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La rabbia è giovane ma questo è un Paese per nati vecchi

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Credits: Freeskipper

Maurizio Tarantino risponde su TPI all’appello sul futuro della sinistra “La forza della Ragione e il coraggio della politica” [Leggi qui], lanciato da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Pietro Ignazi. Per lasciare la tua firma, aderire all’iniziativa e condividere il tuo pensiero scrivi a discutiamo@tpi.it

La rabbia è giovane ma questo è un Paese per nati vecchi

“La rabbia è giovane”, recitava un bellissimo film di Terrence Malick, evocando l’idea che quella rabbia seppur distruttrice possa rappresentare speranza sul futuro. Il Partito Democratico ormai sembra assuefatto all’idea del continuo rinnovamento, che puntualmente si tramuta in un nulla di fatto, riproponendo invece uno status quo di gattopardesca memoria.

Nel nome del cambiamento abbiamo assistito all’interno del partito alle vicende più confuse, divisive e lesive per la sinistra in Italia. I segretari che si sono avvicendati alla guida del Pd, nei tempi recenti, hanno parlato, con forme e approcci diversi, di cambiamento. Non poteva essere altrimenti: l’esigenza di allargarsi all’associazionismo e alla società civile è stato storicamente un assunto di base.

Come non essere d’accordo nell’arruolare le nuove generazioni, puntare sulle competenze e sulle energie migliori delle future leve? Un leitmotiv onnipresente ripetuto talmente tante volte da fargli perdere significato. E ricordiamo pure che, chi più ha rappresentato il cambiamento radicale è stato proprio Matteo Renzi: la ormai memorabile “rottamazione” ha rappresentato l’apice della – chiamiamola così – “rivoluzione” del partito.

Quanto poi le nuove generazioni siano state sedotte dalla più grande operazione di mistificazione della sinistra nel paese – fatta proprio nel nome dell’innovazione e a tutti nota con il nome di Leopolda – è tutto da dimostrare. Ricordiamo solo che i nomi di allora (era il 2010) erano i “nuovi” giovani, la generazione grintosa e potenzialmente rivoluzionaria: Matteo Renzi, Giuseppe Civati, Debora Serracchiani, Ivan Scalfarotto.

Proviamo a pensare oggi a quell’operazione, proviamo a mettere “la ragione” prima di tutto, come ci invita a fare l’appello a firma Bonaga, Ignazi, Urbinati. Facciamo un esercizio che la politica non solo non fa mai, ma rifugge. Confrontiamoci con la memoria. Alla luce di com’è andata l’ultima volta, come andrà finire? È questa la domanda che mi sono fatto in questi giorni, quando ho visto usato lo strumento dell’occupazione in maniera imbarazzante di quello che dovrebbe essere l’ultimo baluardo della sinistra in Italia.

Siamo sicuri che la cultura politica che è alla base del “nuovo” di oggi non ci faccia rifare gli errori dei nuovi di ieri? E sì, perché nel nome dei giovani della Leopolda non si è agito esprimendo una mozione politica all’interno di un congresso. Ma si è generata una dottrina non detta con nomi e finanziatori: da Davide Serra a Marco Carrai, a Luigi Zingales, solo per dirne alcuni.

Otremodo liberale, figlia un blarismo – morto e sepolto qualche anno prima – appartenete più alla sfera neoliberal della Scuola di Chicago della Thatcher e Regan di metà anni ‘80 che alla filosofia socialdemocratica e filo keynesiana che da lì a qualche anno avrebbe preso i primi passi, proprio nel segno del What ever it takes di Draghi alla Bce. Insomma con la Leopolda si era già nati vecchi.

In nome del giovanilismo riformista paghiamo ancora oggi i disastri confusionali che in qualche modo hanno involontariamente contribuito a distruggere la socialdemocrazia in Italia, aprendo la strada al sovranismo che proprio dalle risposte inevase dalla sinistra ha mosso i primi passi. Quello attuale è il parlamento più giovane della storia della Repubblica italiana. Chi ha portato i giovani in parlamento per parlare e rappresentarci è stato il M5S e lo ha fatto nel segno del Vaffa.

Solo per dare qualche numero: su 144 deputati under 35, 97 sono dei 5S, la cui età media è di 38,5 anni. Il tasso di ricambio parlamentare del Movimento si aggira intorno al 75 per cento, quello del PD si attesta al 30 per cento. A guardar bene i giovani nel 2018 trovarono una loro collocazione, solo che era nel PD. Per questo motivo per esempio l’adesione al governo Draghi, per il PD è stata disciplinata e acritica, mentre per i 5S ha significato un travaglio assembleare interno, divisioni e dibattiti accesi, ancora oggi irrisolti.

Questo implica dare voce ai giovani. Vuol dire anche confrontarsi costantemente e in maniera accesa. “La cosa peggiore è il non imparare dalle proprie esperienze”, così ieri Letta che ha anche detto “non basta parlare di giovani ma bisogna far parlare i giovani”, auspici importanti che presuppongono una nuova modalità di fare politica, senza liturgie e litanie assembleari, diplomazie del dire tutto e il contrario di tutto.

Far parlare i giovani (quelli veri) presuppone una rivoluzione del linguaggio e un’operazione “verità” sul livello di ipocrisia della classe politica. Pertanto – se verrà fatto davvero – non potrà essere qualcosa di artefatto, montato ad arte da giornali, televisioni e magari dai dirigenti dei partiti stessi, come ho paura stia accadendo in queste settimane. Dare voce ai giovani vorrà dire accettarne anche la rabbia e accettarne l’ingovernabilità.

A vent’anni si è stupidi davvero” diceva Guccini e i ventenni normalmente vogliono rivoluzionare il mondo, non si pongono limiti e urlano le proprie convinzioni, affermandole con forza. Per queste ragioni già sarebbe un grande passo ascoltare davvero i giovani, figuriamoci dare loro spazio per parlare. Non possiamo aspettarci solo i volti pettinati, la giacca, la cravatta, la tesi alla Bocconi o alla Luiss quale prerequisito per un giovane dem né tantomeno il collage mediatico del ragazzo di sinistra molto pop, meglio se impreparato e falsamente provocatorio da talk-show, tenuto in vita da un gruppo editoriale.

Non possiamo crearli in provetta e dire a tutti: quelli sono i giovani! No, non funziona. E non funziona per il semplice fatto che queste realtà fittizie, costruite, artefatte non solo non sono rappresentative, ma sono un tappo per tutti gli altri che rimarranno sfiduciati e si rivolgeranno ad altri. Ricordiamoci che loro rappresentano la generazione che più di tutte nella storia moderna ha pagato gli errori di una società che non gli ha lontanamente presi in considerazione.

Ignorati su tutto: dal reddito, al lavoro, al futuro, al ruolo nella società, all’ambiente, alla precarizzazione insita in qualsiasi cosa le venga offerto (vedi l’ultra precariato dei Riders o le nuove schiavitù digitali). Ieri Enrico Letta, nel suo discorso appassionante e condivisibile su tutta la linea, lungimirante e con un sapore internazionale, ha parlato di nuove frontiere, sia per l’economia che per la giustizia sociale, di Ius Soli, di nuovo patto di stabilità tutto volto alla sostenibilità, superando definitivamente l’austerity e il fiscal compact, guardano anzi a una strutturazione dello strumento del Recovery anche per gli anni a venire.

Ha detto che dovremo rivedere le modalità produttive delle grandi imprese con un’azionariato diffuso tra i dipendenti e gli operai dell’impresa stessa. Pensiamo agli impatti importanti che potrebbe avere questo approccio, pensiamo alla Whirlpool e alle tante fabbriche occupate per delocalizzazione. Ha parlato di tassazione progressiva quale prerequisito per una nuova Europa, di abolizione dei paradisi fiscali all’interno della UE, di tassazione delle multinazionali della tecnologia e del web.

È stato un discorso progressista, keynesiano, di sapore ecologista a tratti anche marxista; tutto, senza mai citare la parola sinistra: il che indica ancora un certo non-detto identitario che nel partito continua ad essere un problema. Per lavorare nel solco della via da lui indicata, abbiamo bisogno di fatti e soprattutto di cultura politica, non aziendale o di marketing. Abbiamo bisogno di parlare e far parlare il linguaggio dei giovani e delle periferie, della classe media scomparsa e comprendere i problemi di un intero Paese arrabbiato e in ginocchio.

Gli interlocutori fuori dalle cerchie politiche esistono ma dev’esserci una volontà a cambiare nei fatti, per infondere fiducia. Dalla consapevolezza e dalla partecipazione reale si crea coscienza sociale, per richiamare Danilo Dolci (costruttore egli stesso di società civile). La vera rifondazione del partito non può che iniziare che da quel metodo strutturale maieutico che ha fatto scuola e che può rappresentare un riferimento e un’ancora di salvezza.

Reciprocità della comunicazione, la discussione dei problemi dal basso, la ricostruzione della fiducia in un percorso da fare “insieme”. Più di una volta ultimamente mi è capitato di sentire una battuta a proposito della politica, dei giovani: “l’interlocutore se uno non ce l’ha se lo inventa”. Bene, spero di non sentirla più.

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