascoste… Sono benvenuti! La struttura organizzativa seguirà parallela allo sviluppo dell’iniziativa.

Paolo Bernardini
Buongiorno, dal mio piccolo osservatorio di elettore disilluso del PD mi chiedo se le cause della perdita di autorevolezza e credibilità del Partito democratico, di non saper interpretare la società e di non rendersene più “parte”, non risiedano nel proprio DNA costitutivo. Un modello teorico che rimane difficile da spiegare se non come “Fusione Fredda” tra cattolici e ex comunisti, che di fatto ha bypassato l’unico modello a cui effettivamente ispirarsi e da cui trarre legittimità culturale, quello della socialdemocrazia europea, a cui Renzi, al netto di tutte le stravaganze che lo hanno accompagnato, ha tentato di ancorarlo. Mi chiedo inoltre come si concili lo stare nel partito delle singole correnti, al di fuori di un modello identitario e culturale più ampio a cui riferirsi. Non credete sia necessario un congresso che partorisca una piattaforma culturale e politica sui contenuti e le scelte da adottare, al di là della oramai abusata consuetudine di partecipare ai governi di ogni colore e forma, come è successo negli ultimi dieci anni. Grazie un saluto

Dino Buzzetti
Cara Nadia, se capisco bene, ciò che vi prefiggete è il coinvolgimento dei cittadini e dei territori nel dibattito che si è aperto con le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del PD. Secondo me è stato un gesto coraggioso che denuncia la gravità della crisi di una formazione politica come il PD, ma delle forze politiche in generale. non più ancorate a una base territoriale e a una pratica di formazione delle opinioni a partire dalla base del corpo elettorale, che non sia quella ancora caotica, se non proprio tossica, dell’uso dei social media. Concordo con quello che scrivi, ossia che il PD è ormai un partito romano, non più ancorato nei territori e destrutturato dall’idea del partito liquido o se vogliamo del partito elettorale a vocazione maggioritaria, costruito sulla base di uno statuto insensato, che ha trasformato la pratica interna dei congressi locali e nazionali e del dibattito delle idee in una corsa per la presentazione di un candidato unico a primarie incontrollate e aperte a influenze esterne attraverso il voto di chicchessia. Però credo anche che la crisi attuale sia anche il risultato di un peccato di origine di un partito nato morto con componenti antagonistiche e di fatto inconciliabili, quella già comunista e quella cattolica, tanto che un tweet di Castagnetti ha forse potuto essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso, determinando le dimissioni del segretario. Non è un mistero che i suoi pupilli, da Delrio in giù, sono quelli che più hanno favorito l’ascesa di Renzi, vista come l’agognata rivincita sulla componente per loro prevaricante di matrice comunista. Penso quindi che non sia la rianimazione di un morto che cammina la soluzione al problema della ricostruzione di una formazione politica della sinistra. Ci sono fatti che fanno pensare a una strategia deliberata per la distruzione delle possibilità di crescita uno schieramento orientato a sinistra, rappresentato dal secondo governo Conte. Tutta la stampa, salvo il Fatto quotidiano, ne ha fatto un bersaglio costante, ma l’attacco non si è fermato lì e dopo la caduta di Conte il secondo obiettivo era distruggere la possibilità di un’alleanza PD — M5Stelle. Se non è stato possibile resistere a questo secondo attacco, che mira ad aprire le “praterie” di centro vagheggiate da Renzi, ciò è dovuto all’intrinseca ambivalenza del PD in cui la componente renziana o genericamente moderata è diventata di fatto prevalente. Sicché non credo che basti l’ossigeno a un moribondo per costruire un’alternativa. Anche rimettendo in piedi il PD non se ne eliminerebbe l’ambiguità di fondo. Ricostruire il dibattito dal basso è un obiettivo opportuno e necessario, ma non credo che l’obiettivo strategico possa consistere nel rabberciare una formazione politica inconsistente in quanto divisa negli obiettivi di fondo , a meno che questo non sia visto come un passo transitorio necessario per potere poi raggiungere un traguardo ben più importante. Ma l’idea di questo obiettivo dev’essere chiara fin dall’inizio. Se si vuole mobilitare la gente questa mi pare una condizione necessaria. Certo le Sardine hanno impedito la vittoria della Borgonzoni, ma adesso si ritrovano a difendere Zingaretti contro Bonaccini. Solo questo fatto dovrebbe fare riflettere. Spero tanto in qualche buona notizia…

Giuseppe Rubinetti
Gentile professoressa Urbinati, Le scrivo perché condivido alla lettera il vostro appello pubblicato su Domani, in particolare nei passaggi in cui affermate il primato della questione dell’identità su quella di leadership e dei programmi. Sospetto solo che il tema dell’identità, che è cruciale, non sia risolvibile con un colpo di bacchetta magica. E che si tratti, piuttosto, del vizio d’origine di un partito nato in una precisa congiuntura politico-elettorale, quella del berlusconismo, a cui si era deciso di reagire attraverso una sorta di patto neo-costituzionale. Il problema del PD, dalla sua nascita, è stato forse quello di dare risposte strategiche a situazioni tutto sommato tattiche, ossia di prendere decisioni sostanziali e a lungo termine sulla propria identità a partire da congiunture elettorali contingenti. Oggi questo problema si riflette nelle aspettative, molto spesso contraddittorie e talvolta inconciliabili, che genera nel suo elettorato (anzi, nei suoi elettorati). La scommessa che l’ha fatto nascere come partito era che quelle contraddizioni si potessero risolvere in nome del riformismo. Negli anni è emerso che “riformismo” era una parola vuota, che quelle contraddizioni non erano superabili e che, di conseguenza, non sarebbe stato possibile fondare delle leadership radicate e durature. L’afasia, l’indecisione ideologica e l’ingovernabilità del PD sembrano essere figlie di un errore di fondo, che, come dite voi nel vostro appello, non è rimediabile né attraverso la scelta di un nuovo leader, né attraverso la definizione di un programma o di un sistema di alleanze, né attraverso il ricorso a parole vuote, espropriate della loro storia materiale, a cui si è fatto spesso ricorso per tenere insieme traiettorie parallele e talvolta divergenti. Come patto neo-costituzionale, la scommessa del PD ha fallito su molti fronti, ma in particolare su due. Il primo: non solo non si è riusciti a sconfiggere culturalmente il berlusconismo, ma non si è stati in grado nemmeno di frenare l’avanzata di ulteriori derive di destra, favorite tra l’altro dalle crisi provocate da una globalizzazione disfunzionale. Il secondo: in nome dell’unità e della responsabilità di governo, il PD ha finito per anestetizzare fondamentali tensione ideologiche e culturali, che sono però riemerse nella forma degradata di laceranti rivalità tra gruppi e correnti interne. Gli effetti di questa doppia sconfitta sono sotto gli occhi di tutti. Arrivati a questo punto, forse sarebbe semplicemente meglio accettare un fallimento, da misurare alla luce delle aspettative, irrisolte e contraddittorie, di elettorati non assimilabili, che chiedono soprattutto rappresentanza e identità politiche chiare in cui riconoscersi. Forse se ne potrà uscire solo costituendo, dalle macerie di questa segreteria, due forze distinte: una forza esplicitamente social-democratica, e un’altra forza liberal-democratica. Due campi, legati non da un partito unitario senz’anima, ma al massimo da un “patto di unità d’azione” da verificare di volta in volta. Ovviamente, con il rischio di perdere tutto.

Gabriella Turnaturi
Cara Nadia, intanto grazie di avermi coinvolto in questa discussione di cui condivido tutte le preoccupazioni e a cui aggiungo anche un po’ di tristezza. Come condivido tutte le critiche fatte al PD, che ho continuato stancamente a votare ma sempre più infastidita dal sempre crescente distacco dalla sua constituency e soprattutto dal essersi vergognato delle sue radici dal progressivo allontanamento da ideali realmente progressisti, dal non aver rifondato una sua cultura, una cultura politica e di formazione di cittadinanza attiva , critica e partecipe , dalla mancanza d’un pensiero critico. Negli anni abbiamo assistito solo ad una grande rimozione , ad un misto di vergogna e senso di colpa che ha condotto il partito ad assoggettarsi a principi , istanze , ideali altrui , come a farsi perdonare rinnegando tutto. Se il senso del vostro appello è quello di ripensare e discutere di tutto questo rilanciando discussione e partecipazione sono d’ accordo e lo firmo volentieri anche perché non si può lascare morire tutto un patrimonio derubricandolo a un fatto di cronaca politica e a una questione di tattiche e divisioni interne . Devo però dirti che non credo affatto che possa esserci un futuro se se guardiamo solo alle forze interne al partito che mi sembrano stanche e disilluse . Penso che forse sarebbe meglio riprendere un patrimonio rinsaldandolo con forze, idee e persone nuove. Al momento non vedo infatti se non fuori di esso la possibilità di una rinascita . Se invece pensate che si possa fare qualcosa con chi sinora si è fatto azzittire non posso essere dei vostri . Aspetto che tu, che stimo fortemente , mi chiarisca l’ intento per essere con voi con l’ affetto , l’ amicizia e la stima di sempre.

Francesco Cannavacciuolo
Buongiorno Nadia, rispondo immediatamente al tuo appello ed a quello degli amici Bonaga e Ignazi. “L’abbandono dei territori alle logiche dei potentati locali, e delle relazioni sociali e degli interessi finanziari e imprenditoriali, è una delle ragioni più profonde dello “sragionamento” del partito più grande della sinistra.” Questo è il periodo che ho maggiormente condiviso e che vivo ogni giorno da cittadino napoletano di adozione, nato nella magnifica Siena e residente da oltre trent’anni a Lucca. Dopo una lunga esperienza lavorativa in Upim, sono in pensione e partecipo attivamente ad un Comitato di quartiere che ho contribuito a far nascere. La nostra delusione contro l’amministrazione locale, a guida Pd e sinistra, è cresciuta di anno in anno, proprio per il mancato coinvolgimento dei cittadini, per scelte sbagliate contro l’ambiente, la cementificazione, il connubio negli appalti verso i soliti gruppi di impresa, il mancato rispetto della storia identitaria del quartiere etc, insomma contro l’arroganza di un sindaco che si comporta come la peggiore dx. Quindi, siamo un esempio vivente dell’affermazione che ho citato all’inizio. Da ex elettore Pd, ho trovato “rifugio” nel partito di Bersani, uno degli ultimi politici che stimo per l’onestà intellettuale per la coerenza delle idee. Credo, come lui, che si debba avere uno sguardo verso tutto il campo progressista, ma soprattutto rilanciare la nostra azione verso i tantissimi elettori che rappresentano quel 40% di indecisi e delusi. Come? Ripartendo dai territori, dalle associazioni, comitati come il mio, che lottano in ordine sparso per comuni ideali e che hanno necessità di fare sintesi sotto un unico “ombrello” politico che dia loro voce.

Ilario Boscolo
Il segretario ha dato le dimissioni perché i capicorrente non gli fanno fare il segretario che fa la linea di azione politica del partito. È mia opinione che Zingaretti non ha avuto la visione appropriata/vincente dell’agenda da mettere in campo in alcuni passaggi cruciali di scelta, però questo giudizio lo estendo a tutto il gruppo dirigente (il consiglio della corona) perché Zingaretti ha mostrato in ogni occasione apertura di discussione e di accettazione di proposte diverse/alternative alle sue. Il segretario ed il gruppo dirigente non sono riusciti a tenere compatto il PD sulla linea politica scelta. Potrebbe però essere che vari pezzi del partito non fossero componibili. Il nostro PD piazza grande di Zingaretti è riuscito a non affondare ma non ha mostrato abbastanza forza propulsiva (come io speravo) non ha allargato la sua base partitica con giovani, movimenti giovanili, ceti sociali subalterni del Nord e del Sud, il ceto dei nuovi tecnici, non ha immesso sangue nuovo. Il PD, macchina partito, ristagna in un tempo di trasformazione/rivoluzione per via della II rivoluzione industriale (altri dicono IV) (e chi si ferma è perduto) perché non ha una ideologia caratterizzante, ha un gruppo dirigente composto da gruppi di ceto politico quasi chiusi che discutono mirando alla amministrazione ai vari livelli, municipale-regionale-statale-europea (importante ma…) , gruppo dirigente che non discute di ideologia classi sociali battaglie sul territorio organizzazione territoriale diffusa. È mia opinione che il partito è un soggetto con regole e prassi di funzionamento, fatto un congresso opera con gli eletti a dirigere sulle linee politiche votate, si cambia con il nuovo congresso, il partito non è un gruppo aperto di discussione quotidiana a volte distruttrice. Il segretario ha dato le dimissioni con un giudizio tranchant sul suo partito (mi vergogno!), questo fa male al partito scoraggia e frustra il suo corpo vivo di persone, militanti elettori simpatizzanti, non dà spinta a proseguire cambiando quello va cambiato. Il popolo di sinistra non può non avere il suo partito di riferimento. La mia opinione è che l’assemblea dovrebbe accettare le dimissioni del segretario, togliendo il bersaglio alla critica (cricca?), sostituirlo con un nuovo segretario zingarettiano, rispettando la scelta del congresso, ed io personalmente indicherei Peppe Provenzano, dotato e giovane.

Antonio Simondo
“Conoscete la mia storia, uscito dal PD per i motivi che sapete e rientratovi, accolto fraternamente, per la ragioni anch’esse a voi note. Non l’ho mandata a dire al tempo, mi sono comportato secondo coscienza, tutto qui. Questa premessa per dire alla comunità, di cui sono ritornato a far parte, che mi addolora immensamente il fatto che un giovane, certamente non di destra, anzi, possa dichiarare ad un giornale che “questo PD è tossico”! È un dolore forte, credetemi e penso che occorra rispondergli subito, nei fatti e con azioni concrete, che non è così, che si sbaglia, che il PD è, che noi siamo, il nervo centrale di un corpo sano e democratico, anticorpo vivo e attivo per sconfiggere ogni tentativo di portare al potere la destra sfascista che ben conosciamo. Spero che i prossimi giorni, decisivi per la vita, direi la sopravvivenza del PD, vengano utilizzati al meglio per rispondere a quel giovane e farlo ricredere, magari ci chiederà scusa, che si, si era sbagliato”. Resto a disposizione per dare una mano, per evitare la dissoluzione del PD che tanti sognano e che penso sarebbe una sciagura per la democrazia nel nostro Paese. Ha ragione Cuperlo, va detto chiaramente: questo PD ha fallito, ma se vogliamo salvare il progetto – e occorre dirlo, siamo d’accordo sul salvare il progetto???? io penso che siamo in tanti ad essere d’accordo – allora bisogna agire subito, mettersi all’opera per ricostruire dalle macerie, partendo dal basso, dai territori, chiamando tutte e tutti a rimboccarsi le maniche, a lavorare a mani nude. Quell’immagine, potente, di un Papa che celebra messa in mezzo alle macerie di una chiesa distrutta deve spronarci a tentare quel che ora sembra impossibile, ma non lo è.

P.B
La prima volta che non ho votato per il partito è stata nel 2006. All’epoca si chiamava L’ULIVO e se l’avessi votato avrei contribuito a far eleggere una persona che mai avrei voluto in parlamento in quanto totalmente opposta, per non dire di peggio, al mio ideale politico. Ecco questo del voto di preferenza, della possibilità per l’elettore di votare uno o più candidati senza gli automatismi delle liste bloccate è per me un nodo importante, un reale problema di democrazia, che il più grande partito della sinistra non ha mai affrontato e che neanche adesso ha intenzione di risolvere. Da quel lontano 2006 le occasioni e i motivi per non votare PD sono purtroppo aumentate e da Renzi in poi limitate ai casi di “emergenza” e quindi con scarsa convinzione. Oltre alle grandi questioni affrontate in questo, spero, importante dibattito, il mio contributo è quindi sulla necessità del ritorno al voto di preferenza e sull’abolizione delle liste bloccate.

L’intervento di Giuseppe Vitiello
L’intervento di Enrico Scoppola
L’intervento di Aldo Ciani

L’intervento di Renzo Tiberi
L’intervento di Antonio Pizzo
L’intervento di Alessandro Bergonzoni

La rabbia è giovane ma questo è un Paese per nati vecchi (di M. Tarantino)
L’intervento di Antonio Mumolo, consigliere regionale del Pd in Emilia-Romagna e presidente dell’Associazione Avvocati di Strada

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